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310 - 24.11.06


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Hubert Vedrine: “Ma la politica
Usa non cambierà poi tanto”

Luca Sebastiani


Hubert Vedrine, ex ministro degli Esteri del governo della Gauche plurielle di Lionel Jospin, non si fa illusioni su un eventuale cambiamento della politica estera americana. Certamente, che i democratici abbiano conquistato il Congresso e il Senato alle elezioni di midterm è un fatto importante, ma, avverte, la diplomazia statunitense non cambierà di molto, almeno per due motivi: perché i democratici non hanno nessuna politica alternativa e perché nella politica estera americana, al di là della rottura segnata da George Bush, c’è una continuità sostanziale.

Per comprendere quello che sta accadendo, dice l’ex ministro nel corso di una conferenza presso la sede della stampa estera a Parigi, “bisogna risalire alla fine dalla Guerra fredda”, quando, “dopo la caduta del muro di Berlino e dell’Urss, gli occidentali, in maniera differente gli americani e gli europei, ebbero l’impressione di essere i vincitori, di essere diventati i padroni del gioco”. Oltreoceano questa convinzione ha preso forma nella “iperpotenza”, in Europa, invece, quella della “ingenuità”. Furono gli anni dell’ottimismo, degli uni e degli altri, gli anni in cui a chi parlava di scontro di civiltà “si rispondeva che c’era un’unica civiltà, quella dei diritti umani e della democrazia. Negli Stati Uniti si credeva al Nuovo ordine mondiale sotto la leadership americana e in Europa alla comunità internazionale e alla sua capacità di prevenzione e conciliazione dei conflitti”.

In un modo o nell’altro, sottesa c’era l’idea fondamentale che per gli occidentali fosse venuto il momento di ricoprire appieno la propria missione storica e che si sarebbero potuti “propagare velocemente democrazia e diritti umani. Madeleine Albright era convinta che si sarebbe potuto fare molto in fretta”. Invece il tornante del 2000 è stato un ritorno alla realtà, la fine di “un’illusione” che in fin dei conti, dice Vedrine, europei e statunitensi hanno condiviso. Nel Vecchio Continente “si crede di essere in totale dissenso con la politica estera di Bush, in realtà il disaccordo è meno marcato di quello che si pretende perché anche gli europei pensano che la loro missione sia l’espansione di democrazia e diritti dell’uomo”. La differenza fondamentale sta sui mezzi. Per questioni storiche e culturali in Europa si è “terrorizzati dall’uso della forza, su tutti i piani, cosa che corrisponde all’aspirazione dell’opinione pubblica europea nel suo complesso”. Se invece si guarda dall’altra parte dell’oceano – pena di morte, porto d’armi - si scopre un’intima differenza.
“L’opinione americana pensa che sia legittimo regolare un problema con la forza, che sia coraggioso andare da soli”, cosa che gli europei rifiutano nella loro “idealizzazione del multilateralismo”. In un modo e nell’altro, le due opzioni, sono fallite.

La teoria dell’esportazione della democrazia non è stata, quindi, “inventata da Bush, ma è una corrente che viene da lontano, da dopo la guerra del 14-18. Semmai i neoconservatori e Bush hanno costituito una rottura con la tradizionale politica estera del partito repubblicano, partito che del resto stava già mutando negli anni Sessanta “quando i bianchi del sud, esasperati per la politica antisegregazionista e sociale dei democratici abbandonarono il partito di Kennedy. “Con una nuova base populista e reazionaria il partito repubblicano, che era soprattutto il partito delle elite e dei petrolieri, è diventato qualcosa di nuovo”. Negli anni Settanta sono arrivati i neoconservatori, un gruppetto di intellettuali “che si opponeva alla diplomazia realista di Kissinger e spingeva, contro quella di contenimento, una politica di riconquista più militante”. In quel momento della storia americana si forgia questa alleanza tra la legittimità del ricorso della forza con la missione occidentale di esportare i valori democratici. “Se si analizzano le posizioni dei neocon al potere prima dell’undici settembre si vedono già le premesse del seguito. Del resto – continua Vedrine - erano le stesse posizioni di coloro che attaccavano Clinton e chiedevano di invadere l’Iraq per finire il lavoro della prima guerra del Golfo e che andavano dicendo che non bisognasse diminuire il credito degli Stati Uniti nella ricerca di inutile compromesso in Medio Oriente”. L’11 settembre gli ha dato solo l’occasione di generalizzare la loro politica.

Ora la questione vera è quella di capire se questa corrente stia perdendo la partita, non in Iraq, dove l’hanno già persa, ma in termini di potere, “capire cioè se gli americani si distaccheranno da questa corrente”. Per Vedrine la risposta non è positiva. “Certamente dalle lezioni di midterm emerge l’idea che sia stato un errore d’andare in Iraq, ma l’opinione pubblica non si è interrogata sul perché sia stato un errore. Sono passati da un sì è stato bene andare a un no è stato un errore”. Del resto anche la maggior parte dei democratici crede che il fiasco iracheno sia dovuto alla modalità e in pochi dicono che sia stata un’idea folle fin dall’inizio. “I democratici non si sono interrogati troppo – spiega l’ex ministro di Jospin - sulla legittimità dell’azione, sull’opportunità del concetto di guerra al terrorismo o di esportazione della democrazia”.

Tutti gli americani, democratici e repubblicani, condividono l’eccezionalità degli Stati Uniti, cioè il fatto che siano un po’ al di qua delle regole generali e che questo sia la garanzia della sicurezza. Vedrine la chiama “un’invariante” della politica americana, non certo un’invenzione di Bush. “Lui l’ha solo espressa con brutalità e per questo resterà nella storia statunitense più come una caricatura e un’aberrazione. Il Paese comunque continuerà a pensare di dover esercitare una leadership sul mondo e che sia pericoloso non farlo”. Cosa ci si può aspettare allora dai democratici? Una politica “meno manichea, meno schematica, e questo sarà sicuramente meglio, ma non credo che la vittoria democratica sia una messa in causa di tutto questo quindi non credo si debbano fondare sulla vittoria delle speranze eccessive a corto termine. I democratici non sono pronti a una revisione. Sono più vicini ad una visione realista, più classica e spero che reintrodurranno un po’ di evidenze di buon senso considerando, ad esempio, che non si può stare laggiù se si è incapaci di parlare con la Siria, l’Iran e gli altri. Parlare coi regimi non vuol dire, infatti, che li si ami, vuol dire fare la diplomazia”, la politica estera che fin qui è mancata.


 


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