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311 - 08.12.06


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Mondo precario

Luca Salmieri con
Elisabetta Ambrosi


La divisione tra tempo produttivo e tempo libero che salta, lavoro a tutte le ore, la sera come nei week end, le agende impazzite, i figli lasciati a destra e sinistra, e soprattutto i pochi, pochissimi soldi che non bastano mai: questa la fotografia che Luca Salmieri, sociologo alla Sapienza di Roma, fa di un campione di coppie napoletane, tutte con un contratto di lavoro atipico.

La prima domanda riguarda il valore del suo campione: non è troppo ristretto? E inoltre il napoletano non è un’area peculiare, già precaria di per sé?

Certo, per questo ho cercato di mettere le mani avanti, sottolineando che su questa ricerca non vanno costruite delle visioni che riguardano tutta l’Italia. Sicuramente, però, se ne possono ricavare delle indicazioni su come sia effettivamente la vita quotidiana di chi, nonostante la precarietà, ha composto una famiglia, perché ha dei figli o è sposato (o convive da tempo). Si tratta di osservazioni non di tipo statistico, ma fenomenologico, per così dire. Ad esempio, non si può affermare che malgrado il lavoro atipico in Italia ci si sposa e si fanno figli lo stesso, perché noi non conosciamo le motivazioni di tutte quelle persone che hanno scelto di non farlo. In questo senso, si dovrebbero prendere due campioni grandi, diciamo di mille persone ciascuno, di coppie normali e di coppie flessibili, e vedere le differenze. In breve, non possiamo fare inferenze generali dal mio campione. Ma il mio obiettivo era infatti quello di raccontare le conseguenze della flessibilità nell’organizzazione familiare e nell’intimità.

Lei sottolinea a più riprese che essere flessibili non significa necessariamente essere atipici. Perché?

Sono anni che a livello mondiale si mette in luce il fatto che oggi tutti sono chiamati ad avere un approccio di lavoro diverso rispetto a quello che si aveva trent’anni fa, quando o si era impiegati o si era operai e ognuno era responsabile per un particolare processo di lavoro, così che la sua competenza iniziava e si fermava in punto preciso. Oggi non è più così, indipendentemente dai contratti. Questo non vuol dire che i contratti atipici non abbiano alcuna giustificazione, perché nascono da alcune esigenze, in quanto sono legati all’andamento del mercato: per cui se un’azienda ha bisogno di variare il numero di lavoratori difficilmente si può accusare di ingiustizia. Tuttavia, proprio da un punto di vista di giustizia del lavoro, molti sostengono che proprio quelli che hanno dei contratti brevi dovrebbero essere pagati di più, perché è come se offrissero una consulenza a breve termine. Come spesso avviene all’estero.

Lei sembra mettere in discussione anche l’idea che i contratti flessibili facciano aumentare l’occupazione.

Riprendendo gli studi fatti a livello europeo, e fermo restando che il paradigma della flessibilità vale per tutti i tipi di lavoratori, ciò che metto in discussione è che la deregolamentazione sia uno strumento per aumentare l’occupazione: e per deregolamentazione intendo lo “svuotamento” di tutele dei rapporti di lavoro. Al di là del tipo di contratto, infatti, si è osservato come in tutti i paesi europei i diritti e le tutele dei lavoratori sono diminuiti, perché sono venute meno molte delle regole che sancivano il rapporto di lavoro. Questo perché si pensava che l’Europa fosse troppo rigida: ma, citando degli studi che sono stati fatti, cerco di mostrare come la crescita del tasso di occupazione dipenda da altre variabili.

Un’altra tesi che lei mette in discussione è che la precarietà sia l’anticamera del lavoro stabile.

Sempre basandomi su alcune ricerche, visto che la mia indagine si fonda come ho detto su un campione limitato (è una ricerca quasi “etnografica”), mostro come la vecchia idea secondo cui i contratti atipici favoriscano l’inserimento nel mondo del lavoro (come una sorta di “gavetta”) non regge al confronto con i dati. È vero tuttavia che è difficile confutare il contrario. Per farlo, bisognerebbe prendere delle persone e osservarle nel corso dei dieci anni per vedere che succede; tuttavia, il fatto che aumenti sempre più la quota di persone con un contratto atipico che hanno tra i 30 e i 40 anni, è plausibile affermare che il lavoro flessibile non sia per forza un trampolino di lancio verso il lavoro stabile.

Lei distingue l’esercito degli atipici in diverse categorie.

Proprio a seguito di quanto detto, nasce l’esigenza di non considerarli come una tipologia unica, perché presentano molte differenze, che non sempre dipendono dal tipo di contratto: cioè non si può dire quale contratto dà maggiori garanzie.

Tuttavia il part-time o il contratto a tempo determinato sono più tutelati.

Sì, ma ovviamente il tipo di contratto va incrociato con una serie di variabili sociologiche, perché una cassiera di un supermarket o un contabile di un’azienda possono avere entrambi il contratto a tempo determinato, ma nel primo caso c’è una bassa qualificazione, nel secondo la persona è laureata e ha molte chances in più: quindi la costruzione di questi profili è stata fatta incrociando i contratti con le variabili sociali. E quello che ne è venuto fuori sono, appunto, alcune categorie: i temporanei permanenti, ovvero quelli che de facto hanno una continuità lavorativa abbastanza elevata, anche se le aziende preferiscono rinnovargli il contratto di volta in volta. In questo caso siamo di fronte ad una situazione che consente una programmazione privata, ma che è tuttavia rischiosa nei casi rari in cui il contratto non viene rinnovato, perché le persone, sentendosi in qualche modo al sicuro, non sono state allenate alle flessibilità e alle sue opportunità. Poi c’è il mondo delle collaborazioni, il lavoro cosiddetto parasubordinato, che è un po’ un ibrido: all’interno ci sono infatti quelli con approccio davvero imprenditoriale e i cosiddetti monocommittenti: quest’ultimi, dei veri e propri pseudodipendenti, sono simili per orari e abitudine a un dipendente e quindi aspirerebbero a diventare come i loro colleghi, anche se la loro intensità lavorativa è maggiore; i protoimprenditori utilizzano invece queste collaborazioni per allenarsi a diventare dei veri lavoratori autonomi o in alcuni casi delle piccole imprese.

Poi c’è il part-time.

Sì, anche se non è così diffuso come altrove, e riguarda quasi esclusivamente le donne. Esso consente di istaurare una divisione del lavoro tradizionale a livello di organizzazione familiare, perché c’è la risorsa tempo permette di supplire alla mancanza di una rete di servizi sociali. Anche il part-time ha tuttavia un carattere paradossale: da un lato favorisce un equilibrio, dall’altro lato però è un freno all’emancipazione delle donne, perché anche se è invocato da tutti come strumento di innalzamento dell’occupazione femminile, consiste molto spesso in un lavoro poco qualificato e senza prospettive di carriera. Inoltre, esso è spesso offerto ma non scelto dalle donne: per esempio è molto difficile che una manager possa avere il part-time.

Insicurezza, precarietà, incertezza: come incidono questi aspetti sulla vita di coppia e sulla maternità?

Sulla maternità la questione delle tutele pesa tantissimo, soprattutto quando l’arrivo di un bambino non è pianificato. Con la nascita, infatti, si rafforza il modello tradizionale: l’uomo si sente ancora più responsabilizzato nell’ottenere più soldi o nel cercare la stabilità, così che anche le coppie che sembravano non aderire a dei modelli tradizionali, ripiegano su questo modello: la donna deve stare a casa, anche se culturalmente non ne aveva mostrato i segni, e per uno o due anni diventa una casalinga vera e propria.

Sempre a proposito di maternità, lei parla tuttavia di un atteggiamento “programmatore” oppure da “giocatore d’azzardo”.

Ho visto che ci sono delle coppie, che io ho chiamato appunto giocatori d’azzardo, che al di là dell’età hanno digerito lo stile di vita flessibile, del giorno per giorno; infatti non sposano l’atteggiamento dei cosiddetti programmatori, ma prendono gli eventi in maniera più naturale. Questa distinzione tuttavia era funzionale a mettere in luce che in fondo, al di là delle variabili strutturali, c’è sempre una soggettività, un’isola che, per quanto influenzata da queste problematiche, resta comunque autonoma.

E ci sono anche delle difese che queste coppie mettono in atto…

Sì, molte mostrano di aver positivamente sposato la flessibilità, quindi magari adottano delle situazioni fantasiose (ad esempio se fanno dei lavori intellettuali durante la maternità lavorano da casa): insomma, hanno un atteggiamento moderno, anche se esso ha degli strascichi nella sfera intima della coppia. Ma la cosa fondamentale è che tutti tendono a pensare che questi periodi di difficoltà siano dei periodi di transizione: cioè la molla che non fa rassegnare è quella che porta a considerare come transitoria questa fase di organizzazione familiare.

Ed è così?

Purtroppo molti non si rendono conto che essa è passeggera solo nella loro percezione, perché magari nella realtà il periodo di assestamento dura da cinque o sei anni. Il fatto è che le persone si creano dei paracaduti psicologici, dicono “comunque ci sarà un momento in cui avremo una stanza più grande, una situazione di lavoro stabile, oppure potremo concederci un cinema o una cena fuori”. Tutto questo per accettare una situazione dura dal punto di vita economico e organizzativo.

Una situazione durissima, infatti. Ma la politica non sembra dare alcuna risposta a queste persone. Cosa ne pensa?

Il problema è che si mette nello stesso calderone una serie diversa di situazioni. Volutamente ho scelto per il mio libro il titolo “Coppie flessibili”, e non precarie, perché all’interno di questo universo c’è anche chi, con una serie di difficoltà organizzative, dal punto di vista economico sta bene: si tratta di atipici forti di competenze professionali e relazioni lavorative, che riescono persino a mettere i soldi da parte. Ovviamente sono una minoranza. In ogni caso, la prima cosa da dire è che le politiche devono essere declinate al plurale. Questo significa pensare a rafforzare delle misure che non siano dirette specificamente agli atipici, e quindi non riguardino direttamente il lavoro, ma per esempio diffondere i servizi che possano favorire chi a causa di un lavoro atipico è penalizzato nell’organizzazione della vita quotidiana, come i servizi dell’infanzia. Oggi sono tantissimi i bambini che non rientrano negli asili nido, alla faccia del calo delle nascite.

Va bene. Ma dal punto di vista legislativo?

Già sarebbe un’ottima cosa far rispettare alla lettera la normativa esistente, perché il 30-40 per cento di queste persone ha un lavoro simile ai dipendenti. Infine, cosa ovviamente centrale, occorre estendere a queste forme di lavoro i diritti e le tutele che sono presenti per il lavoro standard. In altre parole: può andar bene che uno ha il contratto di un anno, ma in quell’anno a maggior ragione deve poter contare su giorni di malattia retribuiti, sulla vacanza, e soprattutto sulla liquidazione che, come avviene in Danimarca, dovrebbe essere inversamente proporzionale al periodo di lavoro (quanto meno hai lavorato, quanto più è alta la fuoriuscita). Insomma, da un lato andrebbero rispettate le norme per le quali sulle carta si dovrebbe utilizzare il lavoro atipico, dall’altra bisognerebbe rendere più attraente e protetta questa tipologia.

Cosa pensa dell’introduzione di un sussidio di disoccupazione?

Il fatto è che noi scontiamo più degli altri paesi l’introduzione del lavoro atipico perché a causa delle precedenti politiche di welfare abbiamo dei grossi gap. Il problema non è dare un sussidio di disoccupazione all’atipico nel momento in cui passa da un lavoro all’altro, il problema è dare il sussidio di disoccupazione a chi è disoccupato, indipendentemente dal tipo di contratto che aveva prima. Tanto è vero che siamo rimasti solo noi, la Grecia e la Spagna a non prevedere in tutta Europa un minimo di aiuto ai giovani disoccupati. Poi si può discutere su come erogare questo aiuto, ma i modi ci sono: in Inghilterra, ad esempio, bisogna dimostrare che ci si è attivati per trovare un lavoro.

Come giudica l’azione dei sindacati? È vero secondo lei che proteggono solo gli insider?

Il fatto che i sindacati difendano gli insider non è negativa di per sé, perché bisognerebbe tentare di migliorare la situazione equiparando i primi e i secondi, e non tutto il contrario, facendo una democratizzazione dei rischi sociali al ribasso. Sicuramente le organizzazioni sindacali italiane si sono accorte in ritardo di questi lavori e in più anche loro sono cadute nel facile errore di fare tutta un’erba un fascio, cosa che ha reso anche difficile organizzare una trama attraverso la quale farsi portatori delle rivendicazioni e dei problemi di queste diverse categorie. L’altra cosa che mi viene da dire sui sindacati è che in parte sono giustificati dall’estrema individualizzazione del rapporto di lavoro. Prima il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore era meno asimmetrico perché il lavoratore aveva la forza di alcuni diritti collettivi, il contratto, un rappresentante sindacale. Oggi sempre più il rapporto di lavoro sembra uscire dall’ombrello del diritto collettivo ed entrare nel diritto privato. In altre parole, è come se questi contratti fossero dei rapporti commerciali e allora il rapporto di forza diventa molto più asimmetrico, e il lavoratore è sempre più debole.

 


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