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312 - 28.12.06


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Quando il velo va di moda,
e la religione non c’entra

Alessandro Lanni


RABAT – “Abbasso la tolleranza”. In Marocco, il desiderio di distinguersi tanto dal fondamentalismo islamico in crescita quanto dal modello occidentale passa anche attraverso uno slogan provocatorio come quello strillato da Tel Quel, importante settimanale marocchino, d'orientamento peraltro progressista. La periferia ovest del Mediterraneo è una terra di confine, presa in mezzo tra una marea integralista che cresce (il Partito della giustizia, la formazione islamica nata nel 1998 è al momento al terzo posto in Parlamento) e i tentativi timidi di modernizzazione per diventare una società più aperta. L'islamismo è una minaccia ma i valori occidentali non li vuole accettare nessuno a scatola chiusa. La società si muove, non è ancora chiaro in quale direzione. Ma si muove.

Prendiamo il velo, indumento simbolo in agenda ai primi posti nel mondo islamico e da noi. Un ministro egiziano lo vuole eliminare perché i capelli delle donne sono come le rose che nessuno si sognerebbe di nascondere; l'Olanda vieta il burqa; da noi ci si pensa e forse non entrerà nelle scuole. In Marocco, qualche settimana fa una sindacalista ha denunciato il comportamento della compagnia aerea di bandiera (la Royal Air Maroc) che avrebbe fatto pressioni sulle sue dipendenti affinché nessuna lo indossasse. Altre aziende l'hanno seguita sollevando polemiche in un paese indeciso sulla strada da prendere. Eppure, lo stesso Tel Quel contrappone a questa “hijabfobia” (l'hijab è il velo più liberale) una nuova “tendenza hijab” soprattutto tra le ragazze.

Nella Medina di Rabat, a passeggio lungo le mura giallo ocra, le adolescenti indossano il foulard sui capelli con disinvoltura e, soprattutto, sono molte più delle donne tra i quaranta e i cinquanta. Un mondo al contrario, si potrebbe dire guardandolo da qua. Una rivoluzione in senso inverso. Un po' come se nel nostro di mondo fossero state le madri a combattere per l'emancipazione femminile nel Sessantotto e le figlie a ostacolarla. Oppure come se i vestiti neri tradizionali di un nostro sud che quasi non esiste più fossero indossati dalle ragazzine mentre mamme e nonne girassero in jeans.
Perché la direzione del costume in Marocco sembra camminare fuori squadra, almeno agli occhi dell'occidentale? Una domanda che è una crepa per la nostra rappresentazione monolitica dell'identità islamica. Ma alla quale pure qui, nel regno di Mohamed VI, si fa fatica a rispondere.

Si dice – per esempio, nelle analisi sui nostri giornali – che le ragazze tornino a indossare l'hijab (in arabo “ciò che nasconde”) perché insoddisfatte dell'Occidente oppure perché influenzate da un certo integralismo islamico. Oppure, anche qui la società “postsecolare”, per dirla col filosofo Jürgen Habermas, sta arrivando come da noi. Chissà.

Al centro congressi di Skhirat, a una ventina di chilometri da Rabat, si svolge la Giornata mondiale della filosofia organizzata dall'Unesco. In platea, ci sarà qualche centinaio di persone, di cui una cinquantina di giovani, tutti con la targhetta etudiant. Tra le ragazze, la maggior parte indossa vezzosi fazzoletti stretti stretti a coprire i capelli. Alcuni veli sono arancio quasi fosforescente o rosa shocking; c'è chi li tiene fermi con mollette colorate o belle spille vistose. Chi addirittura ci abbina un tailleur o il vestito dello stesso colore. Si nascondono le chiome ma si vuole che quello che le copre si veda e piaccia.
Questo revival del velo tra le giovani, anche quelle dell'élite, non è un caso dicono le signore marocchine, capelli corti e molto savoir faire, che hanno combattuto in passato per scegliere come presentarsi in pubblico. Eppure, neanche loro sanno bene come prendere il fenomeno.

“Per ora, si tratta di una questione perlopiù culturale. La maggior parte delle ragazze non lo indossa per motivi religiosi. Almeno per quanto riguarda le adolescenti. Nelle università, il fenomeno è diverso, c'è più consapevolezza in chi indossa il velo”. Dice così Khadira Assadi, cinquantenne, consigliere per la comunicazione di una Ong e con le idee ben chiare. Ci sarebbe la tradizione a giocare un ruolo, insomma. “Percepiamo l'immagine che avete di noi musulmani – prosegue Assadi – tutti uguali, senza differenze, incapaci di divertirsi. Questa immagine molto rigida e superficiale sta creando il terreno per l'affermazione della tradizione, e del velo”.

Driss Kattir di ragazze velate ne incontra diverse tutti i giorni. Insegna all'Ecole Normal Superieur, la scuola di formazione per i giovani insegnanti marocchini. “Esistono diverse ragioni – spiega Kattir – per questo ritorno del velo. Da una parte c'è una questione di moralità. Che non c'entra direttamente con la religione, viene prima. Le numerose giovani che hanno scelto di coprirsi desiderano mostrarsi integre moralmente. Un'altra ragione importante per questa nouvelle vague è poi l'immagine della donna che arriva, attraverso le tv satellitari come al Jazeera o al Arabia, da paesi come l'Arabia Saudita, il Qatar e gli altri paesi del Golfo. Modelli forti e vincenti di un'identità alternativa a quella occidentale”.

Tra i giovani c'è invece chi si riferisce al dettato del Corano. Dice Abdelhafid Sanhou, bel ragazzo che adora Eros Ramazzotti, “le donne, in particolare le adolescenti devono portare il velo per proteggersi dagli uomini e nascondere la natura sexy che tutte avrebbero per natura”. Eppure, tra le sue colleghe universitarie ce ne sono alcune che non portano il velo sentendosi lo stesso buone musulmane. E' difficile mettere tutti d'accordo. E neanche il testo sacro riesce ad aiutare. “Il velo non simbolizza per forza l'islamismo”, puntualizza Mohamed Darif, esperto di islamismo e professore di Scienze politiche all'università di Casablanca. “Oggi un gran numero di ragazze sceglie il foulard, senza che esso significhi un’adesione al radicalismo islamico”.
“Credo che dietro questo ritorno del velo – spiega Naima Hadj Abderrahmane, professoressa all'università di Algeri e in viaggio qui in Marocco – non ci sia nessun ragionamento. Le ragazze lo indossano senza pensarci su. Si guardano intorno e vedono l'amica o la sorella e decidono di indossarlo anche loro. Tutto qui”. Tuttavia, le famiglie non si spaccano per il velo. “È considerata una libera scelta – spiega Kattir – esistono famiglie nelle quali alcune sorelle indossano l'hijab e altre no. E tra loro non esiste interferenza”.

Cultura, tradizione, religione, mass media. Si intuisce che un po' di tutto questo spiega perché le giovani tornino all'hijab. Non basta il Corano a spiegare il nuovo boom del velo. Oppure, forse ha ancora più ragioni Nadia Athami, giovane studentessa di Rabat. “Penso che sia solo una moda per molte delle giovani marocchine. In fondo, non c'è né religione né moralità in questa scelta, col velo o senza rimaniamo libere”. Sorride, gira la testa e se ne va col suo elegante hijab nero fermato con una farfalla d'argento.




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