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310 - 24.11.06


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Il nostro nemico
si chiama precarietà

Massimo Iacobelli


“Bisogna obbligare la politica a farsi carico dei problemi sociali”: non si tratta dello slogan di un rivoluzionario ma degli auspici del ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero. La tesi è interessante e ci viene spiegata in occasione della presentazione del libro La rivoluzione precaria. La lotta dei giovani francesi contro il Cpe (Ediesse), scritto da due giornalisti de Il Manifesto, Anna Maria Merlo e Antonio Sciotto. Il libro ripercorre le tappe della rivoluzione che qualche mese or sono ha fatto scendere nelle piazze francesi migliaia di persone contro il così detto Cpe, contratto di primo impiego.

De Villepin, promotore della legge, era riuscito nell’estate del 2005 a far passare un provvedimento simile, e forse di peso maggiore: il Contratto di nuovo impiego, diventato legge pressoché senza alcuna resistenza. E forse avrà pensato di farcela ancora una volta quando, l’8 febbraio 2006, ha fatto votare la legge sul Cpe, senza alcun dibattito parlamentare. Da quel momento, tutto quello che non era successo per il precedente provvedimento è esploso violentemente. Qualcuno ha definito quei giorni come un nuovo “maggio francese”, la nuova vampa di uno spirito geneticamente rivoluzionario e, in effetti, oggi come in quegli anni ruggenti, la rivolta si è sviluppata nelle università, ha contagiato scuole e luoghi di lavoro e ha raccolto il consenso di moltissimi simpatizzanti fino a riuscire a far scendere per le strade tre milioni di persone.

Ma qualcosa di diverso marca la differenza tra padri e figli. Ce lo spiega Antonio Sciotto: “I giovani del Sessantotto volevano costruire un mondo nuovo, si volevano liberare da una società opprimente; quelli contro il Cpe lottano contro qualcosa di preciso”. Effettivamente, il sessantotto francese fu un trionfo di idee filosofiche ed artistiche che solo in minima parte si trasformarono in progetti politici, mentre oggi siamo di fronte ad una generazione con altre consapevolezze, come spiega sempre Sciotto: “Nelle rivolte francesi di quest’anno, i ragazzi non volevano sconvolgere i paradigmi generali della società capitalistica, piuttosto avevano un obiettivo, volevano lottare contro la precarietà e contro quella legge”. Dunque un tipo di battaglia giocata “più in difesa che in attacco”, che ha connotati diversi dal passato, “più politici che rivoluzionari”. Dalle interviste realizzate dagli autori viene fuori che i giovani d’oltralpe non hanno proposto il ripensamento della società capitalistica, non sono scesi in piazza contro l’economia di mercato, ma hanno lottato, fino al ritiro della legge, per la difesa e il mantenimento dei propri diritti.

Tornando in casa nostra, è il ministro Paolo Ferrero a fare un paragone con la situazione italiana, seduto al fianco di Carlo Podda, Segretario Generale della Funzione Pubblica della Cgil. Per Ferrero, la miccia che ha fatto partire le proteste francesi è stata senza dubbio la modalità “poco democratica” con cui è passata la legge: “Il provvedimento è stato approvato in urgenza, senza discussione, con un governo forte e sindacati deboli”. De Villepin ha operato in modo sbrigativo, ha voluto imporre la legge con uno slancio volontaristico, senza un dibattito. La rivolta, per Ferrero, è cominciata lì. In Italia la situazione è diversa, oggi come pure in passato. Alcuni numeri sembrano accomunare i due paesi: tre milioni di persone sono scese in piazza contro il Cpe ed altrettanti, forse anche di più, sono quelli che in Italia nel marzo 2002 hanno sfilato nelle strade per difendere l’articolo 18. Su altri versanti, le differenze sono però sostanziali. Per il ministro: “In Italia la corposità delle organizzazioni sindacali è un dato rilevante”, un dato da cui non si può prescindere se si vuole comprendere la natura dei “movimenti”. La natura multiforme delle manifestazioni di protesta italiane e il ruolo del sindacato è sottolineato da Carlo Podda, che tiene a ricordare che la Cgil nel 2001 “dichiarò di voler diventare la portavoce di tutti i movimenti sociali, non solo dei lavoratori”, varcando i recinti di un ambito settoriale e aprendosi alle istanze generalizzate di rinnovamento della società.

E sono in molti ad auspicare una maggiore coesione contro la precarietà, tra cui Ferrero, che crede fermamente nell’importanza di “lasciare aperti i canali di comunicazione tra classe politica e parti sociali”. Per far questo è convinto che le manifestazioni a sostegno di temi importanti del dibattito sociale siano da incitamento per le forze politiche: “Penso che noi dovremmo essere molto più interessati affinché nel paese cresca un movimento di lotta alla precarietà, che è in grado di fare opinione pubblica, e che si misura concretamente sulla capacità di incidere sugli atti del governo” L’ipotesi di Ferrero è quella di allentare i confini tra politica e società, “ricostruendo un legame forte, obbligando la politica a fare i conti con la società e dall’altro lato, obbligando la società a ragionare sulle soluzioni”.

 

 


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