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314 - 02.02.07


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Alle radici di una
" parola malata"

Laura Pennacchi con
Elisabetta Ambrosi


“Una parola malata”. Così Laura Pennacchi, membro della direzione dei democratici di sinistra ed esperta di welfare, definisce il termine “riformismo”. “Ma lo sa che anche Bush l’ha usata per definire la sua politica di tagli alle tasse a favore dei ricchi? La verità è che si continua inutilmente a parlare di forme e contenitori, mentre bisognerebbe puntare tutto su una società più giusta: solo questo progetto è degno di essere chiamato riformista”.

Partiamo da Caserta. Secondo lei è vero che l’incontro campano ha frenato il riformismo del governo? Ed è vero, come ha affermato Nicola Rossi che “non si sono create le basi per una cultura riformista a sinistra”?

Quello che ho potuto constatare, osservando dall’esterno la discussione che si è svolta a Caserta, è che l’aver così tanto concentrato, negli ultimi anni, la discussione sui contenitori delle forme politiche, mettendo in secondo piano la questione dei contenuti (e insistendo sulla dicotomia contenitori-contenuti), ci ha portato a un disastro in termini di cultura riformista. Su questo devo convenire con Nicola Rossi, anche se probabilmente abbiamo due valutazioni diverse di cosa sia una cultura riformista. A ogni modo, ripeto, il fatto grave è che la discussione sui contenuti è stata surrogata totalmente da una discussione astratta e organizzativistica sul contenitore, da un ragionamento burocratico sul “recinto”, dalla distinzione astratta tra massimalisti e riformisti, e ciò ha generato una totale incapacità di produrre idee e riflessioni di merito. Il risultato è che la domanda vera da porsi, cioè “Quale riformismo?”, è rimasta inevasa, perché manca totalmente un progetto. La verità è che la parola “riforma” è divenuta una parola malata: pensi che persino Bush l’ha usata per descrivere le sue politiche di taglio delle tasse (che sono andate tutte a vantaggio dei più ricchi, come dimostrano le analisi dei democratici americani)!

Cosa intende allora lei per “riformismo”?

È una parola che indica unicamente, secondo me, il tentativo di definire un modello alternativo di società, un modello che sia più equo e meno ingiusto. Il riformismo o è questo o non è niente. Per questo credo che il punto di partenza per il centrosinistra non può che essere il rifiuto della visione del trade off che anima invece la destra, un trade off per cui se vogliamo più crescita ci deve essere meno protezione sociale, se c’è più efficienza, c’è meno equità, come se ci fosse una relazione di incompatibilità tra crescita sociale e benessere sociale.

E come risponde all’obiezione dei costi?

Guardiamo al sistema sociale europeo classico che è riuscito a realizzare un modello che non dovrebbe essere americanizzato, proprio perché la sua specificità è stata quella trovare una sinergia tra sfera economia e sfera sociale. Questo è il fulcro che va riproposto, magari con adattamenti nuovi. Da qui devono partire le riforme.

Bene. Cosa pensa allora della riforma delle pensioni?

Sarebbe fondamentale prendere atto che la riforma delle pensioni, la vera riforma, è già stata fatta a metà degli anni Novanta: si tratta della riforma 335 (legge Dini), che ha infatti cambiato radicalmente i sistemi di calcolo e le modalità di strutturazione del sistema pensionistico italiano. Basti dire che la spesa pensionistica avrebbe raggiunto il 23 per cento del Pil in assenza di interventi, mentre con riforme varate, tra cui cruciale è stata appunto quella del 1995, essa si è fermata intorno al 14 per cento del Pil. Dunque, siccome la stabilizzazione è stata realizzata, il che significa sostenibilità finanziaria e maggiore efficienza del sistema, e siccome sono stati introdotti potentissimi elementi di equità, bisogna semplicemente realizzare i correttivi e gli adattamenti che sono già previsti dal progetto di riforma adottato allora; ma anche e soprattutto intervenire su quelle figure su cui ci sono i problemi maggiormente aperti, come giovani e donne. Quello che va escluso è che la riforma delle pensioni si faccia solo per bruciare incenso sull’altare della Confindustria, che tra l’altro la chiede spesso senza sapere di che cosa sta parlando, visto che le imprese sono spesso le prime a obbligare i dipendenti ad andare in pensione.

Giovani e donne, dunque. Ci spieghi meglio.

Faccio un esempio: la 335 prevedeva una possibilità di aiuto per i lavoratori autonomi: perché non si deve pensare allora ad un sostegno per i parasubordinati e i collaboratori a progetto? L’alternanza tra periodi di lavoro e non lavoro deve essere coperta dalla contribuzione figurativa: si tratta di una cosa che si può fare e non costerebbe nemmeno tantissimo, così come si può fare tutta una serie di altre cose; mentre sarebbe, secondo me, ad esempio sbagliato abolire il differenziale di età pensionabile tra uomini e donne, perché sappiamo che le donne sono le prime ad essere penalizzate sul lavoro. Questa penalizzazione delle donne è tra l’altro una penalizzazione complessiva dell’economia italiana, perché com’è noto la crescita del Pil è data dalla somma di due fattori, tasso di occupazione e tasso di produttività, così che se l’occupazione rimane così bassa – e in Italia è bassa perché è bassa l’occupazione femminile, non quella maschile, che ha un trend analogo a quella degli altri paesi europei – di conseguenza il Pil resta basso. Anche per intervenire sul potenziale di crescita bruta bisogna quindi cercare a tutti i costi di dare lavoro a giovani e donne, riconoscendo l’altissima qualificazione che oggi hanno: pensi che i dati di occupazione femminile e giovanile sono ancora più elevati quando le scolarità sono più elevate: veramente un circuito perverso!

In concreto, per fare degli esempi, cosa farebbe?

Un’indicazione generale che si dovrebbe per esempio adottare è la seguente: meno trasferimenti monetari e più servizi. Ma questo non avviene, basti pensare che anche nella finanziaria di quest’anno non si vedono tracce di un’attitudine riformatrice che dia più servizi. L’economia italiana ha una componente forte di merci e bassa di servizi, e per servizi intendo qualcosa di molto ampio e cruciale, dagli asili nido, alle telecomunicazioni, al terziario delle imprese. Tutto questo avrebbe un effetto positivo perché i servizi hanno un alto tasso di femminilizzazione e quindi sarebbero in grado di creare occupazione per le donne, che a loro volta, trovandosi in un mondo con più servizi, potrebbero conciliare cura e lavoro e quindi offrirsi di più sul mercato.

Il discorso ci porta verso il Partito Democratico. Dopo la finanziaria, la riunione di Caserta, le riforme annunciate e poi rinviate, i grandi dibattiti sulla riforma elettorale, a che punto è il progetto del Partito democratico?

Torno al punto da cui sono partita. Il progetto del Partito democratico era un progetto bellissimo (io sono stata a favore sin dal ‘95), era il progetto dell’Ulivo allargato. Purtroppo devo constatare che l’aver così tanto arzigogolato attorno al contenitore e lasciato così tanto da parte i contenuti (riforme e modelli alternativi di società), ha creato la situazione attuale, in cui se il Partito Democratico nasce, con tutte queste piccole oligarchie, nasce morto. Posso aggiungere che il Partito Democratico nasce morto anche perché i partiti politici attuali, complice l’ultima legge elettorale, premiano solo il conformismo, l’inerzia, il gregarismo e la mancanza di spirito critico.


 

 

 

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