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307 - 12.10.06


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Mozart deve dire la sua.
E il papa?

Elisabetta Ambrosi


Non è bastata la nota del segretario di Stato Bertone. Non è bastato il discorso a Castelgandolfo, in cui Benedetto XVI si diceva “vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell’Università di Regensburg”. Non è bastato neanche l’incontro con gli ambasciatori dei paesi a maggioranza musulmana accreditati preso la Santa Sede e alcuni esponenti delle comunità musulmane in Italia. In esso, il papa, definendo il Concilio Vaticano II la Magna Charta del dialogo islamo-cristiano, ha detto che la Chiesa “guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio” ed ha esaltato il dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani, definendolo “una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”. Di più: Ratzinger ha parlato di un dialogo tra le culture, tanto più necessario in un mondo che nega la trascendenza e di una “collaborazione ricca di frutti al servizio dell’intera umanità”. Ma tutto questo non è servito.

Martedì 27 settembre, i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Organizzazione della Conferenza Islamica, l’organismo intergovernativo cui aderiscono 57 nazioni, hanno votato una dichiarazione per chiedere a Benedetto XVI di “ritrattare o riformulare” le sue dichiarazioni. E mentre in America il New York Times continua ad ospitare voci critiche verso il discorso di Ratzinger, il Corriere della Sera sceglie coerentemente di impaginare l’articolo sulla critica al papa della Conferenza dei Paesi Islamici con quello che spiega la decisione del teatro lirico di Berlino di cancellare dalla programmazione l’Idomeneo di Mozart, il cui finale prevede l’arrivo del re Idomeneo con in mano un mazzo di teste sanguinanti: un mazzo, si noti, perché oltre a quella di Maometto ci sono anche quella di Gesù, Poseidone, Buddha (!), a testimoniare i milioni di morti causati dalla religione.

Insomma, sembra di essere di fronte a uno scenario di quelli che Oriana Fallaci avrebbe dipinto con furore: quello di un papa e di un cristianesimo sempre più deboli, costretti sulla difensiva – e con loro di un Occidente anemico e non in grado di preservare i suoi valori, come la libertà di espressione – e al tempo stesso di un Islam invasivo incapace di accettare critiche e di fare autocritica sui propri errori.

La realtà è un po’ diversa e, soprattutto, occorre fare alcune distinzioni. Come molti editorialisti hanno notato, al di là delle pur encomiabili ritrattazioni, resta il fatto che il papa è stato costretto a scusarsi perché, anche se involontariamente, ha fatto un errore, sottovalutando le conseguenze politiche della sua difesa di un cristianesimo ellenizzato e ragionevole, proprietario del Logos, a fronte della presunta trascendenza arbitraria dell’Islam. Il discorso di Ratisbona non ha, inoltre, giovato in primo luogo alla Chiesa stessa, e al suo, faticoso e decennale, impegno di accreditarsi presso l’opinione pubblica come un’autorevole voce nella difesa dei valori della tolleranza, del rispetto, del dialogo tra civiltà.

Al contrario, la scelta di fermare la messa in scena dell’opera per non ferire la sensibilità musulmana ed evitare proteste e reazioni di ogni tipo è indiscutibilmente molto grave e lede pesantemente quel principio di libertà di espressione, specie nell’arte, che nelle società occidentali – abituate a vedere crocifissioni provocatorie e ogni genere di attacco al cristianesimo – è ormai un valore consolidato. Non è che il papa non può permettersi di esprimere la sua opinione e Mozart sì, insomma. Il fatto è che al papa avrebbe giovato esprimere, in quel discorso, un invito all’amore, su cui i tre monoteismi sono fondati (come ha notato recentemente Aldo Schiavone su Repubblica), piuttosto che rivendicare per la Chiesa il monopolio della ragione. Che Mozart venga censurato per presunto rischio di blasfemia, invece, non giova davvero a nessuno.

 



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