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314 - 02.02.07


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Poca scuola poco valore:
rompere il circolo

Riccardo Faini
con Giancarlo Bosetti


In ricordo di Riccardo Faini, scomparso pochi giorni fa, pubblichiamo un’intervista apparsa su Reset n.87, gennaio-febbraio 2005.


Il tema del declino economico e dell’impoverimento è uno degli argomenti cruciali di cui lei si occupa: in numerose classifiche l’Italia è scivolata verso posizioni più basse. Da quali indicatori è possibile desumere questa situazione negativa?

Gli indicatori sono principalmente tre. Il primo è il rallentamento della crescita del reddito pro capite: in un mio articolo, ho evidenziato come i dati Eurostat mostrassero che questo rallentamento non fosse poi così forte, mentre, stando agli ultimi dati, in quattro anni, abbiamo perso ben 5 punti percentuali rispetto alla media europea. Il secondo indicatore è la perdita di quote sui mercati internazionali – si tratta di un indicatore di difficile interpretazione che dipende in maniera molto evidente dall’andamento del dollaro: oggi stiamo assistendo, infatti, a una tendenza – già rilevata in precedenza – che vede il mercato internazionale italiano soffrire della debolezza del dollaro proprio mentre in altri paesi, come la Germania o la Francia, si guadagnano nuove quote di mercato. L’indicatore più preoccupante resta, comunque, quello del tasso di crescita della produttività che è ormai fermo da parecchi anni e che in Italia ha subito un rallentamento molto più marcato che negli altri paesi. Non si tratta, infatti, di un fenomeno europeo ma di un fenomeno che ha nel nostro paese una sua forza specifica e che finirà inevitabilmente per determinare il progresso del benessere economico italiano nei prossimi anni: se la produttività non crescerà, è ovvio che né i salari né i profitti potranno crescere e che l’economia ristagnerà.

Che cosa intende specificamente per produttività? Produttività significa anche numero di ore di lavoro?

No, parlo di produttività per ora lavorata e, quindi, di quantità della produzione; il numero di ore di lavoro rientra, invece, nel calcolo del reddito per persona. C’è da dire che in Italia le ore di lavoro non sono inferiori a quelle degli altri paesi europei, i quali tuttavia lavorano molto meno rispetto agli Stati Uniti.

Quindi è la qualità del nostro lavoro che è più bassa?

Esatto: la qualità del lavoro si sta abbassando ed è questo sicuramente il segnale più preoccupante. Per tanti anni infatti abbiamo avuto poca occupazione, ma un tasso di produttività molto alto: i salari crescevano ma gli occupati erano pochi. Negli ultimi anni l’Europa è cambiata molto: a lavorare oggi sono molte più persone. In Italia soprattutto, questo cambiamento ha peggiorato la produttività. È per questo motivo che nel nostro paese ci troviamo di fronte a un dilemma più forte che nel resto d’Europa: da un lato ci sono salari decenti e in crescita ma poca occupazione, mentre, dall’altro, c’è un’occupazione in crescita ma i salari ristagnano. Se guardiamo ai dati sull’andamento dei salari per categorie, colpisce il fatto che a perdere potere d’acquisto siano stati soprattutto operai e impiegati mentre, al contrario, pensionati e lavoratori autonomi ne hanno guadagnato. Ciò significa che le classi produttive – se così vogliamo chiamarle – si sono impoverite, in un contesto in cui il salario medio è rimasto fermo. Si tratta di un arretramento strutturale.

La Germania ha un elevato costo del lavoro e una rigidità del mercato del lavoro simile alla nostra, eppure le sue quote di mercato internazionale sono più alte, così come la sua produttività. Cosa non ha funzionato in Italia?

La Germania ha fatto quello che noi non siamo riusciti a fare. Vanno considerati, in particolare, due aspetti: sul piano della divisione internazionale del lavoro, la Germania è meglio posizionata rispetto all’Italia: infatti, ciò che la Germania produce è ancora vendibile; in secondo luogo, nonostante le rigidità del proprio mercato, la Germania è riuscita a fronteggiare meglio il problema della globalizzazione, e questo per tante ragioni: le imprese tedesche si sono mosse più di quelle italiane, sono andate all’estero trasferendo quelle produzioni che non avevano più un vantaggio competitivo in Germania e sono, quindi, riuscite a mantenersi in uno stato di salute decente; la scelta, poi, di concentrarsi su prodotti ad alta e media tecnologia ha permesso loro di rispondere meglio alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Per quarant’anni, invece, l’Italia si è aperta agli scambi e al commercio internazionale limitando però la propria apertura ai paesi industrializzati e mantenendo, all’interno del mondo industrializzato, una posizione – in cui all’epoca aveva pochi concorrenti – che puntava sulle produzioni tradizionali, non ad alta tecnologia. Negli ultimi dieci anni il mondo si è aperto: sul mercato mondiale si sono fatte strada nazioni come la Cina, l’India, l’Indonesia e a soffrire di più della loro concorrenza è un paese come il nostro: posizionato nella divisione internazionale del lavoro sulla bassa tecnologia, a bassa intensità di capitale umano. Quando dico che l’importante oggi per l’Italia è investire in capitale umano è proprio perché è l’unico modo che abbiamo – costoso, complicato, di lungo periodo – per far fronte alla nuova situazione dell’economia mondiale. In altri termini, fare concorrenza alla Cina sul piano dei salari è impensabile: semplicemente non possiamo.

Per bassa intensità di capitale umano intende una manodopera di qualificazione più bassa che, quindi, costa meno?

Esattamente. Questo ci porta a produrre beni che richiedono meno manodopera altamente qualificata e che, quindi, si collocano nei settori tradizionali. Ci salviamo con il gusto e con il design ma si tratta di palliativi perché, prima o poi, la Cina e l’India sapranno farci concorrenza anche lì.

Non pensa che in questi campi abbiamo un valore esclusivo, ineguagliabile?

Non a lungo. Per adesso lo abbiamo perché abbiamo delle tradizioni artigianali e possiamo contare sulla capacità dell’artigiano di creare un prodotto su misura del cliente: ma non conserveremo questo vantaggio a lungo.

Nella preoccupante diagnosi che lei sta delineando non ha ancora parlato della questione della pubblica amministrazione.

Volevo evitare di recitare la litania del declino: l’amministrazione inefficiente, la mancanza di infrastrutture, le difficoltà per creare un’impresa, la mancanza di riforme per la concorrenza, le carenze degli investimenti in ricerca e sviluppo. Sono cose che sappiamo. Volevo insistere su una causa più profonda: siamo un popolo fondamentalmente ignorante. Abbiamo pochi universitari – per i quali spendiamo relativamente meno di quanto avvenga negli altri paesi – e quei pochi che abbiamo, e che arrivano alla laurea, non sono poi a un livello eccelso.

Siamo ignoranti: questo è un punto capitale. Osservando le statistiche dei Paesi Ocse relative al dopoguerra, balza subito agli occhi l’impressionante risalita della Corea del Sud, che oggi ha raggiunto uno standard simile a quello americano, pur partendo da posizioni molto più arretrate delle nostre. Come si fa a muovere una scalata del genere? Quali fattori culturali possono innescarla?

Potrei citarle un ricordo: quando ero uno studente del Mit, il Mit era popolato da studenti coreani, proprio come oggi è popolato da studenti cinesi. Credo che la differenza sostanziale che divide la scalata coreana dalla battuta d’arresto dell’Italia sia nella mancanza di incentivi: gli italiani che hanno compiuto i propri studi all’estero non sono incentivati a tornare. E qui entra in gioco nuovamente il disastroso problema del sistema universitario italiano. Con un sistema industriale che non è riuscito a generare una domanda di capitale umano qualificato, infatti, l’Italia si trova in una sorta di circolo vizioso: il sistema industriale non si sposta verso produzioni ad alta tecnologia perché mancano le risorse umane, e le risorse umane non si creano perché manca la domanda da parte del settore industriale e da parte dell’università. Il grande progetto dovrebbe essere la rottura di questo circolo vizioso, rottura che può realizzarsi rafforzando il sistema di istruzione a partire dalla scuola media superiore e attuando politiche non settoriali, ma orizzontali di sostegno reale alla ricerca. Oggi la ricerca è incredibilmente sotto-finanziata.

Come andrebbero spesi, perché siano efficaci, gli investimenti pubblici per la ricerca?

Probabilmente lo strumento più semplice e più efficace è quello dello sgravio fiscale perché ha un carattere di automaticità e non discrezionalità che lo rende più trasparente. Ma va pure considerata la necessità che sia un provvedimento permanente: la tecno-Tremonti, da questo punto di vista, è stata inutile perché nessuna impresa si lancerà mai in un programma pluriennale di investimenti nella ricerca in base a uno schema fiscale che prevede una riduzione una tantum. È necessario, invece, dare alle imprese la certezza di un quadro incentivante di medio-lungo periodo, ovvero di una riduzione sostanziale, ben finanziata e pluriennale. Bisognerebbe, poi, evitare situazioni in cui sia un burocrate del ministero a decidere quale settore sia più meritevole: deve essere il mercato a decidere. Il governo potrebbe comunque incentivare la creazione di consorzi, soprattutto per piccole e medie imprese.

Sembrerebbe che, rispetto al problema della costruzione di un programma che riguardi la cosiddetta “missione italiana” nel mondo, lei tenda a ridimensionare quell’intreccio di beni culturali, gusto, design e prodotti tipici che è, in realtà, un fattore di grande influenza sulla nostra economia.

Si tratta di risorse importanti che vanno difese e, a questo proposito, credo che il lavoro che viene svolto in questo senso nelle sedi internazionali debba essere continuato e rafforzato. Ci sono molti altri prodotti, però, che non usufruiscono dei vantaggi legati al marchio: molte piccole e medie imprese lavorano su commissione e creano prodotti pregevolissimi i quali restano, tuttavia, senza marchio. Alcune proposte di legge, che sono già state avanzate e che giacciono in parlamento, propongono di favorire, anche attraverso degli strumenti fiscali, consorzi di imprese che consentano alle aziende di associarsi sia per poter affrontare i mercati esteri, sia per ottenere una protezione di marchio e di brevetti.

Dal punto di vista dei beni più propriamente culturali, abbiamo un patrimonio di indiscutibile valore che va da Pompei agli Uffizi. Si potrebbe calcolare il valore potenziale che questi beni assumono oggi che centinaia di milioni di persone con reddito medio alto – una quantità impensabile solo vent’anni fa – possono permettersi un viaggio in Italia?

Ci sono trecento milioni di persone con reddito medio alto in Cina e altrettante in India. La cosa dovrebbe farci riflettere: esistono molti modi per attirare queste persone in Italia. Se pensiamo solo a come la Spagna meridionale sia riuscita a integrare il turismo medio-alto con il turismo culturale possiamo trarne un’utile lezione perché anche in Italia si può trovare il modo. Eppure, di nuovo, da buon ex-marxista, suggerirei di guardare alla struttura e la struttura è quella di un popolo che è ancora poco educato rispetto ai suoi concorrenti. Un popolo meglio educato riuscirà a trovare nuove strategie di investimento che permetteranno all’Italia di posizionarsi meglio nel processo di internazionalizzazione. È questa la cosa fondamentale.

Si può essere competitivi anche nelle industrie alimentari, nel baby food o nei surgelati: tuttavia nel nostro paese queste industrie, che potevano essere collegate al marchio italiano e avevano una buona base di partenza sono state trascurate. Come mai? Perché ci manca la forza di penetrare nei mercati stranieri? Anche questo dipende dall’università?

Non solo. Ritengo che il problema dell’istruzione nasca già con la scuola media superiore. Alcuni licei possono anche essere decorosi, ma in generale l’istruzione italiana versa in uno stato piuttosto disastrato. Tra l’altro, la riforma Moratti, va, a mio parere, nella direzione opposta a quella auspicabile: di fronte a un mondo in continuo cambiamento, non è opportuno obbligare la gente a scegliere da subito il proprio mestiere, sarebbe necessario, invece, garantire una preparazione generale con delle basi di conoscenza globale che permettano di adattarsi con flessibilità ai cambiamenti dell’economia mondiale. La scuola dovrebbe offrire flessibilità mentale, non una preparazione specifica, che verrà, comunque, offerta successivamente dalle imprese e che rischia, a lungo andare, di risultare obsoleta. Anche il sistema scolastico tedesco dovrà affrontare questo problema, mentre se guardiamo al modello americano, in questo caso, la scelta viene ritardata all’inizio dell’università e la scuola fornisce una preparazione molto generale e molto flessibile.

Qual è allora la direzione principale di cambiamento da introdurre nell’università?

L’università ha bisogno di riformare radicalmente i sistemi di reclutamento successivi. Le università devono differenziarsi, devono essere in grado di chiamare le persone migliori, non sulla base di un sistema di controlli ma sulla base di un sistema di incentivi. Il primo passo da compiere sarebbe l’abolizione del valore legale del titolo di studio. A quel punto le università potrebbero presentarsi sul mercato e gli studenti potrebbero scegliere l’università che offre loro un prodotto migliore. Questo incentiverebbe le università a chiamare a collaborare i docenti migliori e, semmai, a remunerarli in maniera diversa sulla base del contributo che essi offrono all’università. Penso, poi, che si potrebbe lasciare alle università migliori, e a quelle che lo volessero, la possibilità – e questa è una proposta di Nicola Rossi e Gianni Toniolo su «Italiani Europei» – di trasformarsi in fondazioni che competano sul mercato per i migliori docenti e i migliori studenti, offrendo la migliore preparazione. Anche l’educazione oggi è un mercato e come tale va trattata, perché trattarla come uno strumento protetto non è servito, anzi ha fatto sì che il sistema italiano arretrasse rispetto al resto del mondo.

 

 

 

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