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315 - 16.02.07


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Viaggio nelle carceri italiane

Sara Capogrossi Colognesi


Tratto da Reset


È in libreria il quarto Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, frutto del lavoro di monitoraggio diretto delle carceri effettuato negli ultimi due anni dall’Osservatorio dell’associazione. È l’ultimo libro del pre-indulto e il primo del post-indulto, questo volumetto agile dalla struttura anomala rispetto agli studi più tradizionali sul sistema penitenziario. Come già il titolo si propone di evidenziare, il cuore del Rapporto è costituito da 208 descrizioni, brevi ma essenziali, delle 208 carceri italiane. L’effetto sinottico che ne deriva è impressionante. 208 fotografioe che, giustapposte l’una all’altra, lasciano emergere le incongruenze della pena detentiva, quelle quotidiane e quelle strutturali, quelle teoriche e quelle di prassi, quelle politiche e quelle amministrative.

“Quando lo scatto riesce”, leggiamo nella quarta di copertina, “la fotografia non è mai muta ripetizione della realtà, né tuttavia interpretazione verbosa e ingombrante”. E le fotografie che l’associazione Antigone ha scattato, nell’intento che persegue da anni di aprire agli sguardi esterni un’istituzione che crede invece di vivere della sua propria chiusura, descrivono la realtà della vita carceraria senza però meramente ripeterla e sottrarsi a un punto di vista. Emerge senza forzatura verbosa e ingombrante una lettura del sistema, che appare dalle schede come un sistema frammentato e schizofrenico, dove la qualità della vita dipende quasi del tutto dall’iniziativa di chi gestisce il singolo istituto, e dove a distanza di pochi chilometri possiamo trovare situazioni capovolte.

L’Italia carceraria è un paese a macchia di leopardo. A Spoleto “quasi tutti i detenuti lavorano”, mentre a Orvieto “vi è un unico corso di scuola media”; a Padova Due Palazzi “sono in funzione 2 biblioteche, 1 teatro, 1 palestra, 1 campo interno da pallacanestro. Le attività sono numerose, oltre una ventina le associazioni e cooperative che collaborano alla vita detentiva, con attività didattiche, formative, lavorazioni”, mentre nella limitrofa Padova Circondariale “gli spazi comuni interni scarseggiano: l’area con biblioteca è inagibile perché ci piove dentro [...]. Questa realtà nel 2005 ha fatto registrare 3 suicidi”; a Milano Bollate si assiste a “una fucina di attività, supportate da cooperative ed enti istituzionali locali”, mentre a Busto Arsizio “i detenuti passano molto tempo chiusi in cella, escono per l’ora d’aria”; a Empoli “la struttura è accogliente e ben arredata”; a Roma Regina Coeli “la struttura è in pessime condizioni, in 2 sezioni manca il riscaldamento [...], i detenuti sono chiusi tutto il giorno, non c’è area verde e i passeggi sono angusti spazi in cemento e senza protezione dalle intemperie, la qualità del cibo è scarsa, è quasi del tutto assente il supporto psicologico e non adeguata l’attività del Sert interno”.

Non sorprende quindi che ci siano detenuti che si fanno arrestare appositamente in una determinata città perché sanno che lì si sta meglio, che è più facile accedere alle misure alternative, che non ci sono le “squadrette notturne”. Tutto è nelle mani della cultura democratica del direttore, del culto della legalità che ha il comandante di reparto, del numero degli educatori e degli assistenti sociali a disposizione, dell’impegno profuso da enti locali, terzo settore e volontariato del territorio. È mancata negli ultimi anni una direzione strategica. Da poche settimane è stato nominato il nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A lui è affidato il compito di restituire dignità e logica al sistema. Il volume di Antigone potrà essere per lui un utile guida lungo il suo viaggio nelle patrie galere.

Dentro ogni carcere,
a cura di Laura Astarita,
Paola Bonatelli, Susanna Marietti,
Carocci 2006
pagg. 208, euro 18

 

 

 

 

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