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306 - 28.09.06


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Il sogno del giovane Dossetti

Giorgio Tonini


Tratto dal quotidiano Europa.


Dal dibattito su identità e futuro del socialismo europeo, che La Repubblica ha avuto il merito di avviare ed Europa quello di proseguire e approfondire, mi pare siano emersi almeno due punti fermi. Il primo lo ha posto Giuliano Amato e riguarda la storia socialista, che è una storia plurale e con?ittuale: c’è socialismo e socialismo. Non solo perché c’è un socialismo democratico e c’è (c’è stato) un socialismo totalitario.
Ma anche perché nello stesso socialismo democratico si sono a lungo confrontate e tuttora si confrontano una versione statalista e giacobina e una liberale.

Il secondo punto fermo è che solo quest’ultima versione dispone delle categorie concettuali, prima ancora che politiche, in grado di comprendere, prima ancora di governare, i cambiamenti in atto. E ciò si deve al fatto che, come ha scritto Walter Veltroni, questo socialismo non si pensa come autosufficiente e compiuto in sé, ma aperto alla contaminazione con altre culture democratiche, a cominciare dal liberalismo e dal cristianesimo democratico e sociale.

Favorire questo incontro e questa mescolanza è dunque azione vitale per il futuro del riformismo, che sarà plurale o non sarà. In particolare è vitale l’incontro, nel nostro paese ancora sentito come problematico, tra socialismo liberale e ispirazione religiosa. Anche perché, come ha scritto qui su Europa Antonio Polito, solo valorizzando la categoria della “fraternité”, tipica della tradizione cristiana, l’incontro socialista-liberale di “liberté” ed “egalité” può farsi sostenibile.

Sono passati sessantuno anni da quando, l’8 settembre del 1945, il giovane Giuseppe Dossetti scriveva su Reggio Democratica un articolo su “Fede religiosa e idea socialista”, che sembra pensato per il nostro dibattito. Per stabilire se c’è compatibilità tra religione e socialismo, scrive Dossetti, “bisogna innanzi tutto precisare che cosa si intende per fede religiosa e per idea socialista. La religione richiede per lo meno le seguenti cose: che si creda allo spirito umano come libero e immortale e che perciò si creda al valore essenziale della persona, in quanto libera e destinata all’eterno, come fine al quale il buon ordinamento dello stato è preordinato e condizionato, e non come mezzo e strumento che può essere allo stato subordinato e dallo stato usato a suo piacimento”.

“Irrimediabilmente incompatibile con la religione (con qualsiasi religione)” è dunque per Dossetti “quel socialismo che nelle sue giuste e vere aspirazioni di giustizia sociale e di rinnovamento strutturale della società, parte però dalle false premesse del materialismo storico, cioè della negazione dello spirito, della sua vocazione eterna e della sua libertà, e perciò pretende di attuare quaggiù la società perfetta con la lotta di classe, con la distruzione violenta, con l’imposizione dall’esterno, con l’assoggettamento dell’uomo allo stato, con la dittatura del proletariato, ecc. Questo come dottrina è il socialismo marxista; questo, come esperienza storica, è il socialismo del partito comunista; questo è il socialismo del Partito socialista italiano, finché Nenni si dichiarerà, come si dichiara, fermamente e irriducibilmente legato alle radici del marxismo ortodosso”. “Non è però – osserva Dossetti – il socialismo dei laburisti inglesi e degli altri partiti socialisti dell’Europa occidentale che comprendono sempre più la parte di menzogna del marxismo e più ancora la sua antistoricità, cioè il suo superamento, e che perciò si orientano verso forme nuove, verso orizzonti più aperti. Sono gli orizzonti di un socialismo spirituale e cristiano, quel socialismo che non solo noi vogliamo, ma che fermamente crediamo sarà la grande conquista dell’Europa di domani”.

L’analisi del giovane Dossetti è lucida e attuale. È l’Italia in ritardo sull’Europa, non viceversa. Per una ragione fondamentale: il peso schiacciante del comunismo sulla sinistra.
Questo è stato l’ostacolo insormontabile alla costruzione in Italia di un partito socialista di stampo europeo, questa è stata la causa principale di quella frattura ideologica che avrebbe costretto i cattolici democratici, loro malgrado, a schierarsi col blocco moderato, ma democratico e anticomunista, e a esercitare da lì una difficile funzione riformatrice e una faticosa opera di progressiva inclusione democratica della sinistra.
Da quasi vent’anni, quella storia italiana è alle nostre spalle. Non è più un dato politico del presente, ma il suo abbrivio continua a condizionarla negativamente, ostacolando il concludersi della transizione e il superamento definitivo dell’anomalia italiana in Europa. Perché quella storia, pur con le sue grandezze, ha privato l’Italia di un grande partito socialista, democratico e plurale, che potesse rappresentare come tale il crogiolo del riformismo al tempo stesso socialista e liberale e cristiano.

Questo compito è ancora davanti a noi. Ed è un compito che nessuna delle forze di centrosinistra è oggi in grado di svolgere da sola: neppure i Ds, che non sono ancora, né da soli potranno mai diventare, un vero partito socialista europeo. Se ne è avuta una prova lampante, come ha scritto su queste colonne Enrico Morando, una prova che è stata anche una convincente spiegazione dell’impossibilità di crescere elettoralmente oltre la soglia del 20 per cento, con il disagio col quale buona parte del gruppo dirigente del mio partito ha vissuto la candidatura di Giuliano Amato al Quirinale e perfino con la lettura che in molti hanno dato dell’elezione di Giorgio Napolitano.

Il grande partito democratico e riformista italiano, allo stesso tempo socialista e liberale e cristiano, nascerà se i cattolici democratici riusciranno a sentire come loro il sogno frustrato del giovane Dossetti. Dar vita ad una siffatta forza politica, unitaria e plurale, del riformismo italiano, significa infatti superare in modo definitivo il principio dell’autonomia politica dei cattolici democratici, accettando di mettere in comune quel grande patrimonio di cultura politica con gli apporti di altre tradizioni. Significa, in altre parole, accettare come auspicabile, anche per l’Italia, un destino europeo. L’autonomia politica dei cattolici democratici era indistinguibile, nel capolavoro degasperiano, dall’unità politica dei cattolici. Superata l’unità politica, dopo la fine del comunismo che l’aveva resa a lungo necessaria, non può non determinarsi la scissione tra l’ispirazione cristiana e l’autonomia politica. La prima vive, mentre la seconda è destinata a perire insieme all’unità politica.

La Margherita è già, sotto molteplici aspetti, la realizzazione di questo processo. Ma anche la Margherita è un già e un non ancora: già oltre la cultura dell’autonomia politica dei cattolici democratici, ma non ancora l’approdo alla casa comune di tutti i riformisti.
Per questo serve il Partito democratico.

Il dibattito di questa fine estate ha avuto il merito di dimostrare che il Partito democratico italiano, che pure per ragioni storiche non potrà e non dovrà chiamarsi socialista, non potrà collocarsi in Europa se non nel campo della grande famiglia del socialismo europeo: nelle forme, nei modi e nei tempi che insieme saranno decisi. Ma ha anche mostrato come l’ispirazione cristiana dovrà essere una delle dimensioni fondative essenziali di questo nuovo partito. Proprio se esso vorrà partecipare alla ricerca comune di tutte le forze socialiste europee: una ricerca, per dirla con Giuliano Amato, che ha come obiettivo quello di tenere distinto e lontano il fine della “libertà eguale” dalle accentuazioni individualistiche che avvelenano le società del nostro tempo.

 

 


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