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312 - 28.12.06


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Sguardi sulla nuova Europa

Fabio Amato


La nascita della più grande federazione economica del mondo e le conseguenze che questa avrà su un nuovo multilateralismo internazionale. Alla nuova Unione europea a 27, che nascerà il prossimo primo gennaio con l'inclusione di Romania e Bulgaria, è dedicato il IV rapporto annuale della Società geografica italiana, presentato lo scorso 5 dicembre. Curato nella sua parte principale da Tullio D'Aponte, ordinario di Geopolitica economica all'università Federico II di Napoli, il testo guarda indietro alla storia dell'Europa unita e si affaccia al 2007, quando i due nuovi ingressi completeranno, di fatto, la sovrapposizione geografica tra la cartina d'Europa e l'Unione politica.

Dal trattato di Roma a Maastricht, dall'Euro all'Unione a 25, la storia recente d'Europa è un avvicendarsi di accelerazioni e rallentamenti. Proprio l'ultima delle tappe citate è vista come il passo fondamentale per la ricostruzione dell'identità europea, orfana di unitarietà sin dalla spartizione dei blocchi decisa a Yalta. Identità comune a tutt'oggi ritenuta lontana - ancorché avvantaggiata dalla saldatura, domani anche geografica, con la Turchia - il cui successo si basa, secondo gli estensori del rapporto, sul superamento della “geografia dei divari”. Vale a dire l'approccio a una politica regionale che sul territorio costruisca la realtà economica di una comunità passata in pochi anni da 370 a 500 milioni di europei. Avvicinando i grandi centri alle periferie e alle frammentate comunità rurali.

Oggi la popolazione dell'Unione è infatti condensata per il 40% in un'area - pari al 20% del territorio - che si estende tra le metropoli di Londra, Parigi, Monaco e Amburgo e concentra in sé il 50% del prodotto interno lordo. Laddove, al contrario, le aree a maggiore depressione sono concentrate nell'Europa meridionale e nelle zone ex-sovietiche, con tassi di disoccupazione al di sopra del 20%. Per questo il rapporto inquadra nelle infrastrutture e nei sistemi di comunicazione una risorsa per contribuire ad uno “sviluppo policentrico”. In questo senso gli interventi sugli euro-corridoi, che toccheranno da vicino anche i due nuovi ingressi. La Bulgaria, grazie all'avvio della fase operativa del corridoio VIII. E la Romania, attraversata dalle direttrici 4, 7 e 9.

Diverso discorso merita l'evoluzione industriale. Se da un lato la “vecchia” Europa tende ad una generalizzata de-industrializzazione a vantaggio di servizi ad alto valore aggiunto e innovative attività finanziarie, proprio gli ultimi ingressi nell'Unione hanno registrato i maggiori incrementi produttivi. Lituania (+14,8%), Irlanda (+14,7%), Estonia (+10,5%) e Polonia (+8,5%) in testa, mentre l'Italia rimane il maggiore produttore europeo di beni di consumo non durevoli, con la più alta concentrazione di imprese addette alla lavorazione del cuoio e pelli.

Al nostro Paese e alla “sfida” per la competitività che è chiamato a sostenere all'interno dell'Europa è dedicata forte attenzione. In particolar modo, il rapporto indica nel consolidamento del marchio italiano il fattore di maggiore successo futuro. Spostando l'attenzione dal “made in Italy”, ad un più fruttuoso “made by Italy”, in grado di combinare l'apporto ideativo italiano e superare “le scorciatoie del decentramento produttivo”.
Mentre la geografia del nostro capitalismo in Europa disegna contorni più o meno chiari. Bene il numero delle imprese che investono all'estero, decuplicato in un ventennio. Bene anche il valore delle partecipazioni cresciuto di otto volte. Ad attirare il denaro italiano è in particolare la Cina. All'inizio del 2005 erano 400 le imprese italiane che vi operavano, al 98% impegnate nella manifattura. Al contrario vanno contraendosi gli investimenti del tricolore in America latina, mentre il ritardo e la scarsa propensione alla ricerca sono il principale fattore degli investimenti irrisori nei settori dell'informatica, delle telecomunicazioni e nell'elettronica.

Anche per questi motivi è proprio sui paesi neomembri che si concentrano le maggiori aspettative commerciali. Piccolo ad oggi l'impatto economico – i paesi dell'Est rappresentano il 4% del Pil complessivo dell'Unione – il rapporto ipotizza che in 20-30 anni i nuovi europei raggiungeranno un peso economico proporzionato alla dimensione demografica e allo standard comunitario. Principali beneficiari di questa nuova apertura dei mercati sarebbero Germania e Austria, che oggi concentrano le maggiori quote di export verso Est, mentre per l'Italia - assieme alla Grecia – la prospettiva è una boccata d'ossigeno per l'industria in ritardo di innovazione, che ad Est troverà una base produttiva dai costi contenuti ma qualificata tecnologicamente. Allo stesso modo ci si aspetta un imponente spostamento di capitali finanziari, incoraggiato – nel bene e nel male – da un “dinamismo finanziario” che, soprattutto in Bulgaria, già oggi tocca il 10% del Pil.

Ma è sul versante politico, prima ancora che economico, che la Società Geografica appunta il valore dell'Unione a 27. In primo luogo per la vicinanza culturale e il contributo che i più “sovietici” dei paesi ex-sovietici potranno dare alla politica dell'Europa verso la Federazione russa. Secondo e direttamente conseguente il beneficio che questa novità diplomatica potrebbe portare nella facilità di approvvigionamento energetico sulle rotte caspiche del petrolio e del gas.




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