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311 - 08.12.06


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Da destra dico: bene se Fini
sta un passo avanti ai suoi

Angelo Mellone


Questo articolo è tratto dall’ultimo numero di Reset.

Lo stupore per la reazione negativa di Gianfranco Fini dopo la proiezione de Il mercante di pietre, si perdoni il gioco di parole, lascia stupiti. Renzo Martinelli, il regista di questo film tanto ingiustamente censurato quanto giustamente criticabile, lo ha definito di «stampo fallaciano». E chi conosce la storia della destra italiana sa che, dentro Alleanza nazionale ma non solo, il fallacismo in tutte le sue varianti – sia la prima Oriana Fallaci, quella che addossava sui «fascisti» la responsabilità dell’omicidio di Pasolini, sia l’ultima forsennatamente anti-islamica – ha messo poche radici, e molto deboli.

Quando nel 2005 «Libero» lanciò la raccolta di firme per la nomina della Fallaci a senatore a vita, nella classe dirigente della destra le adesioni furono pochissime. Gli intellettuali più letti a destra, da Massimo Fini a Franco Cardini, non hanno mai nascosto la loro contrarietà a qualsiasi ipotesi di guerra totale all’Islam perché estranea alla più pura tradizione italiana ed europea. Quando Giuliano Ferrara nel novembre 2005 promosse una fiaccolata sotto l’ambasciata iraniana per protestare contro l’antisemitismo di Ahmadinejad, Marcello Veneziani scrisse: «Non giochiamo con le cose serie, anzi tremende, solo perché vogliamo mostrarci all’altezza dei pamphlet di Oriana Fallaci».

E contro l’equiparazione Fallaci-destra scese in campo anche il «Secolo d’Italia», ricordando le prese di posizione contrarie all’orianismo che accomunavano Adolfo Urso e Pietrangelo Buttafuoco e i ragazzi di «Gioventù identitaria» e così via. Nell’articolo, Luciano Lanna chiudeva così: «Il minimo comun denominatore di ciò che si dice e si pensa in questi anni nella destra culturale e politica a proposito d’immigrazione, multiculturalismo, civiltà euro-mediterranea, Islam, rapporto Oriente-Occidente, integrazione, è in realtà profondamente, forse intrinsecamente, antifallaciano». Allora perché stupirsi quando il presidente di Alleanza nazionale definisce Il mercante di pietre un esempio «propaganda becera» che rischia di alimentare la xenofobia? Scomodiamo solo un attimo qualche ricordo storico: nel 1988 ai funerali di Giorgio Almirante c’erano le rappresentanze diplomatiche di dodici paesi arabi. Chiusa la parentesi. Non possiamo dimenticare che una scelta il leader della destra italiana l’aveva già fatta, e sufficientemente netta, nel novembre 2003 quando presentò una proposta legislativa di concessione del voto amministrativo agli immigrati regolari che raccolse consensi trasversali - persino da Mario Pirani su «Repubblica».

L’iniziativa finiana venne discussa il mese dopo nel convegno «Immigrazione, integrazione e cittadinanza » confrontandosi, insieme a Gianni Alemanno e Rocco Buttiglione, con le comunità e le associazioni di immigrati. La stampa italiana, attaccata morbosamente ai rumors successivi alla visita di Fini in Israele, si dedicò poco alla faccenda, che comunque mantiene un fortissimo significato simbolico e segnala che il tema del rapporto tra la destra italiana – quella storicamente radicata nel paese, non quella americanomorfa d’importazione – e l’Islam comprende una considerazione squisitamente politica: Fini, ma non solo lui, sa bene che la principale linea di frattura tra una destra «integrata» e un’estrema destra populista non riguarda solo la ripulsa dell’antisemitismo ma anche e soprattutto l’atteggiamento da tenere nei confronti dei milioni di immigrati nel nostro Paese, a stragrande maggioranza mussulmana. È naturale in questo quadro che la sfida è quella di un’integrazione- assimilazione che rifiuti l’ideologizzazione del multiculturalismo e concepisca una via aperta e inclusiva all’italianità e all’identità nazionale.

Lo stesso Fini l’ha ribadito di recente nell’articolo, pubblicato sul «Corriere della sera», spiegando la radice della sua opposizione a una legge contro il «velo»: «In una società multietnica e multiconfessionale […] il riconoscimento, ad una minoranza come quella islamica, del diritto di avere i propri luoghi di culto non contraddice il senso dell’identità nazionale ma contribuisce a far crescere quest’identità verso forme più consapevoli e mature». Qualcuno obietterà che questa posizione potrà creare qualche disagio dentro il partito – vedi il «caso Santanché» – e difatti alcuni giornali hanno parlato dell’ennesimo «strappo», dello lo scollamento tra un leader innovatore e una base più retrò. Attaccarsi a questo tipo di osservazione è però fuori luogo. Bisogna scegliere, proprio oggi che si denuncia una scarsa capacità di vision della classe politica: o ci si rassegna all’idea leader di partito che vanno a traino della propria «base», e allora finiamola di lamentarci dei partiti schiavi dei sondaggi o del giudizio dei media, oppure si riconosce che un leader innovatore detta l’agenda e stare «un passo avanti » rispetto a elettori e militanti, con tutti i rischi che questo comporta. Fini, pensiamo, ha scelto la seconda strada.

 



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