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308 - 26.10.06


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Mediterraneo, rimedio
ai fondamentalismi

Franco Cassano
con Mauro Buonocore


“Mediterraneo vuol dire, per l’Europa, costruire un proprio ruolo intorno al superamento del conflitto tra civiltà, che è la china lungo la quale si rafforzano a vicenda gli opposti fondamentalismi, quello di Bin Laden e quello di Bush. Mediterraneo vuol dire per l’Europa proporsi come una terra di mediazione, capace di suggerire vie di sviluppo che spingono ad incontrarsi e comprendersi”.
Franco Cassano, docente Sociologia della conoscenza all’università di Bari, conosce bene il mare di cui parla e che ha studiato nelle sue angolazioni culturali, nel suo essere centro e veicolo di quel pensiero di lentezza e riflessione che ha descritto in una delle sue opere più importanti, Il pensiero meridiano (Laterza) tradotto in tutto il mondo.
Sud, dice Cassano, fulcro di identità in movimento, culla di pensiero e civiltà, patria di dialogo.
Sud, magnifico punto di ripartenza per l’Unione che a Sud potrebbe trovare spazi di pensiero e tessiture politiche assai feconde.
Ma, a una domanda secca sul futuro europeo della Turchia, la risposta altrettanto asciutta e perentoria del professore è: “Ho delle forti perplessità. Mi sembra che risponda a una logica che più che ad aprire l’Europa al Mediterraneo miri a ricalcarla sulla fedeltà alla Nato. La stessa cosa direi della proposta di ingresso di Israele, di cui si sente parlare come un passo successivo. Nato sta per North Atlantic Treaty Organisation, un acronimo che non parla né di Europa né di Mediterraneo e non unisce, ma divide”.

Professore, nel suo Pensiero Meridiano lei elogia la “lentezza” della cultura del Sud che potrebbe arricchire la velocità di uno sviluppo incontrollato migliorando la qualità delle nostre vite e la profondità della nostra cultura. Crede che con l’ingresso della Turchia nell’Ue il Mediterraneo riuscirà ad arricchire l’Europa di questa lentezza?

Credo che l’ingresso della Turchia dividerebbe il Mediterraneo non europeo, rafforzando la divisione tra arabi e turchi e aprendo la strada all’ingresso d’Israele, che sarebbe un ulteriore elemento di divisione. Il Mediterraneo è fatto da tutti i paesi che si affacciano su questo mare comune e quindi, oltre che dai paesi europei, dai paesi arabi, in primo luogo dai palestinesi. Inoltre non mescolerei la riflessione sulla qualità dello sviluppo legata al tema della lentezza a un’apertura così discutibile e contraddittoria. Il tema della lentezza diventerà sempre più importante nel futuro. Molti pensano che esso nasca da una nostalgia, da un voler guardare indietro. È esattamente il contrario, lentezza vuol dire confrontarsi con i temi della qualità della vita, dell’uso della tecnica, di una nozione di ricchezza più complessa, fatta della disponibilità di una pluralità di tempi, di dimensioni della vita non riducibili all’ossessione competitiva. Il tema della lentezza è il grimaldello per scardinare quel meccanismo ideologico, oggi così diffuso da essere diventato un’ovvietà culturale, grazie al quale gli apologeti della forma di globalizzazione dominante “squalificano” ogni critica, riducendola a residuo del passato, a nostalgia. Questo vecchio e collaudato trucco, che ha a lungo permesso di liquidare ogni autonomia del pensiero, è ormai sempre più scoperto e il pubblico non applaude più. Aprire il pensiero è la prima condizione per metterlo in movimento. Una nuova qualità dei rapporti tra tutti, e sottolineo la parola “tutti”, i paesi del Mediterraneo potrebbe essere un primo passo in questa direzione.

Se dovesse spiegare perché il Mediterraneo è uno spazio così forte di condivisione, da dove inizierebbe la sua definizione?

Partirei dal suo nome, medi-terraneo, che vuol dire mare tra le terre, un’espressione significativa per più ragioni. In primo luogo perché è un mare che media e tiene insieme terre diverse tra loro. E quindi il contrario dell’allergia reciproca, del conflitto tra le civiltà. Ma Mediterraneo è anche equilibrio tra terra e mare, tra due principi opposti, quello solido e stabile dell’appartenenza e della protezione e quello mobile e liquido della libertà, che esalta la partenza e l’iniziativa dell’individuo. Oggi si fronteggiano invece due fondamentalismi: quello della terra, dell’identità e della comunità, che chiude l’individuo nel muro dell’appartenenza, e quello dell’oceano, un mare senza limiti che riduce l’uomo a un atomo in continua competizione con gli altri, impossibilitato a fermarsi, perché ossessionato dalla possibilità che essi possano superarlo. È quel fondamentalismo del mercato di cui parla Joseph Stiglitz, una metafisica molto influente se è vero che governa la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Con il suo reciproco limitarsi di terra e mare il Mediterraneo sottolinea, invece, che occorre trovare un punto di equilibrio, una “misura” capace di mediare libertà e protezione sociale, individuo e comunità. Una battaglia tutt’altro che locale, ma tesa ad individuare un punto d’incontro tra il nord ovest e il sud est del mondo che s’incontrano proprio su questo mare. Il Mediterraneo non è un idillio turistico, ma un’idea di pensiero e di saggezza, non è una nostalgia, ma una terapia per le patologie del tempo presente.

Sarà forse un’idea troppo romantica della politica europea, ma possiamo dire che, come il Mediterraneo, anche l’Unione è nata per essere incontro fecondo di diversità, per far camminare insieme unità e molteplicità, per essere scambio di beni e conoscenze. Eppure nonostante tante similitudini, l’Ue sembra trascurare questa area, soprattutto da un punto di vista politico. Perché?

Perché l’Europa mediterranea ha a lungo dormito, incapace di cogliere il carattere generale e globale della propria collocazione. A lungo l’Europa mediterranea ha considerato tale tratto comune più come un peso che come una risorsa politica generale, dominata più dalla necessità di dimostrare di essere all’altezza della nuova costruzione che non da quella di farsi portatrice di un’idea di Europa diversa e più ricca di quella rinchiusa sul suo cuore continentale. È importante segnalare che con la crisi libanese, per la prima volta, e dopo molti – troppi – anni, si è visto qualcosa di nuovo, ed è molto importante che questa novità sia stata rappresentata dall’Italia, che ha scosso dal suo torpore l’Europa, non solo quella settentrionale, ma anche la Francia e la Spagna. Credo che lentamente questa coscienza si stia affermando, anche perché l’autonomia dell’Unione passa attraverso la sua capacità di definire un proprio ruolo originale nei rapporti con il mondo arabo-islamico. La prospettiva mediterranea non è una proiezione romantica, ma qualcosa di molto più concreto, è l’esame di maturità dell’Europa come soggetto politico globale.

Lungo le sponde della cultura mediterranea abbiamo visto svilupparsi la polemica nata dal discorso di Ratisbona di papa Ratzinger. I rapporti tra cristianesimo e filosofia greca, da una parte, le reazioni del mondo islamico che sono partite proprio dalla Turchia, dall’altra. Come giudica quella vicenda di verità che continuano a urtarsi prima di comprendersi?

Da parte islamica c’è stato senza dubbio un eccesso di reazione, che deve preoccuparci tutti e non farci recedere dall’abitudine al libero esercizio del pensiero. Ma vedo anche all’opera in questo papa una preoccupazione ossessiva per il tema dell’identità cristiana sia nel rapporto con le conquiste della scienza e della tecnica sia nel rapporto con le altre culture. Percepisco in queste preoccupazioni un’angoscia e un riflesso difensivo che frena quella capacità di varcare i confini delle culture che aveva caratterizzato il papato di Woytila. L’individuazione della differenza cristiana nel logos, che attraversa la lezione che ha suscitato tante polemiche, mi sembra non solo oscurare parti importanti della cultura islamica, ma anche rivelatrice di una chiusura dottrinaria rispetto alla forza della capacità testimoniale, che è uno strumento decisivo per varcare le differenze tra le religioni. L’enciclica Deus caritas est già annunciava una forte contrazione del respiro dell’amore rispetto a quello sporgersi sull’altro, a quel chiedere scusa, che ha consentito a Woytila di parlare ben al di là dei confini dell’Occidente. Di fronte al confine possono prodursi due atteggiamenti opposti, quello di provare ad attraversarlo e a comunicare con l’altro e quello difensivo di mettere i paletti ad ogni contaminazione. Mi sembra che questo papa preferisca il secondo atteggiamento, avverta come preoccupazione preliminare quella dell’identità. Va da sé che pensare il Mediterraneo significa invece avere il gusto di varcare il mare, non per convertire, ma per allargare la fraternità, proprio come fece a suo tempo Francesco di Assisi. E si badi bene: questo non significa abbandonare la propria identità, ma praticarne un’altra versione, più generosa e più coraggiosa, più capace di aprirsi al futuro.

 



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