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316 - 02.03.07


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Le liberalizzazioni impopolari

Daniele Castellani Perelli


Per chi voglia approfondire la filosofia che sta dietro le recenti liberalizzazioni proposte dal governo Prodi, e dal ministro Bersani in particolare, sarà una lettura molto interessante quella dell’ultimo libro di Alberto Alesina e Francesco Gavazzi, Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico (Rizzoli). A pagina 123, per esempio, i due economisti propongono il “big bang delle liberalizzazioni”, che liberalizzi in un colpo solo tutti i mercati, indebolendo così l’opposizione a riforme che sono fondamentali – spiegano gli autori – al rilancio dell’economia europea. Alesina e Giavazzi (il primo è professore ad Harvard e collaboratore del Sole 24 Ore, il secondo è professore alla Bocconi di Milano e collaboratore del Corriere della Sera) dipingono un quadro a tinte fosche dell’economia europea, che vedono schiava del “mito della concertazione” e della poca voglia di lavorare, destinata (Italia in testa) a diventare presto “irrilevante” sullo scacchiere internazionale.

Per gli autori l’Europa deve svegliarsi il prima possibile dal suo incanto, e introdurre misure che l’avvicinano al sistema americano, sebbene le differenze tra i modelli dei due continenti, “invece di attenuarsi”, stiano “diventando sempre più profonde”. “La lezione più importante che gli Stati Uniti possono dare all’Europa è la convinzione che gli individui rispondono agli incentivi”, spiegano, e nel libro indicano una medicina che risulterà amara alla maggioranza dei cittadini europei: meno ferie, più competizione, licenziamenti più facili. Particolarmente impopolare suonerà anche il loro attacco ai sindacati, che ritengono responsabili del mancato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro (“I sindacati sono gestiti da lavoratori anziani e in alcuni casi perfino da pensionati, e quindi sono più interessati a proteggere queste categorie anziché i giovani”).

Ma Alesina e Giavazzi ne hanno soprattutto per la classe dirigente del Vecchio continente, che accusano di dirigismo (gli euroburocrati), di protezionismo (soprattutto i francesi, ma anche gli italiani), di incapacità di attrarre gli immigrati di talento e di scarso coraggio riformista. Invocano invece meno tasse, meno intervento e meno denaro pubblico, più innovazione e l’introduzione della pratica della “distruzione creativa”, “dove le vecchie aziende chiudono i battenti e nuove imprese possono sostituirle, dal momento che è soprattutto nelle nuove aziende che si sviluppa la tecnologia”. Nelle università, dicono, non c’è bisogno di più soldi pubblici, ma “di una riforma del sistema degli incentivi che regoli l’attività di insegnanti e studenti”. Di più: integrando il sistema con borse di studio per i meno abbienti, si dovrebbe passare da un’Università pagata dai contribuenti a una pagata dagli studenti stessi, perché “il fatto che i contribuenti paghino i costi dell’istruzione va nella direzione sbagliata: i beneficiari infatti sono molto spesso i figli di famiglie con redditi relativamente alti, cioè quelli che frequentano l’Università”. Per gli autori nemmeno la scarsa capacità innovativa delle aziende europee è da attribuire ai pochi investimenti pubblici: anche qui i soldi ci sono, ma è proprio il sistema che funziona male, e “un euro speso in ricerca in Europa è meno produttivo di un dollaro speso negli Usa”. Ai politici rimproverano in particolare la difesa dei sussidi agricoli, che – ricordano – spesso finiscono nelle tasche dei ricchi (300mila euro l’anno al principe Alberto di Monaco, ancor più alla regina Elisabetta, alla Philip Morris e alla Nestlé).

Alesina e Giavazzi non negano i problemi dell’America, dal sistema sanitario troppo costoso alla violenza urbana e al razzismo: “L’America ha molto da imparare dall’Europa – ammettono – Alcuni aspetti del welfare europeo sono in grado di assicurare la solidarietà sociale e, quando ben progettati, con costi di efficienza relativamente bassi”. Il giudizio è positivo verso alcune riforme introdotte anche dall’Italia (contratti a termine e legge Biagi), verso i risultati del modello scandinavo e anche nei confronti dell’introduzione dell’euro. Ma in generale lo scetticismo verso il Vecchio continente è forte, e sul libro incombe una specie di terribile avvertimento, che prende la forma di questa minacciosa parabola: “Agli inizi del Novecento, l’Argentina era uno dei paesi più ricchi del mondo. Poi il mondo cambiò, ma gli argentini continuarono a pensare che per restare ricchi bastasse esportare grano e carne bovina. Per molto tempo la maggior parte degli argentini non comprese – o rifiutò di ammettere – la gravità della minaccia che incombeva sul loro paese. Quando la crisi esplose, gli argentini si ritrovarono di colpo poveri. Gli europei si rendono conto di questa possibilità?”.


Alberto Alesina e Francesco Gavazzi,
Goodbye Europa. Cronache di un
declino economico e politico

Rizzoli 2006, 217 pagine, € 18,00

 

 

 

 

 

 

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