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310 - 24.11.06


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I veri pionieri? Fanno cento cose,
ma tutte insieme, con internet.

Alessandro Lanni


Quale immagine dell’Italia viene fuori dal sesto rapporto del Censis sulla comunicazione nel nostro paese? A ben vedere, c’è molto di quello che ci si potrebbe aspettare guardandosi intorno e qualche sorpresa. Molto indietro rispetto all’Europa, per esempio, per quanto riguarda la tecnologia digitale applicata alla tv (la stragrande maggioranza degli italiani guarda la televisione vecchio stampo, generalista e analogica); siamo in ripresa nella categoria libri (saranno tutti quei volumi che affollano da qualche anno le edicole, infilati dentro giornali e riviste ad aver fatto schizzare verso l’alto l’indice?). I quotidiani, al solito, li leggono in pochi e i soliti noti. Che poi anche questo è un discorso che gli addetti ai lavori sanno bene (da ultimo, si veda il dossier dell’Economist “Who killed the newspaper?” di qualche tempo fa). Insomma, la solita Italia fanalino di coda in Europa.

Detto questo (potete leggere tutti i dati qui), accenniamo a un altro aspetto che salta fuori dall’indagine condotta dall’istituto presieduto da De Rita. Chiediamoci: resta fuori qualcosa dalle griglie per le rilevazioni del Censis? Forse sì. Vediamo perché.

Inutile ripetere ancora una volta che il mondo dell’informazione e, più in generale, della comunicazione da quando è in atto la rivoluzione digitale è in mezzo al guado. Che immagini e parole, suoni e film siano tutti della stessa materia (se così si possono definire i bit) non è un fatto che possa, anche casualmente, passare inosservato se si prende in considerazione la “dieta mediatica” degli italiani. La questione della convergenza è un tema cruciale per comprendere questo nostro tempo.

Per dire, nel 2006 è possibile separare in assoluto navigare sul web e leggere un quotidiano? Intorno a noi, fisicamente o virtualmente, conosciamo decine di consumatori di informazione on line che hanno abbandonato in via definitiva i quotidiani di carta. Si potrà piangere per questa fuga, eppure purtroppo è così. Coloro che la mattina dal proprio desk in ufficio aprono l’homepage di Repubblica.it stanno leggendo un quotidiano o surfando in internet? È su questi lettori di nuovo genere che le rilevazioni del Censis scricchiolano. È difficile tenere separato quello che ormai sempre più spesso non è più separato.

Altra questione. Una tabella della ricerca Censis distingue tra la quantità di mezzi di comunicazione utilizzati. Al top ci sarebbero i pionieri che usano 8 o più media, poi ci sarebbero gli onnivori con 6-7 e così via fino ad arrivare ai marginali, ovvero coloro che ogni giorno si concentrano su un medium solo (s’immagina la tv).
Anche qui, sembra di avere a che fare con una realtà pre-digitale. I veri pionieri oggi non sono coloro che utilizzano addirittura otto media ma coloro che al limite ne posseggono solo uno, che integra però le funzioni di quelli vecchi e staccati. Facciamo qualche esempio. Se telefoniamo via Skype (il software che permette di sfruttare a prezzi ridotti la connettività della Rete per chiamate anche intercontinentali) mentre stiamo scaricando mp3 da iTunes, leggendo intanto un quotidiano sul proprio Pc, cosa stiamo facendo? Le griglie interpretative del Censis come ci inquadrano? Siamo pionieri o marginali? Stiamo utilizzando uno o più media contemporaneamente? Se per ora si tratta di un comportamento di nicchia, per quanto già bella larga, in breve si trasformerà in una routine per milioni di italiani. Altro che marginali, qui si tratta di integrati e molto bene. E non saranno solo i manager dall’alto dei loro blackberry ad avere l’all in one: la convergenza per tutti è un orizzonte che è già qui.
Dopo la rivoluzione del bit, la digitalizzazione dei contenuti di qualsiasi genere è difficile ragionare su uno spettro articolato troppo articolato di media. Già basta un computer e una connessione per essere all’avanguardia.

 

 

 


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