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308 - 26.10.06


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Dove colpisce la finanziaria

Corrado Ocone


Equità o sviluppo? Tasse o tagli alla spesa? Sulla legge finanziaria preparata dal governo si è letto tanto nei giorni scorsi. Non essendo esperto di contabilità generale dello Stato, eviterò di scendere sullo scivoloso terreno del giudizio su quanto giovi una manovra del genere ai conti pubblici e alla coesione e al dinamismo sociale, limitandomi invece a considerare gli aspetti simbolici e alcuni segnali genericamente politici trasmessi all’opinione pubblica. Appena sono state rese note le linee guida della manovra, l’ex ministro della Margherita Tiziano Treu ha infatti parlato di “una scelta puramente ideologica, una bandierina che non produrrà risultati e un segnale politico sbagliato”. Gli ha fatto eco qualche giorno dopo, sul “Corriere della sera”, il senatore Ds Nicola Rossi: “l’elemento caratteristico della Legge Finanziaria del 2007 – ha scritto – non è politico o economico ma è, prima di ogni altra cosa, culturale”.

Credo che Treu e Rossi abbiano ragione. Ma mi chiedo, se così è, cosa sia successo. Il fatto è che, io ritengo, i partiti variamente non riformisti hanno fatto pesare fortemente, checché ne dicano Prodi e Padoa Schioppa, il loro peso sulle scelte del governo: il fatto di essere indispensabili al mantenimento della maggioranza parlamentare. Non potendo realizzare il ”programma massimo” dettato dalle loro ideologie postcomuniste, pauperistiche e solidaristiche, queste forze politiche hanno bisogno, per rincuorare i propri elettori e non perdere consenso sociale, proprio di misure ideologiche e simboliche, cioè spesso velleitarie e demagogiche. Là dove è chiaro che dicesi ideologia una visione del mondo, seppur vaga e fatta spesso di slogan, che frappone uno schermo protettivo fra la realtà dei fatti e la loro sempre nuova e imprevedibile interpretazione.

È perciò proprio nel cuore di quelle ideologie pauperistiche e solidaristiche che va ricercato, a mio avviso, il motivo ultimo di scelte che non colpiscono tanto la ricchezza da rendita o spropositata degli iperricchi o “nuovi ricchi”, ma la normale ricchezza di un ceto borghese alla fine nemmeno troppo agiato.
È il caso di richiamare, in questo caso, credo, l’odio storico della sinistra per la borghesia, nato forse da una mal digerita lettura di Marx (la cui opera è in verità piena di elogi per quella che egli considerava l’unica classe ad aver compiuto una vera rivoluzione in età moderna). Un odio che si è intensificato, nel secolo scorso, attraverso svariate esperienze storiche, non sempre legate a giuste rivendicazioni salariali ma legate spesso al pregiudizio ideologico. Oggi, ovviamente, l’odio per la borghesia non si manifesta nel modo esplicito e oppositivo di un tempo, ma è se si vuole ancora più profondo e pervasivo.

Esso si manifesta in modo irriflesso, quasi inconscio, simbolico, ma detta automatismi di pensiero e idiosincrasie irrazionali che hanno forse a che vedere con quella “invidia sociale” e con quel deleterio e niente affatto costruttivo “risentimento” di cui parlava Nietzsche. Ciò che è in discussione, a mio avviso, è l’ideale che qualcuno possa ritenere giusto darsi da fare per arricchire il proprio portafoglio, per superare la soglia di un reddito medio (e magari garantito) fra l’altro sempre più eroso dal costo della vita. È in discussione, anche, la legittimità di chiedere un tornaconto personale come giusto merito e come ricompensa per la propria intraprendenza. È in discussione il fatto che tutto ciò significhi, praticamente, concedersi qualche lusso poi nemmeno tanto eccessivo: un ristorante di livello, un viaggio oltreoceano, un albergo a cinque stelle. È una concezione, il pauperismo, alquanto ipocrita: tollera casomai il lusso ostentato e volgare dei pochi ricchi o di chi, pur avendo un pingue conto in banca, si concede una vita spartana non per scelta ma per assecondare i luoghi comuni e il “politicamente corretto” di sinistra (ristoranti slow food, viaggi culturali, agriturismo). Ciò che è qui in discussione, voglio dire, è non tanto il fatto di essere normalmente benestanti, ma di darsi da fare per diventarlo o per mantenersi in questo stato. Colpire il ceto medio benestante, come si paventa nella bozza di finanziaria, significa colpire in ultima istanza la vera forza propulsiva delle nostra società occidentale (non la migliore possibile ma la migliore fra quelle da sempre esistite). Significa colpire il motore che ha dato loro dinamicità favorendo la mobilità sociale. Significa anche avere in odio l’individualismo, quella capacità e volontà di farsi da sé che è la caratteristica principale dell’uomo occidentale.

C’è poi da considerare che il tutto è aggravato, in Italia, dal sodalizio che naturalmente si crea fra queste forze di sinistra vecchio stampo e la persistente cultura cattolica. Una cultura, quest’ultima, premoderna, che del vivere con poco, anzi pochissimo, ha fatto un punto di onore. Il denaro, per questa tradizione, è “sterco del demonio”, come notava Luigi Einaudi nel suo bellissimo Elogio del profitto. E i comfort della vita sono un inutile di più, il superfluo, qualcosa di cui bisogna giustificarsi di fronte al prossimo.
Mi chiedo: quando concilieremo le nostre coscienze con la modernità e con quell’elemento caratterizzante di essa che è il denaro?


 


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