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306 - 28.09.06


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Tutta la stampa ricorda Oriana Fallaci

 


Una grande giornalista, cronista insuperabile, una donna coraggiosa e impertinente, un carattere di acciaio, fonte di controverse ed energiche polemiche. Tutti i giornali hanno omaggiato Oriana Fallaci all’indomani della sua scomparsa avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006.


Molte sono le pagine che il Corriere ha dedicato alla giornalista e scrittrice, ricche di testimonianze che portano di fronte agli occhi episodi di una vita da cronista in trincea, che parlano dei suoi scoop e della vita privata, delle sue intransigenze e delle nascoste debolezze. Ma soprattutto che mettono in risalto le qualità che ne hanno fatto la più grande giornalista italiana, dice il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli in un messaggio video, “conosciuta in ogni angolo della terra, conosciuta per anni, amata e odiata non una volta sola, ma per ogni cosa che ha scritto”. Per ogni tema di cui la Fallaci scrivesse, sottolinea Mieli, nasceva una polemica, la gente ne parlava in tutto il mondo, che si trattasse di aborto, della Grecia o dell’islam. “Ogni successo ha il suo segreto – continua il direttore del Corriere – quello di Oriana Fallaci fu di non voler piacere a tutti ma avere il coraggio di portare sul proscenio le sue viscere e dire quello che pensava nella maniera più forte; così il suo pensiero è arrivato ovunque, dalla Cina agli Usa”.

Ancora dalle pagine del giornale di via Solferino, Gianni Riotta racconta che “gli americani adoravano Oriana. L’amavano perché con la sua aria dolce da tigre bionda con la sigaretta in bocca, aveva divorato il segretario di stato Henry Kissinger, il più astuto, machiavellico, bismarkiano diplomatico del XX secolo”. I giovani che la leggono nelle scuole, nei collages americani, nelle biblioteche affollate dei suoi libri – spiega Riotta – cercano nelle sue pagine risposte: vogliono sapere “come ha fatto a viaggiare nel mondo senza mai perdere la cicca all’angolo della bocca e il fascino da maledetta fiorentina”. Come quella volta che, come lei stessa scrisse, di fronte a Khomeini si tolse il velo dal volto, lasciando l’ayatollah interdetto e conquistando tra le donne iraniane una popolarità clandestina che la inorgogliva.

Un ritratto al femminile è quello che firma Natalia Aspesi su Repubblica: “Gli uomini le correvano dietro, i giornalisti Don Giovanni di stile Humphrey Bogart scappavano in fretta, dopo i primi sguardi melensi, perché quella collega fisicamente attraente, senza smancerie, rappresentava tutto ciò che nel loro veteromaschilismo romantico temevano in una donna”. Ma il suo carattere non le consentiva di stringere a sé le battaglie femministe quando i diritti delle donne diventavano attivismo politico. “Del tutto indifferente alla sorellanza (come alla fratellanza) – scrive la Aspesi – anzi violenta nemica di quella che considerava un’insubordinazione cervellotica e una invasione di campo (del suo campo, quello della protesta, dell’indignazione e se vogliamo, sin dall’ora, della rabbia e dell’orgoglio), fu subito contro le donne contro”. Un carattere, quello della Fallaci, che ha lasciato il segno anche nella vita affettiva, nell’amore che ebbe per Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca nella lotta ai colonnelli: “Però era stata lei a lasciarlo, raccontò a un giornalista, perché lui una volta aveva osato chiederle di lavargli i calzini” e, conclude la Aspesi: “Era troppo inquieta, narcisista, eccellente nel suo mestiere, troppo famosa, riverita, temuta, perché gli innamorati si assoggettassero a lei: che lei si assoggettasse a loro, era impensabile”.

La guerra è presente nella biografia della Fallaci come una grande protagonista. La guerra da raccontare con quel suo stile eccezionale, tutto centrato su se stessa; la guerra e i personaggi, i grandi della Terra che ne erano gli artefici, i combattenti, i nemici o i promotori. La guerra, soprattutto una guerra, scrive Bernardo Valli, quel Vietnam che nella vita della Fallaci “segnava un prima e un dopo (…) Non importava per chi uno avesse tenuto, per il Nord o per il Sud. L’importante era che uno avesse fatto o non avesse fatto quell’esperienza”. E che l’avesse scritta, ne avesse raccontato i fatti e le persone, perché, ricorda Bernardo Valli, una volta disse: “Lo sai che sono più brava di Hemingway?”
“Voleva suscitare emozioni forti – scrive Valli - Raccogliere consensi incondizionati o rifiuti decisi. Con lei potevi essere amico o nemico. Nero o bianco. Il grigio non le piaceva. L’infastidiva”. La provocazione l’ha portata lontano, ma, continua ancora il giornalista di Repubblica “Il passaggio dai fatti alle idee non le è riuscito. Il suo rudimentale odio per l’islam, espresso in La rabbia e l’orgoglio, ha avuto uno straordinario successo editoriale. Ma il successo aveva cambiato natura. Quando esplosero le polemiche su quel pamphlet, sollecitò, con l´orgoglio che non le è mai mancato, l’appoggio di alcuni amici e colleghi. Ma non lo chiedeva la cronista di un tempo. Era un’altra persona. Anche se con la stessa voglia: stupire.
Adesso, ricordandola, è meglio fare un grande passo a ritroso nel tempo”.

Tutta la stampa quotidiana italiana rende omaggio a Oriana Fallaci, su ogni testata c’è un ricordo personale di un giornalista che l’aveva incontrata, che ci aveva litigato o che ci aveva condiviso esperienze e giorni di lavoro; su ogni giornale titoli e artcoli dedicate alla “piccola incazzosa della parola scritta” (Igor Man su La Stampa), alla “più grande giornalista italiana (…) un personaggio il cui senso e la cui influenza sono completamente aldilà dell’Italia” (Lucia Annunziata ancora sul giornale torinese); su Libero, dalle cui pagine la Fallaci prolungò la sua invettiva contro l’islam, Vittorio Feltri le scrive una lettera accorata e affettuosa, sul Giornale Massimo Fini ne ricorda i litigi, il Foglio la ritrae come una “Dolce furia armata”. E gli ultimi scritti, le parole della “rabbia e dell’orgoglio” sono riprese su Europa da Khaled Fouad Allam che, da intellettuale musulmano, ricorda quando la Fallaci lo aveva cercato per incontrarlo, per discutere con lui di islam, del fondamentalismo, di terrorismo e di guerra, ma le circostanze vollero che quell’incontro non si facesse mai. Ora Fouad Allam lo rimpiange perché, scrive: “Avrei voluto dirle che anche noi musulmani soffriamo, ma che agli occhi del mondo la nostra sofferenza sembra non esistere. (…) Avrei voluto capire perché quella rabbia su noi musulmani, su un intero mondo, su un’intera civiltà, capire perché abbia voluto trascinarci nella derisione. Forse Oriana Fallaci non aveva capito che scrivendo ciò che ha scritto ci trascinava in una doppia sofferenza – il fondamentalismo islamico, che cerca di annientarci ogni giorno, e lo sguardo di chi vede impressi su di noi l’ombra inappellabile del sospetto, il marchio del male assoluto – e in una solitudine immensa”.


 

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