CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
306 - 28.09.06


Cerca nel sito
Cerca WWW
Mai più statalisti, sempre liberali

Enrico Morando


Tratto dal quotidiano Europa.

È utile al processo costituente del Partito democratico la discussione avviata dall’articolo di Lloyd “Che cosa vuole dire de?nirsi socialisti” e proseguita su Europa con gli interventi di Amato, Polito, Bosetti e Urbinati. È utile perché a questo processo i socialisti possono partecipare da protagonisti se sono al contempo ?eri interpreti della loro tradizione ed esperienza politica, e perfettamente consapevoli di ciò che c’è di caduco, inutile e addirittura dannoso in quella stessa tradizione. Meglio: possono partecipare da protagonisti solo se e proprio perché hanno consapevolmente operato le necessarie rotture di continuità con quella parte della loro tradizione che – all’inizio del nuovo secolo – costituisce piuttosto un freno che non un utile bagaglio di attrezzi per il governo della società contemporanea ispirato a ?ni di sviluppo quali-quantitativo. È qui che si incontra l’ossimoro caro a Giuliano Amato: socialismo liberale.

La sinistra, come noi la conosciamo in Europa, ha duecento anni di vita: nei primi cento, è stata liberale. Nei secondi, è stata socialista.
Quando – ed è stato per poco, dopo la seconda guerra mondiale – socialismo e liberalismo si sono concepiti come amici ed hanno cooperato, è stata età dell’oro: suffragio universale e alternanza, stato sociale e piena occupazione.
Più spesso, nel Novecento, queste due tradizioni ed esperienze della sinistra si sono concepite come nemiche l’una dell’altra, e si sono combattute: è stata la tragedia del comunismo. In Europa e in una parte grande del mondo. Ma anche quella componente della sinistra socialista che ha ri?utato e combattuto l’ubris comunista – la socialdemocrazia, emersa vittoriosa dal grande scontro interno alla sinistra che ha dominato il Novecento – si è a lungo pensata ed organizzata come alternativa al liberalesimo.

Di qui la degenerazione burocratica e statalista che ha esposto la sinistra socialista alla formidabile offensiva politico-culturale ed economico-sociale della destra neoliberale. Per reagirvi con successo, la sinistra socialista ha avuto bisogno di una ideologia in senso forte. Ed è tornata a Bernstein.
Cioè a quel revisionismo di fine Ottocento/inizio Novecento che “ha introdotto nel socialismo distinzioni di principio, un conflitto di mentalità, differenze che riguardano la definizione stessa di socialismo” (Ranieri e Monopoli, 1993). Non sembrino astrattezze e scolasticismi: è nella elaborazione teorica e nella concretissima battaglia politica di questo revisionismo che trova le sue radici quel rapporto di famiglia tra socialismo e liberalesimo che è l’elemento dinamico della nostra tradizione politica. Un dinamismo che nasce esattamente dal fatto che, contrariamente a quel che sembra pensare Lloyd, socialismo liberale e socialismo statalista non sono due deboli caratterizzazioni di una realtà sostanzialmente unitaria (il movimento socialista), ma costituiscono due tradizioni nettamente distinte non solo quanto ai mezzi, ma anche e soprattutto quanto ai fini della lotta politica e sociale: la libertà eguale dei molti, di tutti, per la prima, perennemente perseguita e mai compiutamente realizzata, attraverso tentativi e approssimazioni, errori e correzioni, usando il mercato per il conseguimento di obiettivi di interesse collettivo e non pretendendo mai che sia lo stato a stabilire ciò che è bene per l’individuo; il lineare progresso verso l’eguaglianza negli esiti, per la seconda, attraverso un crescente allargamento degli spazi dello stato, anche a ingiustificata limitazione di quelli di libertà dei singoli.

La prima, attenta ai fallimenti dello stato almeno quanto a quelli del mercato. La seconda unicamente vocata a correggere, attraverso lo stato, quelli del mercato.

Là dove e quando la sinistra socialista e socialdemocratica ha indirizzato per tempo la sua ricerca e il suo sforzo di innovazione lungo il filone del socialismo liberale, sempre è riuscita a riproporsi come protagonista. Ha vinto e ha perso, ovviamente – nel conflitto con i conservatori – ma non ha mai lasciato il campo libero ad una competizione interna alle sole forze di centrodestra, come è avvenuto in Francia, alle ultime Presidenziali (ballottaggio tra Chirac e Le Pen). La Francia, non a caso: l’unico grande paese europeo (per quanto mi è dato di conoscere) nel quale ad un congresso socialista non si possa pronunciare l’espressione “socialismo liberale” senza essere sommersi da unanimi, indignate reazioni (ora, anche da quelle parti, pare ci stia provando – in via di fatto, senza dirlo – Sègoléne Royal. Auguri).
Naturalmente, l’evoluzione – nel senso di una nuova stagione di incontro tra socialismo e liberalesimo – è stata più facile e feconda là dove trovava un humus meglio predisposto (il Regno Unito, patria dell’incontro tra i liberali Keynes e Beveridge e la forza del movimento operaio laburista; la Germania della Spd di Bad Godesberg).
E là dove la lotta politica per imporre questa visione nei partiti socialisti è stato più esplicita ed apertamente collegata ad una rottura di continuità: di teoria e concezioni ideali, di programmi, di personale politico.

Quando la lotta politica non è stata esplicita; quando si è fatta prevalere l’esigenza della continuità rispetto a quella della rottura; quando i potenziali protagonisti della necessaria “rivoluzione liberale” della sinistra hanno pensato che sarebbe stato più agevole conquistare prima la leadership, su posizioni di sostanziale continuità e rassicurazione dei militanti, per realizzare poi la necessaria innovazione, gli esiti sono stati più incerti.
E troppi militanti si sono ritrovati – per dirlo con Luciano Cafagna – “con le vecchie parole in mano, a guardarsele, in attesa di qualcuno che dia loro un senso”.

Finisco, tornando al Partito democratico, che con tutta questa storia c’entra, eccome. In primo luogo, perché la sinistra socialista italiana può essere componente dinamica della costituente del nuovo partito se – anche attraverso il prossimo congresso dei Ds – realizza quella “rivoluzione liberale” nella propria cultura politica che è stata sempre promessa, ma mai effettivamente realizzata attraverso una battaglia politica portata a fondo. Un esempio – legato alla recente cronaca politica – può servire a chiarire di che cosa si tratta: nella discussione sulle candidature a presidente della Repubblica, un membro della segreteria nazionale dei Ds ha replicato al sottoscritto, che aveva proposto Amato, Napolitano e D’Alema come possibili componenti di una rosa di candidati: “Comunque, Amato non è nostro”. Giuliano Amato: vice presidente del Pse, candidato dei Ds alla carica di presidente (sconfitto da Rasmussen), ed esponente tra i più autorevoli proprio di quel “socialismo liberale” che è l’unico socialismo che esce vittorioso – e fiero di sé – dal Novecento. Se ancora oggi a qualcuno “di noi” viene fatto di dire che “Amato non è nostro”, forse non era del tutto insignificante l’idea di quanti – qualche anno fa – proponevano di sceglierlo come naturale leader del socialismo italiano per impegnare credibilmente quest’ultimo nella costruzione di un soggetto politico riformista a vocazione maggioritaria.

In secondo luogo, è l’aggettivo liberale che segue il sostantivo socialismo a mettere in comunicazione tra loro le diverse tradizioni politico-culturali che possono e vogliono svolgere una funzione dinamica nella costituente del nuovo partito. Esattamente come accade per il riformismo di matrice ed ispirazione cattolica. Anche a questo proposito, un esempio servirà a chiarire.
Tra i fattori di ostacolo al processo di costruzione del Partito democratico, campeggia da sempre – e in posizione eminente – il tema del rapporto tra etica e politica.
Da ultimo, coniugato attraverso l’oggetto del referendum sulla fecondazione medicalmente assistita: socialisti da una parte, per la libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali anche embrionali; cattolici democratici dall’altra, in nome dell’embrione – persona in potenza.
Poco prima della pausa estiva, il gruppo dell’Ulivo del Senato (a qualcosa questi gruppi uniti dell’Ulivo servono, come si vede) ha messo a punto una posizione che supera la contrapposizione di principio iniziale, attraverso un processo logico-politico ispirato da un approccio liberale: a) l’embrione ha dignità umana, quindi non può essere “prodotto” a scopo di ricerca. Né può essere distrutto; b) quando l’embrione “soprannumerario” non può più essere usato a scopi di riproduzione, e solo allora, può esserlo per la ricerca su gravi malattie degenerative.
Non ho qui lo spazio per dimostrarlo analiticamente, ma a me pare piuttosto evidente che sia stato il comune riferimento al liberalesimo dei suoi estensori a consentire a questo documento dell’Ulivo di comporre in una precisa proposta politica – di governo efficace del problema – posizioni in partenza apparentemente inconciliabili.

Da ultimo, una osservazione ad Emanuele Macaluso, che sul Riformista chiede perché in Italia “la discussione sull’esigenza dello stare insieme (Partito democratico) per realizzare l’ossimoro verte sulla separazione dalle forze che in Europa esprimono l’ossimoro”. Il problema della collocazione in Europa del nuovo partito c’è e va affrontato: per ora, in verità, hanno più contribuito a risolverlo gli amici popolari della Margherita che stavano nel Ppe e ne sono usciti, che non noi socialisti italiani del Pse, che dopo la lettera Amato- D’Alema di tre anni fa non abbiamo sollecitato una discussione in seno al Pse, sul segno da imprimere alla propria evoluzione (anche là, il tema è: socialismo liberale o vecchia socialdemocrazia?).

Quindi c’è certamente bisogno non di una spinta alla separazione dal socialismo europeo, ma di un impegno a contribuire ad animare nel socialismo europeo in quanto tale quella stessa battaglia politico-culturale che si è da tempo sviluppata nei partiti che ne fanno parte, ma è totalmente assente (dopo il fallimento dei tentativi realizzati col documento Blair-Schroeder del giugno 1999) nel Pse.

In questo contesto, i riformisti italiani hanno due problemi da risolvere: quello, comune col resto d’Europa, della evoluzione in senso liberale della cultura politica del socialismo tradizionale; e quello – tutto nostro, originale – della costruzione del soggetto politico “contenitore” del confronto necessario per realizzarla. I riferimenti europei, su questo, ci possono aiutare molto poco. Perché siamo stati noi – nel passato più lontano (’56), e in quello più recente (’89) – a non cogliere le occasioni che ci sono state fornite.



Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti da fare? Scriveteci il vostro punto di vista a
redazione@caffeeuropa.it