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309 - 10.11.06


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Uccisi in cerca della verità

Ettore Mo con
Fabio Amato


“La Cecenia è stata uno dei paesi dove ho avuto più paura. A Grozny pensavo di morire. Le pallottole venivano da una parte e dall'altra, e non si capiva chi sparava a chi, mentre tu nel mezzo cercavi di non prendertene una”. Da inviato speciale del “Corriere della Sera”, Ettore Mo ha visto Timor est e l'Afghanistan, l'Iran e l'Azerbaijan. Fino alla Cecenia, di cui è stato uno dei primi giornalisti a vedere e raccontare il conflitto, nel 1996. In principio una “guerra di indipendenza”. Poi l'escalation, fino a torture e terrorismo. E gli omicidi mirati di chi come Antonio Russo o Anna Politkovskaja abbia cercato di raccontare una “verità” indipendente dal potere che la controlla.

Ettore Mo, che Paese era la Cecenia? E che Paese è oggi?

Io venivo da paesi con una forte identità musulmana, Iran e Azerbaijan, che sostenevano la causa cecena. La prima sorpresa, nella capitale Grozny, fu di vedere che tutti si comportavano all'occidentale. Vedevi le ragazze girare in minigonna, le coppie baciarsi per strada. Entrai in casa di una famiglia, e pensando che erano musulmani mi lasciai offrire solo del tè. Loro mi guardarono storto e mi dissero: “Tè? Ma non un whisky o una birra?”.
Questo per dire che non c'era ancora stata quella metamorfosi che sarebbe arrivata dopo. Quando intervistai Shamil Basaev, sei anni prima che fosse ucciso, mi parve veramente che fosse il leader dell'indipendenza cecena, e scrissi un pezzo quasi entusiastico. Poi me lo ritrovo ad uccidere i bambini di Beslan... Fui costretto a chiedere scusa ai lettori del “Corriere”.

Fu un errore di valutazione o è successo qualcosa nel frattempo?

La metamorfosi è avvenuta perché il movimento d'indipendenza ceceno per anni è stato sostenuto dall'Iran e dagli altri paesi musulmani. A un certo punto hanno semplicemente chiesto di pagare il conto. E il conto è stato una intensificazione dell'islamismo, accettato anche per dare forza alla loro lotta, che li ha portati a questa fisionomia del “noi in fondo siamo musulmani”. Dopo 150 anni di dominio sovietico laico, anche il ventre molle dell'ex-Urss ha ceduto. Prima nessuno pregava cinque volte al giorno. Anzi, quando scoppiò l'integralismo islamico, alla fine degli anni settanta, la paura che si propagasse fu in parte anche il motivo dell'invasione dell'Afghanistan.

Col senno di poi è stato un fallimento?

Completo...

Anche la morte di Anna Politkovskaja è la reazione alla paura? O pensa che dietro ci sia un ragionamento politico?

Anna Politkovskaja è stata uccisa per l'odio contro ciò che scriveva, ma chi l'ha uccisa non si è reso conto di quanto danno ha fatto alla sua stessa causa. Chi uccide un reporter finisce fatalmente per nuocere alla propria immagine in tutto il mondo. E nel caso della Politkovskaja sta emergendo tutto il danno che l'omicidio ha creato attorno a Putin e alla Russia.

Attorno probabilmente sì, ma dentro? In Russia, anche se non è del tutto passato sotto silenzio, l'omicidio ha mosso solo una piccola minoranza...

I mezzi di comunicazione russi sono ancora in mano governativa, i giornali sono quasi tutti schierati con il governo, e la stampa è ancora altamente controllata. È una condizione sufficiente per imporre il silenzio anche ai leader politici, che cercano di tutelarsi e di difendersi.

L'uccisione di Antonio Russo, il reporter di Radio radicale assassinato nel 2000, non ha avuto neanche lo scalpore...

La morte di Antonio Russo è ancora un tragico mistero, tante sono le cose non chiarite...

Due voci spente , importanti e indipendenti. E nessuna a sostituirle...

È una conclusione crudele ma esatta. Hanno eliminato quasi tutte le - poche - voci dissenzienti... In Russia, ma non solo lì - in generale in ogni luogo dove il potere è controllato da una oligarchia - il giornalista scomodo viene eliminato. Le liste delle associazioni per i diritti umani sono piene di giornalisti uccisi o incarcerati. In Italia, al contrario, le corrispondenze hanno potuto essere chiare, molto dure con il governo di Putin.

Eppure sono bastati due o tre giorni e la Cecenia è tornata nell'oblio...

I giornali sono così, i casi tengono pochi giorni, al massimo una settimana e poi si esauriscono. Non credo che sia cattiva volontà, ma è un dato di fatto. Tanto per dare una idea, sono recentemente andato in centro-America, dove ho incontrato il comandante Zero, che nel 1983 combatteva i sandinisti. Bene, l'ultima volta che se ne era parlato era stato più di venti anni fa, e pensare che oggi è candidato alle elezioni in Nicaragua.
Uno dopo l'altro i fenomeni come il Chiapas e il Messico, il Nicaragua o la Cecenia, sono stati tutti accantonati...

 


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