306 - 28.09.06


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Il futuro è Democratico

Antonio Polito


Tratto dal quotidiano Europa.


Fa bene Giuliano Amato, sulla Repubblica, a dirsi ?ero di essere socialista. Fierezza è la parola giusta.
Si è ?eri di un passato quando si è consapevoli che da esso possa scaturire un futuro (per questo ci sono passati di cui non si può essere altrettanto ?eri, perché non hanno generato futuro: il fascismo si è estinto per combustione in vent’anni, il comunismo per consunzione in settanta). Il passato cui Amato appartiene è invece impeccabilmente socialista. E il futuro che predica è altrettanto impeccabilmente democratico.

Rispondendo a un articolo di John Lloyd, che con brutalità anglosassone aveva spiegato perché i partiti socialisti vincenti non sono già più di fatto dei partiti socialisti, ma sempre più spesso liberali, Amato si mostra consapevole di un fatto che spesso la peculiarità storica italiana ci ha fatto dimenticare: la sinistra politica non nasce in Europa con la questione sociale, o col marxismo, ma nasce prima, con la Rivoluzione francese. Essa rivendica a un tempo libertà, eguaglianza e fraternità.

Propugna cioè un uomo nuovo che possa assommare in sé la dimensione civile, quella sociale e quella morale della sua emancipazione. Da quel ceppo unico gemmarono in realtà tre sinistre: la sinistra liberale della libertà, la sinistra socialista dell’eguaglianza, e la sinistra cristiana della solidarietà.
Tre vie diverse e complementari per la liberazione dell’uomo dall’uomo che hanno concorso a pari titolo a fare dell’Occidente, in due secoli, il luogo dove più che in ogni altro angolo del mondo l’essere umano è arrivato a godere insieme di alti livelli di libertà, eguaglianza e solidarietà. In questo senso, un liberale o un cristiano possono oggi dirsi, a pari titolo di un socialista, ?eri del proprio passato.

Si può allora concludere, come fa Amato, che il superamento e l’incontro di queste tre grandi tradizioni progressiste è oggi reso necessario e quasi naturale proprio dal loro successo, dal raggiungimento di fatto di quei tre grandi obiettivi (Amato parla di libertà ed eguaglianza, io mi sono permesso di aggiungere la fraternità/solidarietà)? Sì e no. Sì, perché effettivamente oggi l’Europa vive i problemi di una società capitalistica matura, che ha enormemente ristretto l’area della povertà, enormemente allargato l’area dello stato sociale, e universalmente esteso l’area della libertà politica e civile. Ma anche no, se non si vuole sottovalutare lo stravolgimento della gerarchia di valori tra quei tre grandi vessilli ottocenteschi che il XX secolo ha provocato.

Voglio dire che il mito dell’uguaglianza ha perso terreno. Innanzitutto per la deformazione totalitaria cui l’ha piegato l’utopia comunista, alla quale Amato nel suo testo non fa sconti, nemmeno ricorrendo al facile giochetto di separare socialismo e comunismo come se fossero due cose incompatibili, mentre nel Novecento si sono incrociate e contaminate più di quanto oggi molti socialisti tardivi siano pronti ad ammettere. Entrambi, discendendo da Rousseau, hanno vissuto a lungo nella convinzione che “gli esseri umani nascono non solo perfettibili ma identici, per cui qualunque con?itto grave va addossato alla gravità delle condizioni ambientali”, cioè alla società. Ecco la radice dell’etimologia socialismo, ed ecco un potenziale humus perfetto per la degenerazione delle minoranze comuniste che, modi?cando la società, erano convinte di poter modi?care l’uomo. In secondo luogo perché i fautori dell’eguaglianza ad oltranza hanno per forza di cose messo l’accento sull’azione collettiva (rivoluzione, sciopero, partito) come strumento privilegiato di liberazione dell’uomo, opprimendone dunque la libertà e la responsabilità individuale ?no a limiti insopportabili, e infatti non sopportati.
E in terzo luogo, quello che interessa di più la nostra attualità politica, perché almeno a partire alla metà degli ’70 del Novecento lo sviluppo armonico e contestuale dei tre elementi – libertà, eguaglianza e solidarietà – si è inceppato alle prese con il modi?carsi delle ragioni di scambio mondiali, determinando quella che viene de?nita la ?ne dell’età dell’oro socialdemocratica, quel lungo periodo di benessere e di crescita senza limiti che sembrava caratterizzare la storia dell’Europa dalla ?ne del secondo con?itto mondiale.

Forte crescita, alta spesa sociale e crescente coesione sociale smettono di essere tutte e tre contemporaneamente disponibili quando schizza alle stelle il prezzo del petrolio e delle materie prime in seguito al con?itto arabo-israeliano del ’73 e quando i vagiti della globalizzazione generano nuovi attori economici sulla scena del mondo, che fanno concorrenza alla vecchia Europa. Da allora, fateci caso, non c’è più società europea che riesce ad avere tutte e tre le cose insieme. O si privilegia la crescita, come in Gran Bretagna, o la coesione sociale come in Scandinavia, o la virtù di bilancio, come in Germania. Il mondo nuovo obbliga a scegliere tra libertà, eguaglianza e solidarietà.

Non è un caso se è proprio alla ?ne degli anni ’70 che nasce la nuova destra neo-liberista, e sbaraglia un po’ dovunque la vecchia sinistra di impianto socialista classico. E non è un caso se è proprio nel lungo esilio all’opposizione che la sinistra, britannica e tedesca in particolare, matura con fatica una profonda revisione teorica e di prassi, proponendosi di perseguire l’eguaglianza in modi nuovi, e più consoni al nuovo mondo. Per esempio attraverso la libertà, riconsegnando cioè alle persone le condizioni per dispiegare appieno il proprio talento e il proprio merito, indipendentemente dalle condizioni sociali di partenza. Oggi questa sinistra non parla più di eguaglianza ma di pari opportunità, ed è perfettamente consapevole che un elevato grado di istruzione è uno strumento di equità sociale in?nitamente superiore alla tassazione progressiva. Oggi questa sinistra non cerca più di rendere gli uomini uguali tassando e spendendo, perché ha capito che il grado di eguaglianza di una società non si calcola in quantità di spesa pubblica ma in quantità di occupazione. Oggi questa sinistra cerca nella fraternità/solidarietà la risposta ai nuovi bisogni collettivi che un mastodontico e burocratico stato sociale non riesce più ad assicurare, ricorrendo piuttosto al volontariato, al non pro?t, alla sussidiarietà.

In ?n dei conti, è questa rivoluzione culturale che aspetta anche il centrosinistra italiano, o almeno quella parte di esso che si dice riformista e vuol farsi Partito democratico. Altrove la rivoluzione è avvenuta in partiti di massa già disponibili, che hanno cambiato la sostanza senza cambiare il nome (anche se il nome socialista non è certo quello con cui si autode?nirebbero i laburisti inglesi o i socialdemocratici tedeschi, e in questo ha perfettamente ragione Lloyd). Da noi, dove un tale partito di massa riformista non è disponibile per l’ipoteca storica che sulla sinistra italiana ha per decenni esercitato il comunismo, questa nuova fusione tra libertà, eguaglianza e solidarietà ha bisogno di un nuovo contenitore. Non solo con un nome nuovo, Partito Democratico, ma con una nuova cultura. Esattamente la conclusione di Giuliano Amato: il quale, dettosi ?ero di venire dalla storia socialista, si dice pronto a “confondersi” con i portatori degli altri elementi della fusione.



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