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312 - 28.12.06


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Fiction tv e integrazione:
impariamo dal cinema Usa

Giuliano Amato con Elisabetta Ambrosi


“Impariamo dal cinema americano. Io mi schiero a favore di Butta la Luna”, dice il Ministro degli Interni Giuliano Amato. Commentando “a freddo” le polemiche piovute sulla produzione Rai dedicata all’integrazione di una coppia di nigeriane nella società italiana, Amato aggiunge: “La fiction ha una forza conformativa, aiuta cioè a formare un nuovo senso comune. Ha una funzione pedagogica. E questo spaventa solo gli ideologi del pierinismo. Perciò, se c’è una fiction che serve a dimostrare che chi viene dall’Africa non è cattivo, di per sé ha assolto una funzione”.

Lei ha detto recentemente che la scuola è fondamentale per l’integrazione, ma che anche i media lo sono. Ma si può davvero pensare di “modernizzare il paese a colpi di fiction”, come qualcuno ha scritto?

Rifuggo da queste domande, perché sono sempre paradossali. Infatti, se uno afferma: “Guardate, l’insalata è buona e fa bene”, io trovo un po’ un fuor d’opera che arrivi qualcuno che domanda: “Davvero si può crescere un neonato fin all’età dello svezzamento ad insalata?”. È ovvio che la risposta è no, ma non c’entra niente con il fatto che l’insalata è buona e fa bene. Allora, sono tanti e diversi i fattori che concorrono all’integrazione e alla capacità di stabilire rapporti tra diversi: vanno dal modo in cui si vive la religione, al modo in cui sono conformati i quartieri, al tasso di criminalità che riguarda l’una o l’altra delle comunità che si trovano a convivere tra di loro, infine al peso di potenti fattori esterni come sono l’esistenza di centrali e figure simboliche, odiate o amate, che possono essere ricondotte a talune delle minoranze. Quindi è chiaro che in teoria la fiction di fronte ad altre cose più influenti può addirittura scomparire. Tuttavia essa è molto importante.

Come lo è stata, ai suoi esordi, la tv?

Proprio così. La televisione ha dimostrato di essere fondamentale per tante ragioni. Non voglio qui rievocare la polemica che fu aperta nei confronti di Tullio De Mauro quando sostenne che la televisione era stata un fattore potente di omogeneizzazione linguistica del paese e qualche bello spirito saltò fuori a dire: “Ma davvero per diffondere l’italiano serve la televisione? Benissimo, allora chiudiamo la scuola”. Sono domande che servono ad unilateralizzare il paradosso e non aiutano a discutere. Anche se non mi voglio arrabbiare contro chi le pone, si tratta di una cosa che intellettualmente mi provoca una reazione fortemente irritata: è il pierinismo intellettuale, che non sopporto. Faccio un altro esempio, che mi tocca in modo particolare: ci siamo accorti che le sfilate di moda hanno contribuito notevolmente all’anoressia. Ora, qualcuno verrà sicuramente a dire: “Cosa c’entra?”. Certo, so bene che altri fattori concorrono a questo male, però si sta cercando di fare in modo che le sfilate di moda non siano tra i fattori che alimentano l’anoressia. Quindi, anche la fiction può essere importante perché, intanto, viene vista ed ha una sua forza conformativa, che può essere messa al servizio anche di cause positive.

Non si rischia comunque un eccesso di “pedagogismo”?

Una delle grandi qualità del cinema americano, che è il migliore del mondo, in termini industriali e per la qualità artistica dei suoi prodotti, sta nel fatto che è un cinema che – come è proprio della cultura americana – ha dentro di sé un humus pedagogico e lo ha utilizzato. Ecco, io mi schiero a favore di questo humus. Ciò detto, esso – è il punto più delicato – non si deve esprimere soltanto nel far emergere che anche gli altri sono esseri umani, che il nero ha delle caratteristiche che non lo candidano ad essere il nostro schiavo del film Via col vento; ma implica che vengano messi a nudo i difetti degli altri.

Questo però non sempre avviene. Alcune delle critiche a Butta la luna riguardano ad esempio un eccesso di buonismo e di retorica nei confronti delle figure di colore.

Considero la political correctness una delle somme espressioni del sentimento di disuguaglianza degli esseri umani: essa equivale a dire: “Ho tanti complessi nei tuoi confronti che non oso neanche dirti che hai una caccola che esce dal naso”. Tuttavia, se c’è una fiction che serve a dimostrare che chi viene dall’Africa non è cattivo, di per sé ha assolto una funzione: ma non può essere l’unica. Cioè, se io dovessi fare un piano, includerei quella fiction, ma mi sentirei “nauseato” se le facessi tutte così. Una serve, ma servono nondimeno quelle che mettono in evidenza, senza cattiveria, i difetti degli altri, come quelli degli indigeni, cioè i nostri.

Restando sempre sul tema dell’immigrazione: di fatto fiction e tv (con qualche eccezione), fanno raramente vedere gli ostacoli che gli extracomunitari incontrano di fronte alle attuali norme legislative, in particolare quelle che prevedono il soggiorno nei centri di permanenza e il rimpatrio.

Questo, quando accade, non è buona cosa, perché le difficoltà e anche le asprezze, talune delle quali inevitabili, delle norme sugli ingressi, non vanno omesse. Di fatto, chi arriva clandestinamente viene portato in un centro di accoglienza o in un centro di permanenza temporaneo. Poi, dal momento che è entrato illegalmente, viene restituito al paese di provenienza: ma molti finiscono per rimanere, perché se non li si può restituire, se cioè non hanno documenti e il paese di provenienza è dubbio, continuano a risiedere nei centri per 60 giorni, dopo di che viene loro intimato di allontanarsi dall’Italia. Ma l’ordine non è assistito da un accompagnamento vero e proprio, perciò può essere in concreto disobbedito. Molti spariscono, molti vengono ripescati, poi processati per violazione di quell’ordine. E lì comincia una sarabanda infernale di carcere, liberazione, re-immersione nel nero. Questo è un capitolo importante dell’immigrazione clandestina, perché genera un girone di dannati, che si sta allargando in tutta Europa.

Può anticipare, in proposito, i contenuti del suo disegno di legge in materia di immigrazione?

No, perché ancora non esiste, abbiamo appena finito di incontrare le associazioni di volontariato. Il disegno di legge nascerà tra la fine di dicembre e gli inizi di gennaio. Ma quello che posso dire è che, indiscutibilmente, esso non avrà più alcune delle autentiche vessazioni che la legge Bossi-Fini prevede, vessazioni di cui hanno preso atto anche molti parlamentari del centrodestra. Di certo, però, non farà venir meno l’illegalità dell’ingresso clandestino. Non c’è sentimento di bontà e di umana solidarietà, che chiunque prova vedendo questa gente stipata nelle barche, che possa prevalere sul fatto che accoglierli come se avessero un permesso di soggiorno significa dire alla criminalità organizzata che lucra su questi viaggi: “Continuate pure”.

L’ingresso illegale, però, talvolta è l’unica strada per entrare.

Questo è vero solo per gli immigrati che vengono da paesi che giustificano l’asilo politico, come gli eritrei. Ma in moltissimi casi, se funzionasse meglio, l’immigrazione legale potrebbe essere praticata: è che spesso si è indotti a quella clandestina un po’ per ignoranza, e un po’ perché effettivamente l’immigrazione regolare è molto complicata. Allora ci si affida al primo mascalzone che dice: “Dammi duemila dollari che ti ci porto io”. Poi magari ci lasciano la pelle, o nel deserto o nel Mediterraneo. Questo va tenuto presente, perchè non ci si può commuovere per tanti morti e poi continuare a favorire i viaggi in cui queste morti avvengono. Insomma, si può essere buoni ma non contraddittoriamente buoni: anche nella bontà ci vuole coerenza.

 


 


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