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311 - 08.12.06


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Scambio di vedute sul leader di An

Lettere tra Giancarlo Bosetti a Furio Colombo


Questo articolo è tratto dall’ultimo numero di Reset.


Caro Furio Colombo,
Gianfranco Fini ha commentato molto duramente il film di Renzo Martinelli, “Il mercante di pietre”, lasciando di stucco Gasparri e La Russa che avevano organizzato per lui la proiezione magnificandoglielo come una traduzione in sceneggiatura – hanno scritto le cronache – «delle idee sull’Islam di Magdi Allam». Se n’è andato dichiarando il suo disgusto per uno spettacolo islamofobo.
Il fatto non mi ha stupito. Tempo fa, dopo aver suscitato polemiche nel suo partito per aver sottoscritto un disegno di legge che prevede il diritto di voto alle elezioni amministrative per gli immigrati, Fini ha partecipato anche a un incontro, promosso da «Reset» con l’allora ministro degli Interni tedesco Otto Schily, in cui sosteneva, con lo stesso vigore, una critica del razzismo e dell’islamofobia.
Ora poi abbiamo saputo (ne parla qui in un articolo Angelo Mellone) che Fini, dopo quella proiezione gaspar-larussiana, tornando a Montecitorio aveva anche confidato – a completare il quadro della sua irritazione – che la sera precedente si era guardato con soddisfazione il vecchio film “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” (1972, di Sidney Pollack) un film che apriva le porte alla conoscenza degli «indiani» in una prospettiva nuova che oggi definiremmo «multiculturale». In ben altra direzione vanno dunque le sue simpatie!
Ebbene, caro Furio, registrando queste notizie il mio pensiero andava alla tua discussione con Vittorio Foa, subito dopo la nascita del primo governo di Berlusconi (1994) quando facemmo un libretto di «Reset» – Il sogno di una destra normale – in cui voi due discutevate animatamente soprattutto perché tu resistevi a riconoscere l’avvenuta transizione democratica di Fini, dopo il congresso di Fiuggi. Ti eri da poco dimesso da responsabile dell’Istituto italiano di cultura di New York, se ben ricordo, per la medesima ragione: perché Alleanza Nazionale, ex Msi, era entrata nel governo.
Ora vuoi finalmente riconoscere che l’ottimismo «finiano» di Vittorio ha segnato qualche punto? Insomma, hai cambiato idea su Fini?
Giancarlo Bosetti

La risposta di Furio Colombo

Caro direttore,
hai voluto ricordare il mio dialogo con Vittorio Foa (1994) che «Reset» ha pubblicato con il titolo Il sogno di una destra normale. Come tanti, ho tratto un grande beneficio da quell’incontro con Foa. Sono andato a rileggere quel libretto e ho visto che ho sottolineato il passaggio in cui Vittorio Foa ammonisce: «Guarda che il vero pericolo non è il ritorno del fascismo e non è Fini. Il vero pericolo è Berlusconi». I dodici anni seguenti gli hanno dato clamorosamente ragione, al punto che una parte dei «colonnelli» di Fini sono diventati fiduciari personali non di Fini, ma di Berlusconi.
Ma parliamo di Fini.

Ciò che ho detto e pensavo nella conversazione sul sogno di una destra normale era basato su due ossessioni (uso volentieri questa parola): la discendenza diretta dell’Msi dal fascismo; e le prime allarmanti avvisaglie di «sdoganamento» del fascismo. Per poter confrontare ciò che pensavo allora e ciò che credo di poter dire oggi occorre tenere conto di alcuni passaggi. Tali passaggi in parte riguardano il partito di Fini, in parte la persona e la vita del leader di quel partito, Fini stesso. Le vicende partitiche sono importanti e drammatiche. Prima viene Fiuggi, e un distacco marcato dalla discendenza fascista. È stata un’operazione difficile, coraggiosa e ben riuscita. In termini morali e politici il nuovo partito ha acquistato reputazione. In termini elettorali e numerici, ha perso frange molto piccole e acquistato consensi assai più grandi.
Dunque Fini ha realizzato uno spostamento politico importante. Ma è inevitabile osservare separatamente i due percorsi: quello di Fini non è circoscritto alle esigenze del suo gruppo politico e dei suoi coerenti doveri di leadership. Per il ministro degli Esteri di Berlusconi è stato certamente «conveniente» andare in Israele e rappresentare nel modo più visibile un rapporto di solidarietà nuovo con quel paese. Ma quel viaggio di Fini (come era avvenuto prima, con la visita ad Auschwitz e, dopo, con il legame di amicizia stabilito con la comunità ebraica di Roma) non si può ridurre a una esibizione politica. Fini è stato persuasivo nel dimostrare il senso di ciò che stava dicendo e facendo. È stato certamente lo spostarsi su un territorio che prima non aveva conosciuto e che non lo aveva riguardato. Quel territorio è anche il passato italiano e il passato europeo.

Fini non ha finto di non vederlo, come tanti altri protagonisti della destra hanno invece fatto. Tutto ciò è in armonia con la reazione – che capisco e condivido – al film di Martinelli. Ma proprio questo non costituisce sorpresa: di fronte ai grandi eventi della storia non vale – per una volta – la bella frase di Eduardo «gli esami non finiscono mai». Qui l’esame c’è stato, è stato superato e uno come Fini si trova al di qua del dilemma fascismo-non fascismo, in piena area democratica. Ma, dal momento che abbiamo sollevato il problema, in occasione di un comportamento di Fini che in tanti – suppongo – condividiamo, non possiamo evitare la domanda: che destra è? Che partito di destra è quello di Alleanza Nazionale, di cui Gianfranco Fini è presidente? Vorrei stare al di fuori del gossip politico che è fiorito intorno alla vicenda del film (La Russa e Gasparri gli avevano preparato la visione del film isalmofobico come cosa gradita, e Fini ha avuto una reazione netta di rifiuto per quel dono), perché conta di più il tema che ho posto: definire la destra incarnata da Alleanza Nazionale, creatura di Fini guidata da Fini e coprotagonista dello schieramento di centrodestra italiano.

Diciamo subito che non è un partito conservatore, nella tradizione dei Tories inglesi; che non è un partito di mercato, liberismo e totale fiducia nella iniziativa individuale. Diciamo che non assomiglia ai partiti conservatori scandinavi e non mostra di avere particolare interesse per Borsa, impresa e finanza. Resta il populismo di matrice latino-americana; ma lo spazio è interamente occupato da Berlusconi. Resta la xenofobia chiusa e ottusa che ormai compare in tutta Europa. Non solo quel ruolo è svolto al meglio (al peggio) dalla Lega. Ma proprio la netta e apprezzabile reazione di Fini al film in questione – in linea con un comportamento che è maturato negli anni – rende inevitabili domande che – nella vita italiana – attendono ancora risposta: chi è Gianfranco Fini? Qual è il suo partito? E dove sta andando? E con chi?
Furio Colombo

 

 

 


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