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310 - 24.11.06


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Una nazione in una stanza

James Fishkin


La democrazia è la legge del popolo. Per questo medesimo aspetto i democratici la lodano e i critici della democrazia la condannano. I critici, a cominciare da Platone, portano un’importante argom entazione a sostegno della loro tesi. Il popolo, affermano, non è né sufficientemente informato né sufficientemente riflessivo per legiferare. E dal momento che non è adatto a legiferare , dev’essere governato da un’élite i cui membri – come i re filosofi di Platone – pensino più a fondo e abbiano conoscenze migliori.

I padri fondatori americani erano assillati da questo problema e hanno proposto, per ovviarvi, una possibile soluzione. La loro idea – esplicitata da James Madison – era quella di re n d e re la deliberazione una componente chiave nella definizione della repubblica democratica americana. Ciò implicava il “raffinare e ampliare le opinioni del pubblico facendole passare attraverso il vaglio di un corpo scelto di cittadini “ – ovvero il filtrare l’opinione pubblica attraverso dei rappresentanti che deliberassero sulle questioni di pubblico interesse. L’Assemblea Costituzionale – e il Senato – incarnavano quella che Madison chiamava la sua strategia del “filtro consecutivo “. Si supponeva che anche il Collegio elettorale potesse garantire agli elettori una base per deliberare (Stato per Stato) e per scegliere i candidati più qualificati.

L’affermazione dei partiti politici – più interessati a competere tra loro per le cariche che a deliberare sulle politiche – ha interferito con questa visione. E in varie fasi successive di dibattito e ridefinizione, stimolate da antifederalisti, progressisti e, in seguito, dalla diffusione di referendum e primarie, si è iniziato a prestare sempre più ascolto alla voce non filtrata della massa del pubblico di massa (o alla voce delle élite politiche tagliate fuori dalla massa del pubblico). Ma l’opinione di Madison – l’idea di un processo deliberativo democratico che serva ad affinare l’opinione pubblica – è davvero irrilevante nelle condizioni attuali? Possono esistere dei modi per rendere la nostra politica, l’elaborazione delle linee d’azione e la discussione pubblica più deliberative?

Per apprezzare a pieno la questione e i modi in cui potrebbe essere affrontata, prendete in considerazione il ruolo del sondaggio, una delle tecniche fondamentali con cui nell’America democratica contemporanea si è dato risalto alle opinioni non filtrate del pubblico. Il celebre sondaggista George Gallup è stato coautore di un libro intitolato The Pulse of De - mocracy (Il polso della democrazia), e noi seguiamo il metodo di Gallup per sentire frequentemente il polso della collettività su qualsiasi ipotizzabile argomento. Spesso però questi esperimenti servono a misurare poco più che le impressioni del pubblico su slogan e titoli di giornale. E la manipolazione o produzione di tali impressioni attraverso pubblicità da focus group e campagne di pubbliche relazioni sono diventate un importante settore d’impresa. La discussione pubblica è stata colonizzata da un’industria della persuasione che più che madisoniana potrebbe essere definita “da Madison Avenue “. Tale approccio all’opinione pubblica rappresenta un brusco allontanamento dalla visione originaria di Gallup, che enfatizza il ruolo del sondaggio nella formazione di un’opinione ponderata.

Dopo l’iniziale trionfo del sondaggio in occasione delle elezioni del 1936 (di cui riuscì a prevedere il risultato), Gallup esplicitò quelle aspirazioni democratiche in una memorabile lezione a Princeton. Il sondaggio, sosteneva Gallup, avrebbe trasferito la democrazia diretta delle assemblee cittadine del New England al livello dello Stato-nazione. “Radio e giornali guidano il dibattito sulle questioni di interesse nazionale [...] esattamente come i cittadini facevano di persona nelle vecchie assemblee”. Poi, attraverso il sondaggio, “la gente, dopo aver ascoltato gli argomenti di entrambe le parti su ogni questione, avrebbe potuto esprimere la propria volontà”. Sarebbe stato come se “l’intera nazione si fosse trovata letteralmente riunita in un’unica grande stanza”.

Dopo settant’anni di ricerche sull’opinione pubblica, riconosciamo sia la forza che i limiti di questa visione. La forza consiste nel poter registrare il battito del pubblico praticamente su qualsiasi tema su base regolare. I limiti derivano da quel che viene misurato, e sono fondamentalmente tre.
Primo, per quanto tutti possano trovarsi, in un certo senso, in “un’unica grande stanza”, quella stanza è così grande che spesso nessuno presta davvero ascolto, e nessuno è veramente motivato a riflettere sugli argomenti proposti. Negli anni Cinquanta, l’economista politico Anthony Downs ha coniato una definizione di questo fenomeno: “ignoranza razionale”. Se il mio voto o la mia opinione sono solo uno su milioni, perché dovrei sprecare tempo e sforzi ad informarmi su complesse questioni politiche? Il mio singolo voto o la mia opinione non faranno alcuna differenza. Senza contare che la maggior parte di noi ha necessità più urgenti a cui dedicare il proprio tempo e la propria attenzione.
Il ben documentato bassissimo livello di informazione del pubblico potrà sembrare biasimabile ai teorici della democrazia, ma è comprensibile considerando gli incentivi che ogni singolo cittadino si trova di fronte.

Secondo, a volte le “opinioni” riportate nei sondaggi non esistono. Spesso agli intervistati non va di rispondere “Non lo so”, così preferiscono dare una risposta più o meno a caso. Quando George Bishop della Università di Cincinnati nel corso di un sondaggio pose domande in merito al “Public Affairs Act del 1975”, il pubblico espresse un’opinione anche se la legge in oggetto era assolutamente un’invenzione (e la espresse anche quando il “Washington Post “ celebrò il ventennale del finto provvedimento proponendone l’abrogazione). Ovviamente, su certi argomenti il pubblico ha opinioni ben consolidate, ma su molti altri i suoi punti di vista possono rappresentare niente più che impressioni spontanee.

Il terzo limite deriva dalle modalità con cui la gente sceglie i propri interlocutori e le fonti di informazione. Anche quando discutono di politica e programmi – molti americani lo fanno – le persone tendono a parlare con i loro simili, con individui che provengono da contesti sociali analoghi e spesso portatori di punti di vista somiglianti ai loro. Quando una questione controversa divide il paese, e si conosce qualcuno che sta dall’altra parte, è più probabile che ci si ritrovi a parlare del tempo che non a rischiare attriti potenzialmente spiacevoli. E la sempre crescente possibilità di scegliere fra le varie fonti di informazione, da Internet alla Tv via cavo, può solo favorire la tendenza della gente a prestare ascolto principalmente a chi la pensa come lei (vedi il New Democracy Forum “Is the Internet Bad for Democracy?”, “Boston Review “, estate 2001).

Che le cose stiano o meno peggiorando, comunque, è evidente che esiste un problema importante. Nella sua famosa difesa della libertà personale nel saggio Sulla libertà, John Stuart Mill sostiene che una società libera dovrebbe esporre i suoi cittadini alla diversità, a differenti “esperimenti di vita”, che servirebbero ad alimentare l’individualità (termine in cui Mill inglobava l’autoesame individuale e la scelta informata tra contrapposte idee e contrapposti stili di vita). Una visione così potente dei vantaggi della libertà viene compromessa se i cittadini esercitano invece la loro libertà di evitare di esporsi alla diversità.

Questi tre problemi dell’opinione pubblica – ignoranza razionale, non opinioni e tendenza di chi la pensa nello stesso modo a fare gruppo – può influire sulla capacità o meno dei sondaggi di determinare l’espressione da parte del pubblico di giudizi ponderati sulla politica e sui programmi. Se fatti bene, i sondaggi possono riflettere accuratamente lo stato dell’opinione pubblica su un dato argomento. Tuttavia, il fatto che le risposte registrate dai sondaggi rivelino giudizi ponderati oppure no non dipende dalle tecniche utilizzate quanto piuttosto dalla qualità della prassi democratica.

Gallup, tra gli altri, ha dimostrato che mutamenti informali e non ufficiali nella prassi democratica possono influire sulle modalità con cui l’opinione pubblica interpreta la politica. Esiste, nel contesto della modernità, un modo per combinare tra loro le aspirazioni di Madison e quelle di Gallup?

Il progetto che ho chiamato “Sondaggio deliberativo” costituisce una promettente risposta a tale domanda. Mentre i sondaggi tradizionali sono composti di un unico passaggio, il sondaggio deliberativo – che abbiamo condotto finora quasi 50 volte – ha luogo in diverse fasi, che hanno inizio da un sondaggio di stampo tradizionale: abbiamo consultato i danesi sull’euro, i texani sulla gestione dei servizi di pubblica utilità, vari campioni di cittadini americani sulla politica estera, e un distretto cinese sulle opere pubbliche. Dopo aver completato il sondaggio, invitiamo gli intervistati a riunirsi per discutere, in genere facendoli riprendere dalla televisione (ma di recente abbiamo anche lanciato una versione via Internet che abbatte notevolmente i costi). Per incoraggiarli a partecipare, forniamo loro incentivi di tipo economico pagando un onorario più le spese di viaggio. Quel che più importa, cerchiamo di convincerli che la loro voce conta. Un sondaggio deliberativo su scala nazionale generalmente riunisce nello stesso posto per un fine settimana lungo tra i 300 e i 500 partecipanti – un campione abbastanza ampio perché le risposte siano statisticamente significative, ma abbastanza circoscritto per essere sufficientemente pratico (somministrando il sondaggio prima di invitare gli intervistati all’incontro di persona possiamo confrontare tra loro opinioni e caratteristiche demografiche di chi viene e chi no. Di solito riscontriamo pochissime differenze statisticamente rilevanti).

Il microcosmo che si riunisce per un sondaggio deliberativo nazionale realizza la visione di Gallup ma in modo diverso da come egli aveva immaginato. È una nazione in una stanza, ma in una stanza di dimensioni gestibili, ovvero abbastanza piccola perché i partecipanti possano ragionevolmente credere che in quel processo la loro voce conterà. Prima dell’incontro, agli intervistati vengono forniti dei materiali informativi che illustrano nel dettaglio le principali opzioni politiche contrapposte e le argomentazioni a loro favore e sfavore. Tali documentazioni, spesso preparate da comitati di consulenza rappresentativi degli organizzatori chiave dell’evento, tentano di evidenziare ciò che un qualunque cittadino informato dovrebbe sapere circa la discussione attuale in merito all’argomento trattato.

A volte lo stesso convincere gli organizzatori a concordare una versione accurata ed equilibrata del materiale ha richiesto un grande sforzo deliberativo. Prima del sondaggio deliberativo nazionale australiano sul fatto che la nazione dovesse o meno diventare una repubblica (realizzato in collaborazione con il dott. Pam Ryan e con Issues Deliberation Australia), il comitato di consulenza, che includeva gruppi sia favorevoli che contrari al referendum, è passato attraverso ben 19 bozze successive.

Una volta arrivati, i partecipanti vengono assegnati casualmente a piccoli gruppi di discussione coordinati da moderatori appositamente preparati che cercano di aiutare i gruppetti ad analizzare le varie questioni e anche a individuare delle domande chiave che vorrebbero sottoporre ai panel di esperti e politici esponenti delle diverse posizioni. Nel fine settimana si alternano piccoli gruppi di discussione di approssimativamente 15 componenti e sedute plenarie in cui tutti e 300 o 400 i partecipanti vengono riuniti per porre le loro domande a politici ed esperti. A fine weekend, viene somministrato lo stesso questionario dell’inizio. Idealmente, c’è anche un gruppo di controllo – un campione separato di individui che non hanno preso parte alle discussioni – che viene sottoposto allo stesso questionario per accertarsi che i cambiamenti d’opinione risultino davvero dal processo deliberativo e non dai media o dagli avvenimenti del mondo esterno.

Il processo – condotto su scala sia nazionale che locale negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Australia, Canada, Taiwan, Danimarca, Bulgaria, Ungheria e più di recente anche in Cina – risponde alle tre problematiche fondamentali relative alle modalità con cui l’opinione pubblica viene misurata nei sondaggi tradizionali. Primo, i partecipanti sono effettivamente motivati a informarsi di più, e la motivazione pare fare una gran differenza. Prendete, per esempio, il sondaggio deliberativo sulla politica estera statunitense trasmesso in diretta Tv nazionale nel 2003. Prima della deliberazione, solo il 19 per cento del campione sapeva (o immaginava) che i sussidi ai paesi esteri costituivano l’un per cento se non meno del budget americano, un risultato conforme a quello di altri sondaggi di stampo convenzionale. Dopo la deliberazione, invece, la percentuale di intervistati che rispondeva che effettivamente quella voce di spesa corrispondeva all’un per cento o meno era salita al 64 per cento. Oltretutto, l’informazione aveva modificato le opinioni della gente in merito. Prima della deliberazione la maggior parte dei partecipanti erano propensi alla riduzione dei sussidi. Dopo la deliberazione la maggioranza voleva incrementarli.

A volte gli effetti della deliberazione sono personali oltre che politici, come esemplificato dal caso di una donna che prese parte al primo sondaggio deliberativo, nel 1994, sulla criminalità nel Regno Unito. In quell’occasione la donna mi si avvicinò e mi disse che era lì per accompagnare il marito e voleva ringraziarmi. In trent’anni di matrimonio, il marito non aveva mai letto un giornale. Ma dopo essere stato invitato a quell’evento aveva iniziato a leggere “tutti i giornali tutti i giorni “ e “stava trovando nuovi interessi nell’essere in pensione “. Gli avevamo dato un motivo per informarsi di più e per superare l’ignoranza razionale. La deliberazione può cambiare le abitudini di una vita. Quando siamo tornati a riesaminare lo stesso campione britannico, circa undici mesi dopo, abbiamo trovato i suoi componenti ancor più informati di quanto non fossero al termine del fine settimana. Presumibilmente, una volta riattivati dalle intense discussioni del weekend deliberativo avevano continuato a leggere i giornali e a prestare attenzione ai media.

Il secondo problema del sondaggio tradizionale è che a volte le risposte alle domande non esprimono opinioni reali ma semplicemente la prima cosa che è venuta in mente all’intervistato. Questo fenomeno è stato descritto per la prima volta dall’eminente politologo Philip Converse. Un panel dei National Election Studies fu sottoposto alla stessa serie di domande dal 1956 al 1960. Le domande vertevano su tematiche poco salienti, come per esempio il ruolo del governo nella fornitura della corrente elettrica. Converse notò come alcuni intervistati dessero risposte che sembravano variare pressoché a caso nel corso del panel. Importava loro così poco dell’argomento in oggetto che non riuscivano nemmeno a ricordare cosa avessero detto l’anno prima per cercare di mantenersi coerenti. Converse concluse dunque che molte persone rispondessero semplicemente a caso. Nel sondaggio deliberativo, i comuni cittadini sono effettivamente motivati a prendere in considerazione gli argomenti contrapposti, a chiedere risposte alle proprie domande, e ad arrivare a un giudizio ponderato. Anche se non hanno un’opinione quando vengono contattati per la prima volta, molti se ne formeranno una entro la fine del processo.

Nel 1996 sono stato contattato da alcune aziende elettriche del Texas che in base a un nuovo provvedimento dovevano inserire nelle proprie attività di pianificazione la consultazione della popolazione residente. Avrebbero dovuto sfruttare il carbone, il gas naturale o le rinnovabili (eolico o solare)? Avrebbero dovuto tentare di ridurre l’urgenza di maggiori quantitativi di energia attraverso pratiche di conservazione?
Non potevano determinare lo stato dell’opinione pubblica tramite sondaggi tradizionali perché i loro consumatori non avevano a loro disposizione abbastanza informazioni per potersi formare opinioni stabili e reali sull’argomento. Ma se avessero consultato dei focus group o dei microgruppi di discussione, sapevano che non avrebbero mai potuto dimostrare agli enti regolatori che quei gruppetti erano rappresentativi della collettività. E se avessero indetto delle assemblee cittadine aperte a tutti, vi avrebbero partecipato anche lobby ed esponenti di interessi specifici, non la massa del pubblico. Così avevano concluso che il sondaggio deliberativo costituiva una soluzione migliore. Abbiamo messo insieme un comitato organizzatore rappresentativo di tutti i maggiori collegi elettorali che supervisionasse la creazione dei materiali informativi, di un questionario e dell’agenda del fine settimana. Il comitato di consulenza comprendeva associazioni di consumatori, organizzazioni ambientaliste, sostenitori sia dell’energia alternativa che delle fonti più tradizionali e rappresentanti dei grandi investitori. Abbiamo chiesto che l’evento fosse pubblico e trasparente; il fine settimana deliberativo è stato trasmesso in televisione in tutta l’area coperta dal servizio, e hanno partecipato anche i commissari per i servizi di pubblica utilità. Il progetto era frutto di una collaborazione con Dennis Thomas, ex presidente della Public Utility Commission del Texas, Will Guild, direttore di una società di ricerche statistiche texana, e il mio collega Robert Luskin. I risultati sono stati sorprendenti. In otto sondaggi deliberativi condotti in varie zone del Texas e in parte della vicina Louisiana, il pubblico ha optato per una scaltra combinazione di gas naturale, rinnovabili e conservazione. La percentuale complessiva della gente disposta a pagare un di più sulla propria bolletta mensile per sostenere lo sviluppo delle rinnovabili è passata dal 52 all’84 per cento. La percentuale della gente disposta a pagare di più per sostenere le strategie di conservazione è passata dal 43 al 73 per cento. Tutte le pianificazioni risultanti prevedevano sostanziosi investimenti nelle rinnovabili, e ciò ha trasformato il Texas nel secondo Stato al mondo (dopo la California) nel settore dell’eolico. Indubbiamente, molte delle opinioni espresse alla fine replicavano le non opinioni (per usare la terminologia di Converse) o i pareri fantasma dell’inizio. Ma il punto è che in realtà si trattava di giudizi ponderati di microcosmi rappresentativi, e spalancavano una finestra su quel che il pubblico avrebbe pensato nelle condizioni deliberative ideali.

Il terzo problema che il sondaggio deliberativo cerca di affrontare consiste nel fatto che i cittadini normalmente tendono a parlare con gente che la pensa come loro e raramente viene loro richiesto di confrontarsi seriamente con le argomentazioni di punti di vista diversi. L’esperienza del sondaggio deliberativo nazionale danese sull’euro dimostra la differenza tra discussione faccia a faccia tra le pareti domestiche e il contesto più equilibrato del sondaggio deliberativo. Il progetto è stato frutto di una collaborazione con un team di politologi danesi guidati da Kasper M. Hansen e Vibeke Normann Andersen. Sull’adozione dell’euro, la Danimarca era più o meno spaccata a metà. Il questionario comprendeva domande di conoscenza della questione, parimenti divise in argomenti sollecitati sia dai sostenitori del “sì” che da quelli del “no”. Tra il momento in cui i partecipanti sono stati intervistati la prima volta e quello in cui sono arrivati all’incontro, è stato somministrato un ulteriore questionario, che ha dimostrato come in preparazione dell’evento i sostenitori del “sì” tendessero ad acquisire informazioni sulla posizione del “sì” ma non su quella del “no”, e viceversa. I favorevoli al “sì” sapevano, per esempio, che la Danimarca era già impegnata in iniziative di cooperazione monetaria con altri paesi, mentre i favorevoli al “no” sapevano che se la Danimarca avesse adottato l’euro non avrebbe più potuto stabilire autonomamente i tassi di interesse. Entrambe le fazioni avevano a loro disposizione tutte le informazioni, ma le avevano apprese selettivamente. Al momento del questionario finale, somministrato al termine del weekend, il divario era stato colmato. I “sì” avevano imparato le informazioni “contro” e i “no” quelle “pro”.
Il sondaggio deliberativo aveva creato uno spazio pubblico in cui la gente aveva potuto ragionare insieme, a prescindere dal loro disaccordo di base su una questione che divideva nettamente il paese.

A volte il peso di una posizione opposta è emotivo oltre che cognitivo. In occasione della National Issues Convention del 1996, sondaggio deliberativo trasmesso in Tv che ha coinvolto candidati alla presidenza e un campione casuale di popolazione americana, uno dei temi in oggetto era la riforma del welfare e la situazione attuale delle famiglie americane. Un bianco conservatore di 84 anni era capitato nello stesso microgruppo di un’afroamericana mantenuta dalla previdenza sociale. All’inizio della discussione, il conservatore disse alla donna: “Tu non hai una famiglia”, spiegando che “famiglia” significava “un padre e una madre che vivono nella stessa casa con dei figli”. Il moderatore ha fatto in modo che la discussione andasse avanti, e alla fine del weekend il vecchio è stato sentito dire alla stessa donna “Sa quali sono le tre parole più importanti in inglese? I WAS WRONG (mi sono sbagliato)”.

Ho interpretato quella frase come un’ammissione, da parte dell’uomo, che aveva compreso la situazione della donna dal suo punto di vista, mentre in condizioni normali quei due non avrebbero mai avuto occasione di discutere seriamente di famiglia, e per quell’uomo “previdenza sociale per le madri sole” sarebbe rimasto per sempre uno slogan televisivo. Se vogliamo capire le posizioni opposte alle nostre dobbiamo parlare con gente diversa da noi, e comprenderne preoccupazioni e valori dal loro punto di vista. La discussione condotta in uno spazio pubblico sicuro con campioni casuali, ad assegnazione casuale, può realizzare quest’obiettivo.

Più di recente, il sondaggio deliberativo è stato utilizzato per prendere decisioni a livello locale in Cina. Molti villaggi e città nelle aree a rapido sviluppo demografico della Cina hanno tentato di consultare in qualche modo il pubblico in merito alle politiche locali. Ma nella maggior parte dei casi si è ricorso ad assemblee cittadine in cui la partecipazione è distorta e dominano gli interessi organizzati. Ad aprile (insieme al politologo australiano Baogang He) abbiamo effettuato il primo sondaggio deliberativo cinese nella città di Wenling (circa 300 chilometri a sud di Shangai), nel distretto di Zeguo. A un campione casuale di oltre 250 persone è stato chiesto di deliberare sulla base di informazioni accurate e bilanciate per poi scegliere i dieci progetti infrastrutturali che avrebbero preferito veder realizzati su un elenco di trenta. Dopo aver soppesato i vantaggi di strade, parchi ed altre proposte, hanno optato per una lista i cui primi posti erano occupati da impianti fognari e pianificazione ambientale. Le esatte priorità manifestate dal microcosmo deliberativo sono state successivamente ratificate dal Congresso Popolare locale e sono ora in corso di implementazione. Ai funzionari locali che si trovavano di fronte a una difficile scelta di budget tra vari progetti concorrenti, i risultati del sondaggio hanno offerto trasparenza nonché un modo per lasciar decidere la gente senza ridurre tutto alla competizione tra partiti. Adesso sono in fase di pianificazione anche altri progetti.

L’esperienza cinese solleva un importante interrogativo riguardo al significato politico del sondaggio deliberativo nelle democrazie sviluppate: avendo a disposizione sistemi consolidati di rappresentatività, perché i politici dovrebbero prestare attenzione alle opinioni espresse dal sondaggio? Dopo tutto, la maggior parte della gente non riflette seriamente sulle diverse posizioni che si contrappongono in riferimento a una data questione politica. La maggior parte della gente è poco informata e capace di pochissima concentrazione. Supponete di essere dei rappresentanti politici democraticamente eletti. Supponete di sapere che la maggior parte dei vostri elettori preferirebbe ridurre i sussidi ai paesi esteri in via di sviluppo. Ma sapete anche che quella gente ritiene – erroneamente – che i sussidi costituiscano una delle voci di spesa di maggiore incidenza nel budget americano. Vi importerebbe molto sapere che se i cittadini capissero che i sussidi ai paesi stranieri sono un voce minore del budget vorrebbero incrementarli?

I politici con cui ho parlato mi hanno tutti risposto che importa molto, che ritengono che sarebbe giusto conoscere le opinioni informate dei propri elettori. E tale convinzione suggerisce l’esistenza di una terza posizione intermedia nel classico dilemma tra l’idea che i rappresentanti del popolo debbano seguire la volontà dei propri elettori e l’idea che invece debbano fare ciò che credono giusto. La terza posizione consiste nell’idea che i rappresentanti debbano fare ciò che i loro elettori auspicherebbero se fossero ben informati sull’oggetto della discussione. Perfino Edmund Burke ha fatto riferimento a questa nozione quando ha affermato, nel celebre “Discorso agli elettori di Bristol” in cui difendeva l’indipendenza di giudizio dei rappresentanti politici, che se solo gli elettori avessero saputo quello che sapeva lui – a circa 600 chilometri da Londra – sarebbero stati d’accordo con lui.

Ecco che dunque i compiti fondamentali del legislatore sembrano essere sostanzialmente tre: rappresentare la volontà degli elettori, fare quella che ritiene la cosa migliore, ed esprimere l’ipotetico punto di vista informato della popolazione. Come mi disse un ex membro di un’influente lobby del Congresso americano “la maggior parte dei politici farebbe la cosa giusta se solo poi potesse cavarsela”. Il sondaggio deliberativo, se ampiamente pubblicizzato dai media, offre alla classe politica una copertura per riuscirci. In termini di teoria democratica, dare a dei campioni casuali di comuni cittadini il potere di prendere delle decisioni politiche presenta alcuni vantaggi rispetto al conferire lo stesso potere a dei rappresentanti eletti. I cittadini possono infatti confrontarsi con le varie questioni senza timore delle possibili implicazioni per la loro rielezione. Non sono soggetti alla disciplina di partito. Possono esprimere il proprio sincero punto di vista alla fine del processo senza preoccuparsi delle pressioni sociali al consenso. Per rifarsi alle parole di Madison, il processo insito nel sondaggio deliberativo sembra capace di raffinare e ampliare l’opinione pubblica, coniugando il buon senso che deriva dalla deliberazione con l’impegno civico che si accompagna alla democrazia. Il risultato è qualcosa di simile a ciò che Gallup auspicava per il sondaggio tradizionale: un’assemblea cittadina su scala nazionale. Ma per raccogliere l’opinione informata e rappresentativa del pubblico ci vuole ben più che un sondaggio. Occorrono un’istituzione che faciliti la discussione e garantisca l’accesso a informazioni corrette e ad esperti di diverse posizioni, e uno spazio pubblico in cui la gente si senta libera di esprimersi.
Traduzione di Chiara Rizzo

 


 


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