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306 - 28.09.06


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La vera novità si chiama
“guerra al terrorismo”

Neve Gordon


Mentre in Libano ancora infuriavano i combattimenti, molti analisti sostenevano che le armi moderne di Hezbollah e il suo uso di spazi civili distinguesse questa guerra da qualsiasi altra.

“Mai prima nella storia un’organizzazione terroristica ha disposto di un equipaggiamento militare tanto avanzato, dai razzi di medio raggio ai missili anticarro a guida laser fino a mine esplosive ben progettate che riescono a danneggiare un autocarro all’avanguardia” ha affermato un generale israeliano citato dal New York Times. E ancora: “Hezbollah non ha blindati o depositi facilmente visibili o linee logistiche - continuava il generale - e i suoi membri vivono tra la popolazione civile del Libano meridionale e immagazzinano le proprie armi all’interno di edifici civili”.

Articolo dopo articolo, si parlava delle abitazioni utilizzate come ripostigli per i missili, di come questi venissero lanciati dai villaggi e del modo in cui i guerriglieri hezbollah, dopo averli esplosi, si rimescolassero tra la popolazione civile.

Quello che mi colpiva di queste descrizioni era il fatto che non ci fosse nessuna novità perché, in effetti, la maggior parte delle lotte di guerriglia è stata condotta in maniera simile. Persino i gruppi paramilitari ebraici, precedenti alla costituzione dello stato israeliano, che tentarono di spingere gli inglesi fuori dalla Palestina operarono in modo analogo. In altre parole, quello che i giornali hanno descritto come un fenomeno nuovo è, in realtà, vecchio, e ciò che c’era di veramente nuovo veniva completamente trascurato.

La guerra del Libano è stata, in effetti, una guerra nella guerra, e l’altra guerra, quella all’interno della quale essa si è svolta e che continua a seminare distruzione, è unica.
Alti strateghi militari al Pentagono hanno immediatamente accettato questo conflitto all’interno di una tesi di guerra, definendolo “come un esempio localizzato della più ampia campagna americana contro il terrorismo globale” e confessando, allo stesso tempo, a un giornalista del New York Times che “qualsiasi esitazione da parte di Israele potrebbe danneggiare gli sforzi americani in Iraq e Afghanistan”. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere, che cosa c’è di così unico riguardo la guerra al terrorismo?

Nel maggio 2004, Paul Hoffman, presidente del Comitato esecutivo internazionale di Amnesty International, preparò una relazione per il Forum Mondiale per i diritti Umani dell’Unesco, in cui spiegava in maniera eloquente le caratteristiche distintive della guerra. Poco prima della conferenza, Hoffman venne informato che non avrebbe tenuto il discorso come programmato in origine e che le sue osservazioni non sarebbero state distribuite o pubblicate perché sgradite alla delegazione degli Stati Uniti.

Non è chiaro quale parte della relazione accademica di Hoffman l’amministrazione Bush ritenesse tanto minacciosa, ma spiccava un passo piuttosto raccapricciante in cui Hoffman sottolineava che “la guerra al terrorismo esiste in un universo legale parallelo nel quale la conformità alle norme legali è una questione di grazia esecutiva… il concetto di ‘terrorismo’ che viene portato avanti è quello di qualsiasi atto percepito come una minaccia da coloro che conducono la guerra contro il terrorismo stesso. Il campo di battaglia è l’intero pianeta, indipendentemente da confini e sovranità. La guerra al terrorismo potrebbe continuare in eterno e non è chiaro chi sia autorizzato a dichiararne la fine. Le tutele dei diritti umani – conclude – semplicemente non esistono quando esse confliggono con gli imperativi della guerra al terrorismo.”

Sebbene Hoffman proseguisse discutendo delle “zone affrancate dai diritti umani” che questa guerra produce, luoghi come Abu Ghraib, tali caratteristiche non sono affatto uniche. Piuttosto, come Hoffman stesso suggerisce, la guerra al terrorismo è unica dal punto di vista storico perché i suoi confini politici, temporali e geografici sono liberi e sconosciuti ed essa viene combattuta contro un nemico la cui identità è mal definita e quindi fluida. Non si tratta di un problema minore; la questione andrebbe tenuta a mente quando si analizzano le diverse guerre che vengono condotte in questi giorni, non ultima quella che ha appena avuto luogo in Libano.

Mentre Israele è certamente responsabile dei crimini perpetrati in Libano, il movimento contrario alla guerra dovrebbe effettivamente dirigere la maggior parte delle proprie energie alla sostituzione della leadership nei due paesi che hanno dato il via alla guerra globale al terrorismo – gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – e concentrarsi di meno sui paesi che compiono le guerre per procura. Dopotutto, non è stato a causa della propaganda di guerra israeliana, delle provocazioni violente di Hezbollah o persino degli orribili attacchi di AlQuaeda che le specie umane che condividono questo pianeta hanno oltrepassato un limite dove aldilà della guerra non c’è alcun orizzonte. Sono stati il presidente Bush e il suo amico al n.10 di Downing Street ad aver prodotto questa realtà apocalittica ed è contro di loro che va incanalata la nostra rabbia. Dobbiamo sfidarli e deriderli attraverso le nostre lettere, articoli, disegni e pitture. Dobbiamo dare voce al nostro dissenso in manifestazioni di protesta e scioperi. Dobbiamo fare tutto questo e di più fino a che loro, come anche i loro amici e sostenitori, siano costretti a lasciare l’incarico.

Traduzione di Martina Toti



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