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308 - 26.10.06


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40 anni di un lungo cammino

Claus Leggewie


I viaggiatori sono spesso stupiti dalle condizioni meteorologiche che trovano a Istanbul: si aspettano che faccia più caldo e che ci sia più sole, che il tempo sia più esotico e “orientale”. Nel suo libro Istanbul Orhan Pamuk descrive come, a metà del diciannovesimo secolo, Gérard de Nerval, Théophile Gautier e Gustave Flaubert provarono una simile delusione visitando la città. Flaubert, in particolare, era molto contrariato: “Istanbul non era l’Oriente che lui stava cercando”. “Preferiva l’arido Oriente dei beduini e il deserto, le profondità vermiglie dell’Africa, il coccodrillo, il cammello, la giraffa” – e così proseguì verso l’Egitto. L’Orientalismo potrà essere finito, ma l’illusione resta con noi: forse Istanbul non è l’Occidente che il filoturco disilluso dell’Europa occidentale sta cercando. Come studioso di scienze politiche, posso permettermi il lusso di non essere né pro né contro, né orientale né occidentale, e offrire solo qualche considerazione da istituzionalista malinconico.

La Turchia è andata bussando alle porte della Comunità europea per più di 40 anni. All’inizio, la questione dell’identità europea non rappresentava un grande problema. Il 12 settembre 1963, in occasione dell’Accordo di Associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia, Walter Hallstein (Cdu), allora Presidente della Cee, dichiarò: “La Turchia fa parte dell’Europa. È questo il senso profondo di questo processo: è la conferma, nella forma più appropriata ai nostri tempi, di una verità che è qualcosa di più dell’espressione abbreviata di una dichiarazione geografica o di un’osservazione storica, valide per qualche secolo”. Hallstein valutò molto positivamente la convergenza della Turchia verso l’Europa: “Non c’è stato nulla di comparabile nella storia dell’influenza della cultura e della politica europee, in effetti avvertiamo qui un rapporto fondamentale con gli eventi più contemporanei accaduti in Europa (…). Cosa c’è, quindi, di più naturale di un’identità tra Europa e Turchia, nelle loro azioni e reazioni: militari, politiche ed economiche”.

Quanto è diverso l’ottimismo del ‘Mr. Europe’ di allora, che prevedeva che la Turchia sarebbe diventata “un giorno” membro a pieno titolo dell’Unione, dal netto rifiuto pronunciato dal ‘monsieur l’Europe’ di oggi, Valéry Giscard d’Estaing, ex presidente della Convenzione europea, che ha dichiarato in maniera categorica che la Turchia non è “affatto parte dell’Europa” e che il suo ingresso significherebbe, in effetti, la fine dell’Unione Europea.
Questo cambiamento di opinione è dovuto, in parte, allo sviluppo politico interno della Turchia e alle sue innegabili deficienze in materia di democrazia, sviluppo economico, stato di diritto e, in parte maggiore, alle riserve dei ‘vecchi’ membri dell’Unione, riserve che, dal 1963, sono andate aumentando.

Il paradosso degli ultimi quarant’anni è, forse, che la Comunità Economica Europea si è sviluppata in un’unione politica, mentre la Turchia è diventata una repubblica più fortemente islamica, risultando così un contesto piuttosto differente da quello del 1963. La storia si concluderà con un’Unione Europea che, tormentata dai dubbi riguardo l’identità, rifiuterà l’ingresso a una Turchia governata da islamisti moderati, anche se le condizioni per quell’ingresso sono meglio soddisfatte oggi più che mai prima? L’Unione Europea congelerà l’esperimento di democratizzazione proprio nel momento in cui la società e il governo turchi stanno progredendo nella trasformazione politica che è stata loro richiesta?

Il dibattito sulla partecipazione della Turchia all’Unione Europea, a cui sia i sostenitori che gli oppositori hanno fornito serie argomentazioni, si muove lungo due fili conduttori. Uno documenta un processo di auto-scoperta europea orientato verso i principi e rapportato soprattutto ai vecchi membri, la cui identità è stabilita in contrasto alla Turchia – come avveniva nel passato per contrasto con l’ ‘Oriente’. In questo dibattito si possono individuare cinque nozioni di identità:
l’Europa come uno spazio geografico con confini naturali prestabiliti;
l’Europa come una comunità storica con una memoria e un destino comuni;
l’Europa come Occidente ed erede dell’Occidente cristiano;
l’Europa come una comunità di mercato capitalista con elementi di welfare state;
e, infine:
l’Europa come baluardo della democrazia e dei diritti umani.

Ma, ahimè, la geografia è segnata dalla permanente apertura dell’Europa verso Est, l’Occidente dalla sua rapida de-cristianizzazione e dal suo crescente pluralismo religioso, il famoso modello sociale dalla globalizzazione neoliberale, e persino la democrazia dal fatto che valori e norme universali non possono essere delimitate regionalmente. L’Europa non è un’essenza culturale, ma un processo storico aperto; l’identità europea è sempre stata definita in termini decentrati ed extra-territoriali. Se il fattore religioso deve essere preso in considerazione, allora ciò non deve avvenire in modo da limitare e vincolare l’Europa alla tradizione cristiana, ma in modo da assimilare e riflettere i principi della pace religiosa in un’Europa secolare e il principio inclusivo della libertà religiosa. L’Europa non può definirsi in contrapposizione a un ‘Altro’ chiamato ‘Islam’.

L’altro filone del dibattito affronta la questione più ‘tecnica’ del se e quando la Turchia soddisferà i criteri che la Commissione europea e i leader di governo hanno enunciato al summit europeo di Copenhagen del Dicembre 2002 e che aggiornano costantemente.
Oltre al rendimento economico, vengono considerati, soprattutto, il successo nella democratizzazione e il progresso nei diritti umani, civili e delle minoranze. Ciò che sta avvenendo, sotto queste condizioni molto precise, è un esperimento straordinario di intervento politico in uno stato sovrano terzo, un regime di cambiamento sociale e politico implementato e valutato dall’esterno. Si tratta di un esperimento che ha attirato troppa poca attenzione, o sfiducia, per le sue affinità con l’ambizione imperialista. Considerato come la prosecuzione del programma di occidentalizzazione forzata che la Repubblica Turca ha perseguito dal 1923, l’attuale processo di accesso della Turchia è uno dei progetti di democratizzazione più interessanti della storia moderna, comparabile nel suo radicalismo alla modernizzazione del Giappone, iniziata nel diciannovesimo secolo. È anche un buon esempio del fatto che una politica dei diritti umani nelle relazioni internazionali non è più semplice retorica, ma un generatore di risultati definitivi, possibilmente irreversibili. Non è questione di quanta Turchia l’Europa possa sopportare (o viceversa), ma della capacità del vecchio mondo di far valere la democratizzazione civile nella regione geopoliticamente delicata del ‘Grande Medioriente’, dove è prevedibile un’intensificazione del conflitto.
Vista in questo modo, la qualificazione per l’accesso all’Unione è giudicata innanzitutto in base al grado in cui la democrazia si è affermata come stile di vita. Ciò non significa semplicemente elezioni democratiche regolari, ma anche un sistema giudiziario indipendente, un sistema penale equo, il rispetto per i diritti culturali delle minoranze etniche e religiose come pure dei diritti fondamentali e civili in generale e, non ultimo, il controllo civile dell’esercito. Ciò offre qualche indicazione su quanta strada la Turchia abbia ancora davanti per arrivare a una democrazia liberale e pluralista. Allo stesso tempo, non si può semplicemente presumere che la democratizzazione segua ovunque lo stesso schema; piuttosto essa mostrerà sfumature e particolarità culturali che dovranno essere rispettate.

Dopo il 1945, la democratizzazione è stata legata ovunque al modello che caratterizza le società occidentali e alla liberalizzazione di mercato. La dialettica specifica della strada turca consiste nel fatto che la democratizzazione è stata accompagnata e accelerata da un movimento di re-islamizzazione e quindi, in definitiva, si è fondata sul desiderio di libertà religiosa e autonomia culturale. Ciò a sua volta permette di comprendere la tensione che una tale trasformazione comporta per una repubblica secolare unitaria come la Turchia che, nel ventesimo secolo, ignorò deliberatamente il ‘multiculturalismo ottomano’.

Un secondo criterio è rappresentato dalla forza economica di una società; da questo punto di vista la Turchia non è particolarmente stabile, sebbene sia in rapido sviluppo. Ma, in generale, questa discontinuità è vera anche per altri aspiranti membri; i rischi relativi sono già presenti per via dell’associazione attraverso l’unione doganale, e anche della grande quantità di relazioni transnazionali tra le aziende presenti nella stessa Turchia e nella “diaspora turca” in Germania e in altri stati dell’Unione (che, allo stesso tempo, sono fonti di dinamismo economico e integrazione). Non bisogna dimenticare che un’Unione Europea il cui obiettivo è essere un’unione sociale, con standard di vita pressoché uguali all’interno del proprio territorio, sopporta un peso maggiore di attese e pressioni per adattare piuttosto che per un’area di libero scambio strutturata in maniera meno vincolata.

Nel dibattito corrente, il terzo criterio – la security policy – viene spesso articolato in maniera provocatoria in termini della volontà dell’Unione Europea di trovarsi a condividere o meno i propri confini con l’Iraq. Questa alternativa pone la questione della “vecchia” Europa contro la “nuova”, ma in maniera diversa. Vogliamo un’“Europa-fortezza” che mantenga la propria distanza dai punti caldi orientali, e anche dagli Stati Uniti, e che approfondisca la sua associazione anziché estenderla, in modo da creare uno stato federale europeo con una periferia più o meno “filo-europea”? Oppure vogliamo un’Europa estesa il cui obiettivo è essere in grado di intervenire in tutto il mondo, cosa che potrebbe portarla a perseguire politiche quasi imperialiste e a competere esplicitamente con gli Stati Uniti, ma con scopi più benevoli? La politica verso la Turchia, ma anche verso Siria e Iran, sarebbe sostanzialmente diversa. Si tratta di una scelta difficile, ma una scelta va fatta. Per coloro che vogliono “approfondire” l’Europa, la relativa arretratezza della Turchia, il tasso di crescita della sua popolazione, il controllo militare della sua democrazia, la presunta alterità dell’Islam e, non ultimo, i potenziali conflitti con i suoi vicini saranno tutti motivi di timore. Coloro che, d’altro canto, vorrebbero estendere l’Unione Europea darebbero la propria fiducia al potenziale dell’economia turca in sviluppo, al gran numero di nuovi (e giovani) cittadini europei, alle varianti islamiche della democrazia, alla costruzione di ponti verso l’Asia centrale e il Golfo e non ultimo alla prospettiva di una pacificazione dell’intera regione. Attualmente la Turchia non è né pronta economicamente né è, soprattutto, una democrazia sufficientemente matura per essere membro a pieno titolo dell’Unione Europea. Nonostante i sostanziali progressi, la democratizzazione è un tronco senza arti; i diritti umani e civili non raggiungono ancora gli standard europei occidentali. Le minoranze religiose ed etniche sono riconosciute solo sulla carta, al genocidio storico degli armeni viene concesso un rispetto puramente formale e il controllo civile sull’esercito rimane debole. Se si considera la gestione dei pazienti psichiatrici o dei bambini negli orfanotrofi, o la situazione nelle prigioni o il trattamento degli omosessuali, si ha la prova di quanto la Turchia sia lontana dal centro dell’Europa. Nelle questioni di genere e negli affari della società civile c’è uno scontro di culture politiche.

Citare questa lunga lista di mancanze mette i critici occidentali in una posizione scomoda opposta a quella dei loro interlocutori turchi perlopiù filo-europei.
All’interno, le forze turche filo-occidentali rinvengono altrettante deficienze nel sistema politico turco rispetto ai critici europei, ma si aspettano che la prospettiva di un ingresso nell’Unione acceleri il progresso delle riforme. I turchi nazionalisti, d’altro canto, considerano l’adesione all’Unione Europea soprattutto come una conferma del potere nazionale, e ritengono che tutte le critiche interne costituiscano una violazione dell’onore collettivo. Se l’inizio dei negoziati fosse stato posticipato o cancellato, i turchi filo-europei avrebbero sofferto ancora di più la reazione nazionalista. L’amore non corrisposto della Turchia per l’Europa può tramutarsi in odio in ogni momento, mentre il fondamentalismo islamico e il grande nazionalismo turco continuano a rappresentare altre possibilità, inclini all’Oriente.

Questo mette coloro che sostengono l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea a patto che essa soddisfi determinate condizioni, sotto un’enorme pressione che spinge a essere disponibili anche quando i funzionari di governo turchi inscenano delle provocazioni come nel caso del recente processo contro Orhan Pamuk, accusato di “denigrare pubblicamente l’identità turca” perché aveva osato dubitare della posizione ufficiale sul genocidio armeno. Come risultato, il dibattito sull’entrata turca in Europa è caratterizzato da una generale mancanza di chiarezza su quale tipo di Turchia dovrebbe venire accettata, e si concentra su questioni domestiche a breve termine – in maniera molto simile a quanto avvenuto nei referendum sulla costituzione europea in Francia e Olanda. La domanda più importante qui dovrebbe essere: che tipo di Europa vogliono gli Europei?

“Approfondire” e “allargare” l’integrazione europea sono termini apparentemente contrari. L’Austria si era opposta all’accettazione di nuovi membri nell’Unione Europea – con l’incoerente eccezione della Croazia – ma vuole approfondire l’unità politica e culturale dell’Unione. Molti “vecchi” europei, compresa la Germania dopo il cambiamento di governo e la Francia sotto un indebolito Jacques Chirac, condividono questa posizione. La Gran Bretagna, la nazione guida della “nuova” Europa, non nutre alcun desiderio per una costituzione europea, né per un maggiore potere governativo e parlamentare di Bruxelles e del parlamento europeo, e neppure per l’euro. Come molti nuovi membri, la Gran Bretagna preferisce un’Europa costituita da nazioni diverse con legami più liberi – in sostanza un’area di libero commercio, ma con confini aperti alla sua periferia - con una coordinazione strategica sufficiente a costituire, in termini geopolitici, quasi un impero alla pari degli Stati Uniti.

La differenza fondamentale è che un’Unione a maglie larghe attrae un ampio raggio di aspiranti, compresa la Georgia, l’Ucraina e altri stati post-sovietici, e forse anche paesi nord africani come il Marocco, mentre un’Europa ‘approfondita’, con un’identità politica chiara, alte condizioni di welfare sociale, e una crescente omogeneità culturale, si distanzierebbe naturalmente da questi paesi, e di conseguenza non eserciterebbe attrazione su di loro. Paradossalmente, allora, quello che gli inglesi, con la loro opposizione ad ‘approfondire’ l’integrazione europea, stanno in realtà offrendo ai turchi è esattamente il tipo di “partnership privilegiata” che l’Austria, e ultimamente la Germania di Angela Merkel, sono andate sostenendo. Secondo Timothy Garton Ash, la struttura che la Gran Bretagna sembra avere in mente ricorda il legame tra i membri del Commonwealth britannico. (8) Ma “l’astuzia della storia” potrebbe essere che, anche quando gli inglesi riusciranno a migliorare le prospettive turche per l’ammissione, la rinegoziazione del trattato di Nizza – che diventerà necessaria se verrà ammessa la Croazia – porterà probabilmente a un’integrazione europea più forte. Così, quello che potremmo ottenere è, allo stesso tempo, un approfondimento e un allargamento dell’Unione Europea – qualcosa che oggi appare come trovare una quadratura del cerchio.


© Eurozine.
Questo articolo si basa su un contributo al dibattito “Only neighbours? Turkey and Europe” che si è svolto in occasione del diciottesimo Meeting of Cultural Journal ad Istanbul dal 4 al 7 novembre 2005

 



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