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315 - 16.02.07


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Ah, i bolliti di una volta!

Elisabetta Ambrosi


Agli articoli di Magdi Allam siamo ormai avvezzi. Paginoni sul di solito temperato Corriere, dove si raccontano le efferatezze compiute dai musulmani italiani dell’Ucoi: mogli picchiate a sangue, pratiche poligamiche, diffusione militante della jihad a mezzo imam sporcaccioni. Racconti raccapriccianti e sceneggiati a tutto tondo che confortano i leghisti e lasciano di stucco anche Vittorio Feltri e il suo gran-guignolesco Libero. Quando c’è l’Islam di mezzo il Corriere – Fallaci o non Fallaci – perde la testa. E un po’ ci siamo ormai abituati.

Ma l’Espresso no! Per favore. Il settimanale liberal, quello che ha pubblicato le famose inchieste di Gatti sui disumani Cpt e sui raccoglitori di pomodori scomparsi nelle campagne pugliesi, non ce lo immaginiamo al fianco di Calderoli. Eppure ecco un editoriale, firmato da un grande nome del giornalismo italiano, noto in verità per il suo amore per “le vecchie e buone cose del passato” (terra, montagne etc..): Giorgio Bocca.
“Sbagliano gli zelanti utopisti di un mondo degli eguali a togliere crocifissi dalle scuole e dai cimiteri”, dice il giornalista piemontese in apertura del suo pezzo. E fino a qui, ci stiamo. Ma poi viene la domanda: l’immigrazione è un bene o un male? Questione metafisica, a quanto pare, tanto che secondo Bocca “neanche il pontefice è in grado di rispondere” (peccato che alla fine la risposta ci sarà…).

Non è vero che l’ondata migratoria ha prodotto assimilazione, dice Bocca. O, meglio, semmai siamo noi che ci siamo assimilati agli immigrati. Per dimostrarlo non servono indagini sociologiche di alcun tipo. Basta utilizzare…il palato. Milioni di italiani che hanno assunto una cameriera straniera “hanno in pratica abbandonato in tutto o in parte il modo di vivere italiano, la cucina italiana, condire, friggere, mettere in savor, conservare, insaccare, tagliare”. Insomma, protesta il giornalista di Cuneo, “avrò cambiato in questi anni sei o sette immigrate ai fornelli, ma un bollito cotto da bollito, non l’ho più mangiato, sempre stopposo, sempre cotto al punto sbagliato”. Non c’è cuoca del mondo povero che rinuncia ai suoi condimenti forti! Questa mescolanza culinaria non è, decreta Bocca, una esotica riscoperta di lusso, ma un vero e proprio fastidio.

Ma c’è di più. Secondo la firma dell’Espresso, l’immigrazione di massa ha avuto anche un secondo, drammatico effetto, perché ha provocato la scomparsa, nelle nostre case, del vecchio modo di servire. Bocca evoca la tavola dei buoni e distinti padroni borghesi con i loro servi bianchi, sempre sorridenti e appagati. E aggiunge: “Non come gli immigrati, che pensano solo e giustamente ai loro interessi (e a quelli di chi, sennò?, ndr), a salire rapidamente la scala delle retribuzioni e del tempo libero. E anche questo è necessario, inevitabile ma meno piacevole e non è affidabile come la tata che ti veniva in casa da ragazza”. Insomma, immigrati egoisti, avidi, indemoniati come i volti di certi quadri fiamminghi in cui i poveri sono dipinti come cattivi.

Ma veniamo alle conclusioni, ossia all’aspetto “più sgradevole e importante”. Finiamola con le finzioni, dice Bocca: il “popolo degli immigrati a stragrande maggioranza non si integra, non vuole integrarsi, perché il loro unico sogno è continuare a vivere fra di loro e tornare a casa arricchiti” (fischi! questo sembra un giudizio morale). È vero, concede l’autore, che gli immigrati fanno i lavori peggiori e sono soggetti a soprusi e violenze. “Ma ciò non toglie che, tirate le somme, la nostra società sia peggiorata, sia più egoista, più violenta ed ecco la ragione per cui anche noi non la amiamo questa umanità forestiera. Le traduzioni non hanno sostituito le invasioni che sempre invasioni sono”. Insomma, Bocca si sente invaso. “Fastidio, sgradevolezza, rifiuto di integrarsi, volontà di arricchirsi, egoismo, violenza”: non c’è dubbio, l’emigrazione è un male.

Stupefacente che una penna così esperta caschi nel grossolano errore tipico degli inesperti: gli altri non sono come noi, non meritano la stessa considerazione, ne meritano di meno: incredibile quella gente vuole “tenersi sempre aperta una porta per il ritorno, i costumi, come la religione”, le loro tradizioni. Che naturalmente non contano come il nostro “bollito”, ma molto molto meno.

Eppure ci sono stati 600.000 matrimoni misti negli ultimi dieci anni, segno evidente che qualche cosa cambia. Aumentano le classi con alunni in maggioranza stranieri. Sale costantemente il numero di aziende con a capo un extracomunitario. Tutti sintomi evidenti di integrazione, visto che è soprattutto attraverso scuola, famiglia e lavoro che chi entra comincia a sentirsi anche italiano, pur continuando ad usare in cucina curry e cumino.
A farla breve leggere su una rivista liberal che l’immigrazione è un gran fastidio, perché impedisce di mangiare il buon bollito di una volta, è una stravaganza difficile da spiegare. Come è difficile da spiegare il silenzio che è seguito a questo articolo, segno evidente che sui giornali il peso delle parole è relativo, perché si può scrivere di tutto senza che altre autorevoli firme si degnino di alzare la penna per contraddire. Pigrizia? O insignificanza di un mestiere usurato?


 

 

 

 

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