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307 - 12.10.06


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“Si cambia al vertice, ma
tutto resterà come prima”

Patrick Diamond con
Elisabetta Ambrosi


Patrick Diamond è direttore di Policy Network, un think tank internazionale di centro-sinistra fondato nel 2000 da Tony Blair, Gerhard Schröder, Giuliano Amato e Göran Persson. Gli abbiamo rivolto alcune domande sulle conseguenze dell’avvicendamento più discusso del momento, quello tra Tony Blair e Gordon Brown, cui mancherebbero, secondo molti, ormai pochi mesi.

La prima questione riguarda la politica estera: cosa cambierà con Brown al potere? Sarà una politica più o meno filo-atlantica di quella di Blair?

Credo che, in sostanza, non ci sarà molta differenza. Tutti i primi ministri inglesi, dalla seconda Guerra mondiale in poi, hanno cercato di mantenere un ponte tra l’America e l’Europa e questa nozione di ponte transatlantico è stata molto importante nel mantenere l’influenza britannica nella politica mondiale. Quindi è molto improbabile che Gordon Brown si allontani da questa posizione. Credo infatti che manterrà sia gli impegni europei sia il forte legame, che c’ è sempre stato, con la Casa Bianca. Certo, dal punto di vista retorico, comunicativo, la sua politica potrà avere sfumature diverse rispetto a quella di Blair: ad esempio potrebbe porre meno enfasi sull’interventismo o sugli aspetti morali della politica estera: ma nella sostanza non mi aspetterei alcun cambiamento fondamentale.

E per quello che riguarda la questione irachena?

Non vedo alcuna differenza su questo tra la posizione di Brown e quella di Blair. Brown ha votato per la guerra e quindi, anche se le scelte a lungo termine sono difficili da prevedere, è assai improbabile che prenda una posizione non in linea, isolata, da quella Americana.

The Spectator ha scritto che Brown è decisamente più euroscettico di Blair. “Non legge romanzi europei né ascolta Beethoven”, hanno detto. Vede possibile in quest’ottica un’entrata della Gran Bretagna nell’euro?

Anche qui, dipende da come la si vede. Brown può essere meno europeista di Blair nel suo linguaggio, ma questo non implicherà una politica diversa rispetto a quella tenuta finora dalla Gran Bretagna, con un forte sostegno all’Unione Europea, anche se magari con una minore attenzione per l’allargamento e l’integrazione interna. Io credo che porterà totalmente avanti la politica di Blair. C’è forse un’area che Brown potrebbe voler potenziare: quella della politica europea per la sicurezza e la difesa, per far sì che l’Europa possa impegnarsi di più dal punto di vista militare. Insomma, non necessariamente Brown sarà meno europeo, ma naturalmente penso che si sappia che è più interessato ad alcune istituzioni europee, e che sarà difficile che durante il suo premierato la Gran Bretagna entrerà nell’euro: anche se, ufficialmente, Brown si è mostrato molto interessato alle conseguenze dell’entrata nella moneta unica e agli strumenti che sarebbero necessari per armonizzare l’economia britannica con quella degli altri paesi dell’Unione.

Per quanto riguarda la lotta alla povertà e alle diseguaglianze, Gordon Brown si comporterà in maniera più aggressiva? O resterà nel sentiero tracciato dalla Terza Via?

Credo che la politica sarà la stessa, anche perché la strategia del governo in questi ambiti è stata disegnata negli ultimi dieci anni Brown stesso. L’enfasi sulla redistribuzione, sul sistema dei benefits che si lega ad una grande responsabilità nel welfare e a quella che noi chiamiamo conditionality of benefits – ovvero il fatto che per ottenere dei benefici occorra prima soddisfare determinate condizioni (cercare lavoro, formarsi, etc.) – proseguiranno probabilmente anche con Brown. Credo che il framework ideologico, sociale e democratico, della terza via, che bilancia diritti e responsabilità per non andare incontro ad alcuna contraddizione tra eguaglianza sociale e efficienza economica, rimarrà nel premierato di Brown.

Qual è in conclusione, l’eredità di Tony Blair?

Credo che sarà soprattutto ricordato per aver trasformato il Labour Party in un partito di governo di successo. Con tre tornate elettorali vincenti, è riuscito in qualcosa che nessun ministro laburista aveva fatto prima. Nella politica interna ha avviato tante iniziative che a lungo termine si mostreranno di successo; ma in politica estera sarà difficile che verrà ricordato per qualcosa di diverso dalla guerra in Iraq!




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