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312 - 28.12.06


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Se vogliamo essere veri mettiamo
in mostra conflitti e discriminazioni

Laura Toscano con
Elisabetta Ambrosi


“La fiction? Non mi sembra che abbia fatto grandi passi avanti da quando ha iniziato a crescere, con la Piovra e Il maresciallo Rocca. La struttura narrativa è rimasta la stessa”. Laura Toscano, scrittrice e sceneggiatrice, è una vera veterana di fiction. Ne ha scritte decine, tra cui alcune di grande successo, come Commesse. Eppure esprime parecchi dubbi sul modo di declinare un genere che in Italia sta assumendo un peso sempre più crescente nel piccolo schermo.

In questi ultimi anni, c’è stato uno sviluppo “abnorme” della fiction televisiva, che gli italiani sembrano apprezzare parecchio. Secondo lei perché?

Perché in qualche modo rispecchia la nostra realtà. O perlomeno, rispecchia la realtà come vorremmo che fosse, che è una cosa molto più sottile. Noi autori facciamo una rappresentazione di noi stessi e la gente in qualche modo vi si riconosce, e questo fa sì che veda volentieri dei prodotti dove la gente non si chiama John o Jane ma Mario e Francesca, dove si ritrovano spazi, strade, abitudini, modi di vivere conosciuti. Naturalmente le persone ci si riconoscono a grandi linee, perché non sempre le nostre fiction rispecchiano la realtà per quella che è.

A questo proposito, non trova che la fiction italiana abbia caratteristiche “pedagogiche” e che sia eccessivamente “buonista”? Molti deplorano l’eccesso di political correctness che in effetti sembra talvolta caratterizzare i suoi personaggi. Cosa che, al contrario, sembra non “affliggere” la fiction americana.

Sì, sono d’accordo sull’eccesso di buonismo. Però credo che la fiction americana sia fintamente dura, perché ha sempre una soluzione a tutti i problemi, un lieto fine, che fa sì, appunto, che tutto sia artificiosamente realistico. La vita è, purtroppo, diversa.

Se pensiamo però a fiction come i Soprano o Six feet Under, per citarne solo alcune tra le tantissime, la differenza con la fiction italiana sembra notevole.

Certo, i Soprano sono duri, ma quel serial appartiene ad una microscopica tranche, perché parla di una diversità – gli italoamericani, gli “altri” – per cui è più semplice fare quella tipologia narrativa. Naturalmente, non voglio toglier merito agli americani, che sono stati precursori da questo punto di vista ed hanno una grandissima scuola. Tuttavia, va ricordato che noi abbiamo una grande tradizione di romanzo popolare, nata in Europa (penso al feuilleton e ai romanzi popolari dei grandi autori italiani e francesi). Questa, secondo me è la nostra provenienza. Di conseguenza, abbiamo un altro modo di raccontare, proprio come la nostra letteratura è diversa da quella americana, e rispecchia più la nostra cultura e il nostro modo di vivere. I nostri riferimenti sono il neorealismo e la commedia all’italiana.

Quindi lei non riscontra un eccesso di sentimentalismo?

Sì, certo, questo non lo nego. Vorrei però aggiungere due cose: primo, che mostrare immagini più dure, come fanno gli americani, non necessariamente rende le fiction più realistiche; secondo, che noi abbiamo dei freni, una sorta di autocensura, dovuta al fatto che da noi ci sono fasce protette che coprono un arco di tempo molto lungo per cui noi non possiamo andare in direzioni diverse, sia per linguaggio sia per immagini. Detto questo, non solo la sostanza della fiction è troppo buonista, ma diciamo anche che la fiction non ha fatto passi avanti da quando ha cominciato a crescere – penso alla Piovra e al Maresciallo Rocca. Siamo ancora lì a fare le stesse cose, a “copiarci” l’uno con l’altro e questo ovviamente incide sui contenuti, perché quando il tipo di racconto è ossessivamente uguale a se stesso, non cerca altre strade, altre soluzioni. In pratica, si finge di cercare degli argomenti più incisivi e moderni, ma siccome la struttura narrativa resta quella, ferma sempre sulle stesse posizioni, tutto diventa vecchio. Insomma, se dovessi domani fare una fiction di fantascienza, dovrei mettere sulla luna la nonna, il papà, il nipote, etc. Alla fine tutto si risolve con un “volemose bene” finale.

Cosa pensa del consistente filone di fiction religiose?

È uno dei filoni, non lo giudico, ma trovo normale, visto che viviamo in un paese tutto sommato cattolico, che si sia stimolati dai racconti di vite particolarmente agiografiche. La storia dei santi, la cui vita è sempre interessante, c’è sempre stata, tanto più in Italia dove la religione ha avuto un grandissimo peso, sia per parlarne bene sia per parlarne male. Per cui è chiaro che se uno vuole andare sui grandi numeri va a mettersi nella posizione più comoda e racconta o la vita di un papa o di un santo.

In che modo la fiction italiana è riuscita a rispecchiare la nostra realtà sociale? Non trova che alcuni personaggi, come quelli omosessuali o immigrati, contribuiscano felicemente all’integrazione?

Non ne sono sicura. Anzi, mi sembra che la cosa più grave e più finta – ed è un errore che ho fatto anch’io con la mia coppia di gay, che convivevano amabilmente senza traumi, in Commesse – sia quella di non mostrare problemi e conflitti. Se uno deve raccontare quella che è la situazione di una coppia gay sa benissimo che in genere essa è discriminata (non parliamo poi delle coppie lesbiche). Invece i gay sono raffigurati come simpatiche macchiette. In questo senso la fiction non rispecchia la società italiana né i suoi cambiamenti. Lo stesso vale, a maggior ragione, per gli extracomunitari, che solo in piccolissima percentuale sono accettati e vivono una vita “normale”, ma il più delle volte subiscono terribili discriminazioni. Se non raccontiamo questo, noi chiudiamo gli occhi e ci raccontiamo la vecchia bella favola che gli italiani erano buoni e non erano colonialisti. E non affrontiamo la realtà dello sfruttamento così com’è. Per questo ho fatto Marcinelle, per raccontare quando noi eravamo gli sfruttati e i reietti.

A proposito di Marcinelle: oltre al filone “religioso”, c’è stato anche un gran proliferare di fiction storiche. Non pensa tuttavia che raccontare la storia con una fiction si esponga a dei rischi, primo tra tutti quello di strumentalizzazioni politiche?

Io ho fatto alcune fiction storiche, cercando però sempre all’interno di esse un filone narrativo che mi permettesse di raccontare una certa realtà, su cui comunque mi sono sempre molto documentata. Io credo che la fiction possa essere storica, oppure contemporanea, ma l’importante è che sia onesta. Uno vede subito quando una fiction è disonesta, quando è predicatoria, poco sincera, non attinente alla realtà dei fatti che racconta. Allora io farei un distinguo, non tra generi ma tra buona e cattiva fiction, perché possiamo fare tutto, purché ci sia onestà, appunto, e poi, ovviamente, anche professionalità.




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