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308 - 26.10.06


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Intellettuali alla sbarra

Elisabetta Ambrosi


“Lei mi chiede se sono sicura in Turchia? E lei è sicuro in Belgio? Siamo sicuri su questo pianeta, in cui un mondo in cui dobbiamo fronteggiare quotidianamente ambiguità e angoscia?”. Così ha scritto sulla rivista inglese Opendemocracy la scrittrice e docente di storia medio-orientale in Arizona Elif Shafak. Eppure, per lei il 21 settembre scorso è stato un giorno felice. E non solo perché aveva appena dato alla luce sua figlia, ma anche perché è stata prosciolta, causa insufficienza di prove, dall’accusa di aver “offeso l’identità turca” in un suo romanzo, Il bastardo di Istanbul, in testa alle classifiche turche, nel quale i turchi che avevano partecipato ai massacri di armeni in Anatolia nel 1915-1916 venivano definiti “macellai”.

Ma su che base i giudici hanno portato alla sbarra l’autrice trentacinquenne? L’articolo incriminato – che ha scatenato le proteste in Turchia di intellettuali e giornalisti, generando una compagna finalizzata ad abrogare le leggi sulla diffamazione in tutti i codici penali europei (sponsorizzata dall’OSCE, dal New Human Rights Committee delle United Nations, dalll’ European Court of Human Rights, e da gruppi di pressione come Articolo 19, l’International Press Institute e Reporters Without Borders) nonché una richiesta esplicita di abrogazione da parte dell’Unione Europea – prevede fino a tre anni di carcere per chi “offende l’identità turca” (Turkishness).

Ma il governo, per paura delle reazioni nazionaliste, non vuole sentir parlare né di emendamento né tantomeno di cancellazione dell’articolo, nonstante esso si intrecci con la delicata questione dei negoziati per entrare nell’Ue. La cosa ironica, dice Elif Shafak, è che l’articolo 301 non è stato partorito dalle forze che si oppongono strenuamente all’adesione all’Unione, quelle nazionaliste-secolari, ma dallo stesso governo moderato di Erdogan, nel tentativo di ingraziarsi insieme nazionalisti e riformisti tramite un emendamento del codice penale frutto di un “delicato bilanciamento”: quello che, appunto, punisce con il carcere chi insulta “il buon nome” turco, una formulazione così vaga “da poter essere facilmente malinterpretata e sfruttata dagli avvocati ultranazionalisti per attaccare le menti più aperte della società”, conclude la scrittrice.

A condividere la sorte di Elif Shafak sono stati anche, insieme ad altri casi, il pubblicista armeno Hrant Dink, condannato a sei mesi di carcere e lo scrittore Orhan Pamuk, successivamente prosciolto. La sentenza di Dink si basa su un articolo di giornale in cui l’autore parlava del massacro degli armeni nel 1915. “Sono stato accusato di razzismo! Io, che ho passato una vita a lottare contro la discrimnazione etnica! Nel mio articolo, parlavo piuttosto dell’identità armena, e non di quella turca, che non è mio compito criticare”, dice Dink in un’intervista rilasciata all’ufficio Agos di Instanbul. Dink è tuttavia ottimista. Lungi dal vedere l’attuale governo islamico moderato come una minaccia, crede che la Turchia dimostrerà come l’Islam saprà rinnovarsi dall’interno, senza alcun intervento esterno (“come le bombe di Bush”).

Orhan Pamuk è stato invece accusato per aver “denigrato pubblicamente l’identità turca” in base a un’intervista rilasciata in febbraio al giornale svizzero Tages-Anzeiger in cui affermava che un milione di Armeni e circa 30.000 curdi sono stati uccisi in Turchia. Come racconta Murat Belge – un altro giornalista e studioso turco processato per aver organizzato una conferenza storico-scientifica sulla questione armena – su Opendemocracy, queste affermazioni hanno generato, grazie anche al supporto dei media, una reazione isterica di massa con manifestazioni e incendio dei libri dell’autore (si è formato persino un “circolo di odiatori di Pamuk”). Anche il caso di Pamuk è stato trascinato nel dibattito sull’Unione Europea, che spacca il paese, perchè ogni questione che getta luce sfavorevole sulla Turchia viene usata come carburante per la campagna anti-UE.

Insomma, il tema della ricostruzione della memoria è all’ordine del giorno in Turchia, soprattutto in relazione alla questione armena, su cui il governo di Ankara si gioca un possibile futuro Ue, poiché continua a resistere alle pressioni che la spingono a classificare quello armeno come “genocidio”. (Non è un caso che la giornalista Daria Vaisman abbia notato, su Opendemocracy, un parallelismo tra le vicende turche e il caso dello storico austriaco David Irving, condannato nel febbraio 2006 per aver negato l’Olocausto. In entrambi i casi, l’Europa sembrerebbe voler affermare “l’idea della libertà di espressione come principio che mina l’impulso a negare ciò che è vissuto come abominenevole e insopportabile”, dice).

Ecco perchè, come ha scritto lo storico David Bidussa (su Reset. 97, settembre-ottobre 2006), “Nazionalismo, opposizione all’Europa, questione armena, in particolare ammissione che ci fu genocidio armeno, sono tre ingredienti legati tra loro e il cui risultato è il caleidoscopio complesso – talora persino indecifrabile – chiamato Turchia moderna”.

 



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