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313 - 19.01.07


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C’era una volta il mito
della buona provincia

David Bidussa


 

Questo articolo è tratto da Il Secolo XIX

Intorno alla vicenda di Erba è probabile che la sensazione della violenza gratuita oppure dell’eccesso d’ira costituisca l’elemento scenografico più forte di tutti. Alla fine, dunque, la collera, per molti forse inspiegabile, magari essenzialmente gratuita, rimane il vero attore principale di tutta la sceneggiatura.


Molti hanno insistito sulla banalità del male, un rapporto sproporzionato tra causa e atto e soprattutto dell’irrilevanza che ha avuto la percezione della violenza nel profilo personale di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Altri hanno insistito sul tema della vicinanza, delle liti fra vicini facendo un gioco di scala e ricordando come proprio le liti fra vicini abbiano generato nel corso dell’ultimo secolo gli stermini (le guerre balcaniche, o il genocidio in Rwanda) e i conflitti duraturi (è il caso del conflitto isarelo-palestinese).
Tutti aspetti autentici, certamente presenti nella scena di Erba. Tuttavia ci sono altri elementi inconfessati che dobbiamo prendere in considerazione. Sullo sfondo molti hanno ricordato le certezze che hanno caratterizzato le prime 48 ore dalla scoperta del delitto: la convinzione profonda che quella violenza fosse espressione di una potenza aliena, propria di qualcuno che non viveva lì. Meglio che non era nato lì.

E’ questo un aspetto che è stato valorizzato poco o che è stato valutato solo a proposito di un’accusa poi caduta. Eppure allude ad un dato su cui sarebbe bene riflettere. Questo dato della diffidenza, infatti, di là dalla questione della xenofobia, o del razzismo latente, chiama in causa un dato più profondo della condizione collettiva: quello della comunità e soprattutto del piccolo villaggio come luogo protettivo rispetto ad un mondo esterno ignoto e temibile.
Non è una novità. In questi due ultimi decenni altre scene di delitto agghiaccianti hanno scatenato identiche movenze: sconcerto per la violenza, futilità o comunque governabilità di quei sentimenti che invece la fanno esplodere in forma incontenibile, convinzione che quella violenza nascesse altrove; scoperta che invece essa nasceva lì, spesso all’interno della famiglia. Ripercorriamo alcune di quelle scene.

E’ la sera del 17 aprile 1991 Pietro Maso, assieme con tre amici, uccide i propri genitori nella villetta di Montecchia di Corsara, provincia di Verona. Dopo, simulano una rapina e poi vanno in discoteca. A portare i carabinieri sulle tracce degli autori del delitto, qualche giorno dopo, sono proprio le due sorelle di Pietro, le quali scoprono che dal conto della madre erano stati prelevati 25 milioni con un assegno recante la sua firma contraffatta. Era stato proprio per evitare che i genitori se n’accorgessero che Pietro Maso aveva deciso di ucciderli.
Novi Ligure, 21 febbraio 2001. Sono da poco passate le 20.30, quando una ragazzina urlante, in preda al panico, esce di corsa dalla villetta di Via D’Acquisto 12, nel quartiere periferico di Lodolino. A chi la soccorre, la ragazza, Erika de Nardo, 16 anni, racconta tra le lacrime che due uomini, probabilmente degli albanesi, penetrati nella villetta hanno massacrato a coltellate la madre ed il fratellino, mentre lei, dopo una colluttazione con uno degli assassini, è riuscita miracolosamente a fuggire. Poco dopo Erika chiama con il cellulare il suo fidanzatino, Omar Mauro Favaro, 17 anni, che la raggiunge immediatamente. Saranno sufficienti 48 ore per smontare questa versione e scoprire un’altra verità.

Il delitto di Erba ha molti tratti in comune con questi due scenari. Soprattutto invita a sbarazzarci di una convinzione profonda. Quella del paese piccolo non violento, comunitario, accogliente, in opposizione alla realtà urbana anonima, alienata, angosciante. Diversamente: un circuito “caldo” e dunque protettivo alternativo a una realtà “fredda” e non comunicativa, soprattutto nelle sue periferie “violente”.
A differenza di quelle nel paese piccolo a forte impronta comunitaria entrano in gioco altri conflitti spesso inconfessati. Conflitti protetti dalla comunità, talora anche occultati, destinati nel tempo ad esplodere con violenza che appare inspiegabile, ma che ha un solido fondamento.

A lungo nella vicenda italiana Strapaese (nome di un movimento artistico a partire dal terzo decennio del ‘900 si proponeva di valorizzare aspetti positivi della vita contadina e provinciale, ndr) ha segnato il sogno del ritorno alla natura, la riscoperta di un’Italia virtuosa, serena, tranquilla. E’ stato così anche per quel richiamo nostalgico che è stato propagandato con le sirene del “piccolo è bello”, della comunità “accogliente” oppure l’elogio del “naturale”. Da molto tempo non è così. Forse non lo è mai stato. In ogni caso i fatti di Erba dicono che è meglio togliersi quest’illusione dalla testa.

 

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