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314 - 02.02.07


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Una partita da
giocare fino in fondo

Enrico Morando con
Mauro Buonocore


“Se la competizione tra sinistra riformista e sinistra conservatrice è fisiologica, naturale, almeno in Europa, dobbiamo avere il coraggio di affrontarla a viso aperto”. Con Enrico Morando – senatore dell’Ulivo, da sempre tra i capofila della parte più liberale dei Ds – abbiamo parlato della situazione attuale della sinistra italiana, delle polemiche e delle discussioni, del futuro del Partito democratico e soprattutto dei legami e degli ostacoli che danno nome al riformismo di sinistra. E il senatore lancia la sua proposta: “Rompiamo lo schema del centro del partito che governa appoggiandosi su una delle due ali; facciamo che, di fronte agli elettori, ci sia la competizione per la guida del partito, e chi alla fine avrà vinto sarà naturalmente il leader nella sfida al centro-destra”.

La scelta di Nicola Rossi di non rinnovare la tessera dei Ds e le sue parole amare verso il riformismo italiano ci offrono spunti di riflessione. Rossi ha scritto che a sinistra di riforme si parla tanto, ma le parole non si trasformano in fatti. Qual è la sua opinione?

Sulla debolezza del riformismo italiano e, di conseguenza, sulla inevasa domanda di riforme del Paese, è stato già detto e scritto moltissimo, forse tutto. A me, in questa sede, interessa mettere l'accento su una delle fondamentali ragioni di questo deficit: i riformisti italiani (mi riferisco ora alla fase repubblicana) sono stati presenti in diversi partiti – il Psi, la Dc, il Pri, il Pci – e sono stati quasi sempre in minoranza. Non hanno mai potuto-saputo coalizzarsi per vincere il confronto coi conservatori-massimalisti. Né hanno mai dato – nei rispettivi partiti – risolute battaglie per la conquista della leadership; hanno piuttosto preferito una funzione di condizionamento delle maggioranze non riformiste. Risultato: il Paese ha conosciuto riforme disancorate da un coerente disegno riformista.

Sta dicendo, in altre parole, che riformisti e radicali, a sinistra, non si sono mai affrontati apertamente e definitivamente, e che questo è un male per il riformismo italiano?

In Italia la sinistra si proclama riformista senza aver mai definito chiaramente uno scontro politico-culturale interno che introducesse una necessaria ed esplicita discontinuità.
Altrove, lo scontro tra vecchia e nuova sinistra è stato esplicito, profondo. Dove e quando il nuovo riformismo ha prevalso, la leadership riformista ha potuto governare, forte della legittimazione derivante da questa battaglia. E l'attività di governo ha potuto giovarsene, per tempi e modi.
In Italia, nessuna leadership riformista ha sfidato in campo aperto (congressi a parte) la vecchia sinistra. Si è pensato che si potesse prima conquistare la guida dei partiti in una chiave di continuità col passato, per poi usare la leadership in chiave modernizzatrice (la cosiddetta "rivoluzione liberale"). Ne sono nate esperienze di governo troppo deboli per imporre il rinnovamento necessario in un Paese ipercorporativizzato e con mercati – da quello delle merci a quello delle idee – caratterizzati da poca concorrenza e scarsissimo riconoscimento del merito. Il deficit riformista oggi denunciato da Rossi ha questo retroterra.

Quale strada oggi si apre al futuro del riformismo, date queste premesse?

Ora sembra possibile rimuovere l'ostacolo "d'origine": tra qualche mese, tutti i riformisti italiani potrebbero finalmente "abitare" lo stesso partito. E la sfida tra riformisti e conservatori, dentro il Partito democratico, potrà risolversi a favore dei primi, se sapranno elaborare un coerente disegno di innovazione del Paese, ispirato a obiettivi riassumibili in parole come: libertà, pari opportunità, concorrenza, inclusione, merito, competizione.
Sono le parole di quella “rivoluzione liberale” della cultura politica della sinistra italiana che è stata a volte promessa (penso a D'Alema nella seconda metà degli anni '90), ma mai fatta oggetto di una vera battaglia politica condotta con coerenza e assumendosi i relativi rischi.
Certo, i riformisti possono non farcela. So per esperienze personali (l’ultima delle quali risale al Congresso dei Ds del 2001) che un'esplicita battaglia "liberalsocialista" può risultare perdente perché la continuità ( quella di chi dice che "in fondo, non cambia niente", che "a ben vedere, avevamo già cambiato molto", che "già il Pci era, in fondo, un partito socialdemocratico", che "il nuovo Partito democratico c'è già: da anni siamo nelle Giunte...") è più rassicurante. So che è forte la tentazione di vincere i congressi "rassicurando" e rinviare l'innovazione a "dopo". Col risultato che ti ritrovi al governo e hai di fronte due strade: o non cambi nulla, e galleggi sulla crisi del Paese; oppure provi a cambiare, e "la base" non ti capisce.

Quando si parla di rinnovamento politico non si può far a meno di notare che la politica italiana fatica moltissimo a trovare nuovi leader. Riprendendo ancora le parole di Nicola Rossi, sembra che da noi non valga una semplice regola non scritta della politica moderna per cui chi è sconfitto si mette da parte e lascia spazio ad altri. Una frase che sembra valida per tutti, e non risparmia la sinistra. Condivide?

Condivido e aggiungo: è essenziale come hai conquistato la leadership. Blair, Schroeder e Zapatero – diversi tra di loro – hanno tuttavia questo in comune: hanno tutti conquistato la guida del loro partito con una dura battaglia politica interna, contro la sinistra conservatrice. Hanno rischiato. Hanno prima perso, poi vinto. Se non c'è questo retroterra, tutto diventa più opaco, meno convincente. Cioè, meno credibile. Ora questo dovrebbe convincerci della assoluta necessità di fare del Partito democratico un partito nel quale la leadership sia effettivamente contendibile, si rompa cioè lo schema del "centro" del partito che governa appoggiandosi su una delle due "ali"; facciamo in modo che ci sia una vera competizione per la guida del partito di fronte a vastissime platee di elettori-iscritti in apposite liste; una competizione pensata e realizzata in funzione del fatto che quel leader di partito sarà "normalmente" il candidato leader dell'intero schieramento progressista nella sfida al centro-destra. A quel punto, avrà senso dire: se perde, va a casa. Se lo schema di gioco è un altro (e in Italia è sempre stato un altro), non ci si può lamentare se quest'ultima regola non vale.

Dal riformismo di sinistra al tavolo dei volenterosi. Sedersi a un tavolo bipartisan per mettere mano alle riforme non è un po’ come tradire la logica bipolare verso cui si vuole condurre il Paese con una nuova legge elettorale e la formazione del Partito Democratico?

Ho il massimo rispetto per tutte le sedi di confronto. Ma la mia scommessa è tutta interna alla possibilità che lo schieramento del centro-sinistra possa essere a "egemonia riformista". Del resto, i conti sono presto fatti: se il Paese declina sotto il peso delle riforme non fatte è perché – almeno dal 1975 – la politica italiana non ha avuto la "forza" necessaria per superare le resistenze delle mille corporazioni che difendono lo status quo. E questa "forza" non la ha avuta perché l'alternanza era impossibile finché c'erano partiti "veri"; è diventata possibile in assenza di "veri" partiti riformisti a vocazione maggioritaria. E si torna al nodo del Partito democratico.

Ecco appunto: il Partito Democratico. E' forse un po' indebolito, dopo Caserta, dalla distanza che dentro l'Unione separa i riformisti dalla sinistra più radicale a dal “Correntone” interno ai Ds? Oppure questi discorsi non fanno che acutizzarne l'esigenza e il bisogno?

Lo stesso Rossi ha lasciato la tessera dei Ds, ma ha "tenuto" quella del gruppo dell'Ulivo. Io lo interpreto come il segno di una speranza, anche in chi è molto più pessimista di me. Il "caso Caserta" è davvero emblematico: durante la discussione della Legge Finanziaria, il Governo ha tenuto solo perché ha tenuto il gruppo dell'Ulivo, impedendo che al "normale" confronto tra riformisti e conservatori – dentro l'Unione – si sommasse quello, di potere, tra i riformisti dei Ds e quelli della Margherita. A Caserta, se ho capito bene, è invece esplosa la competizione tra Ds e Margherita: non su quali liberalizzazioni fare, ma su chi le dovesse fare. Risultato: un messaggio di difficoltà di tutti i riformisti (il "li abbiamo fermati" di Giordano: anche se non è vero, è parso almeno verosimile) e un segnale di debolezza della coalizione nella dura lotta contro i monopoli e le rendite.
Morale: se la competizione tra sinistra riformista e sinistra conservatrice è fisiologica ed ineliminabile (del resto, c'è dovunque, in Europa) il vero fattore di blocco delle riforme si determina se fallisce il progetto dell'unità riformista.


 

 

 

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