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306 - 28.09.06


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Noi non c’entriamo

Pierluigi Castagnetti


Tratto dal quotidiano Europa.

Giorgio Tonini su Europa ce la mette tutta per dimostrare che i cattolici democratici non debbono avere alcuna riserva nel favorire la nascita del Partito democratico. Apprezzo moltissimo la sua intelligente determinazione, anche se la ritengo per molti aspetti super?ua non dovendo convincere chi si ritiene fra gli ideatori e promotori del progetto.

Egli peraltro, da esponente dei cristiano sociali, cioè di quei cristiani che storicamente hanno escluso per principio di aderire al cammino che ha portato la maggior parte dei credenti a ritrovarsi prima nella Dc e poi nel Ppi ritenendo al contrario di dover fecondare il socialismo italiano dall’interno, cerca oggi di convincere chi ne è fuori a entrare nella grande famiglia socialista italiana ed europea senza esitazioni.

Posizione rispettabilissima ma a mio avviso non proprio corrispondente all’ambizione che ha mosso tanti di noi e più ancora di quella parte dell’elettorato “senza casa” a pensare a una forza politica nuova, il Partito democratico appunto. In questo spirito ha assoldato anche Giuseppe Dossetti richiamando un suo articolo dell‘8 settembre 1945 apparso su un quotidiano di Reggio Emilia con il titolo “Fede religiosa e idea socialista”.
Nel suo articolo di due giorni fa ne riporta correttamente ampi stralci, a cui mi permetto aggiungerne un altro: “… non bisogna barare (perché è un vero mutare le carte in tavola) accumulando sullo stesso piano il socialismo per esempio italiano e quello odierno di Blum o quello del laburismo inglese”.
Appunto, non bisogna barare. Del resto è noto che l’esperienza del laburismo britannico in quegli anni suggestionasse molto i cattolici italiani se persino De Gasperi lo evocò in una famosa intervista rilasciata a Il Messaggero il 17 Aprile 1948.

Quando Tonini parla del socialismo italiano di oggi (lasciamo perdere la storia di ieri) pensa proprio che si possano evocare quegli orizzonti di cui parla Dossetti “di un socialismo spirituale e cristiano, quel socialismo che non solo noi vogliamo, ma che fermamente crediamo sarà la grande conquista dell’Europa di domani”? Dopotutto nessuno di noi oggi lo pretenderebbe, nel senso che non chiede un’evoluzione in senso spirituale e cristiano del socialismo.
Più semplicemente ci limitiamo a osservare con spirito di onestà che il Partito democratico che noi vogliamo con determinazione non può essere una nuova “forma” socialista.

Veltroni a Pesaro ha detto che il cammino del nuovo partito è cominciato alla Bolognina.
Ma che c’entriamo noi che siamo estranei a quella storia con la Bolognina? Nel dibattito molto interessante che si sta sviluppando su La Repubblica abbiamo letto invece interventi di varie personalità che vantano la ?erezza di essere socialista (Giuliano Amato) e le ragioni per cui il socialismo non può morire (Massimo Salvadori), mentre altri parlano di esaurimento della stagione socialista (Lloyd e Giddens).
Tonini su Europa ci dice che senza (tra altri) i cattolici democratici, i Ds “non potranno diventare un vero partito socialista europeo”. Posizione condivisa, quantunque non così chiaramente esplicitata, da altri uomini politici e intellettuali di sinistra con cui capita di parlare di questo tema.

Di nuovo ho molto rispetto di questa opinione, ma mi chiedo se i cattolici democratici italiani che hanno prodotto una cultura che continua a fecondare il dibattito politico e che a suo tempo ha ispirato largamente il sostrato culturale della nostra carta costituzionale oltre che l’azione di alcune generazioni di uomini politici che hanno avuto un ruolo importante nella ricostruzione materiale e morale del paese, debbano porsi oggi, come proprio, l’obiettivo di aiutare i Ds a diventare “un vero partito socialista europeo”.
Se fosse questa la mission del Partito democratico è evidente che non interesserebbe la gran parte di quanti hanno sempre avuto rispetto e apprezzamento per la tradizione socialista ma se ne sono sempre considerati estranei. Lo dico con circospezione perché so che il percorso avviato per la costruzione del nuovo partito è piuttosto delicato e mi guardo bene dal creare nuovi ostacoli. Ma non posso non richiamare l’attenzione di molti interlocutori di area diessina sul rischio che questa loro “linea” di motivazioni anziché arricchire il confronto possa renderlo più contratto, mentre rivela insuperate condizioni identitarie che non facilitano certo l’approdo verso cui tendiamo. Non sono infatti i cattolici che stanno ponendo questioni identitarie e ultimative come quella indicata proprio da Giorgio Tonini, un diessino serio cristiano e liberal, che conclude il suo citato articolo affermando perentoriamente che il Partito democratico “non potrà collocarsi in Europa se non nel campo del socialismo europeo”.

Ma, anche ammesso che si debba approdare lì senza neppure discuterne e che tutti oggi si debba lavorare per far diventare i Ds “un vero partito socialista europeo” mi permetto di chiedere a Tonini se gli è capitato di riflettere sulle ragioni per cui proprio l’esperienza dei cristiano sociali non è stata sufficiente per raggiungere questo obiettivo.
Non c’è dubbio che sono proprio tali difficoltà a rendere oggi necessarie riflessioni e interrogativi. Non credo, infatti, che quanto avvenuto sia frutto di inadeguatezza o cattiva volontà.

Resta il dato che se si vuole circoscrivere l’orizzonte del Partito democratico dentro il perimetro del socialismo italiano ed europeo, nessuno oggi può evitare questa ri?essione e questo interrogativo. Tutto ci porta a concludere che l’approccio vagamente ideologico e comunque tutto interno alla vicenda socialista non porta da nessuna parte. Io penso che il Partito democratico non abbia alternative e, dunque, debba venire alla luce in tempi ragionevolmente non lunghi, ma deve essere percepito sul serio come una cosa nuova. Un incontro fecondo di donne e uomini liberati dai residui ideologici del Novecento o addirittura del secolo ancora precedente, capaci di guardare avanti e di scommettersi una nuova identità sul futuro dell’Italia e dell’Europa.
Prendendo dal passato con spirito veramente nuovo, cioè libero, solo quanto serve per il futuro.

 

 


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