CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
314 - 02.02.07


Cerca nel sito
Cerca WWW
“Caro Rossi, ora
lavoriamo insieme”

Bruno Tabacci con
Daniele Castellani Perelli


E’ diventato quasi un luogo comune, per quanti vogliono sottolineare le contraddizioni dell’attuale bipolarismo: visto che sono sempre d’accordo su tutto, come fanno Enrico Letta e Pierluigi Bersani, due simboli del governo Prodi, a non stare insieme a gente come Bruno Tabacci, deputato dell’Udc e uno dei politici più stimati del centrodestra? Per Tabacci, che insieme a Nicola Rossi è stato tra i primi promotori del “tavolo dei Volenterosi” (un’iniziativa riformista bipartisan lanciata dal radicale Daniele Capezzone), Rossi ha fatto bene a uscire dai Ds, perché “la montagna ha partorito il topolino (dove la montagna sono gli annunci del governo Prodi, e il topolino sono le riforme effettivamente attuate, ndr) e perché la posizione di Fassino si è impantanata nel tentativo di tirarsi dietro tutto il partito, compresa quella parte dei Ds che strizza l’occhio alla sinistra antagonista”. “Il ‘tavolo dei Volenterosi’ dimostra che il bipolarismo all’italiana ha prodotto anni di immobilismo – aggiunge Tabacci – Con Nicola Rossi siamo in costante contatto e stiamo cercando di tenere viva l’attenzione sulle problematiche reali dell’Italia e di offrire qualche spunto di soluzione”.

Ha ragione Nicola Rossi quando lamenta che il profilo riformista del governo è stato finora deludente? Le riforme Bersani e Mastella sono un bilancio troppo esiguo?

Il profilo riformista del governo finora è stato decisamente deludente. Agli annunci dei primi mesi della legislatura che pure andavano nella giusta direzione hanno fatto seguito provvedimenti estremamente limitati nei contenuti al punto che verrebbe da dire che la montagna ha partorito un topolino. Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un tentativo di riprendere le fila del discorso, di tornare a parlare di accelerazione riformista, di Fase 2, ma ogni proposito apprezzabile finisce invariabilmente con l’essere ostacolato da quella componente del governo che ha dimostrato e continua a dimostrare di non possedere nel suo dna un’attitudine alla proposta e all’accettazione di riforme strutturali.

Quali sono le riforme più urgenti? L’Udc voterebbe con il centrosinistra sulla nuova ondata di liberalizzazioni proposta da Bersani e sui disincentivi per le pensioni?

Le riforme più urgenti sono quella del sistema previdenziale e le liberalizzazioni dei mercati protetti. L’Italia è un paese zavorrato dalle rendite. L’Udc, che sta realizzando un’opposizione basata sui contenuti piuttosto che sulle contrapposizioni strumentali, si pone il problema di evidenziare quali siano gli interessi generali del paese e intende svolgere fino in fondo la sua funzione di pungolo affinché prevalgano. Se le riforme di cui parlavo prima fossero sostenute da una vasta convergenza parlamentare, l’Udc potrebbe non far mancare il suo contributo. D’altro canto la cifra delle cose da fare viene misurata sulla base della serietà del progetto riformatore che il governo e la maggioranza per primi dovrebbero attuare. Se il profilo fosse basso non si può certo immaginare di chiedere all’Udc di aggiungersi per dar vita a dei mostriciattoli.

Nicola Rossi ha accusato l’attuale leadership dei Ds di mancanza di una volontà riformista. Ha ragione oppure è un po’ ingeneroso, considerando che il governo non ha i numeri per far approvare in Parlamento alcune importanti riforme?

Nicola Rossi non ha fatto altro che fotografare l’attuale situazione dei Ds: d’altro canto trovo evidente che la posizione di Fassino si sia impantanata nel tentativo di tirarsi dietro tutto il partito, compresa quella parte dei Ds che non ha mai inteso attuare una seria politica riformista e che strizza l’occhio alla sinistra antagonista.

Il Partito Democratico può aumentare la forza contrattuale dei riformisti nel centrosinistra?

Al momento il Partito Democratico si annuncia come il frutto di una sommatoria di classi dirigenti piuttosto che come la conseguenza di un preciso e puntuale approfondimento delle esigenze e dei nodi nevralgici che tengono il Paese avviluppato. Il chiamarsi fuori, ormai quotidiano, di esponenti dei Ds di rilievo e le perplessità provenienti da settori della Margherita danno conto semmai che la forza contrattuale dei riformisti nel centrosinistra ormai è ridottissima e che le premesse su cui si vuol far nascere il Partito Democratico confermano questa situazione.

Il metodo del “tavolo dei Volenterosi” può rappresentare un valore aggiunto del bipolarismo anche per il futuro, o è il segno che questo bipolarismo non funziona?

Il lavoro dei Volenterosi si pone come obiettivo di evidenziare le riforme di buon senso di cui il paese avrebbe bisogno. Se nascono i Volenterosi è perché il bipolarismo all’italiana, anziché funzionare garantendo governabilità sostanziale e non solo stabilità formale, ha prodotto anni di immobilismo. Dall’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica il paese ha smesso di crescere ed è arretrato in tutte le classifiche internazionali, a partire dalla sua presenza in termini di quote nel commercio mondiale, passata dal 4,4% del 1996 al 3% del 2005: dati incontestabili che segnalano i risultati deludenti ottenuti sia dalle maggioranze di centrosinistra che da quelle di centrodestra e che pongono il tema della qualità del nostro assetto politico, condannato alla paralisi dall’eccessiva attribuzione di rilievo alle forze marginali collocate, da una parte e dall’altra, sempre su posizioni di conservazione. Il bipolarismo in sé non è un male ma questo bipolarismo sicuramente non ha reso buoni servizi all’Italia ed è tempo che le forze più attente alla promozione degli interessi generali dialoghino per costruire un nuovo assetto.

Cosa direbbe a Nicola Rossi?

Con Nicola Rossi siamo in costante contatto e stiamo cercando, attraverso il tavolo dei Volenterosi che presenteremo con un’importante manifestazione il 29 gennaio a Milano, di tenere viva l’attenzione sulle problematiche reali dell’Italia e di offrire qualche spunto di soluzione.

In Germania, grazie alla legge elettorale, i liberali della Fdp hanno governato sia con la Cdu sia con la Spd. Che ne pensa…?

Penso che la soluzione del modello elettorale tedesco sia la più adatta alla nostra cultura e alla nostra evoluzione politica. L’adozione di un sistema con soglia di sbarramento al 5% consentirebbe l’emersione di quattro forze, una di sinistra antagonista, una di sinistra riformatrice, una moderata e una di destra populista e localista che potrebbero confrontarsi di volta in volta e modellarsi secondo alleanze tra affini e progetti di governo praticabili determinando finalmente le condizioni per un’affermazione delle istanze riformatrici. D’altro canto attuare tali istanze è sempre più indispensabile per andare incontro all’esigenza di convivere con i vincoli della politica europea e dell’economia continentale.

 

 

 

 

Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti da fare? Scriveteci il vostro punto di vista a
redazione@caffeeuropa.it