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306 - 28.09.06


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Il Papa e i deboli antidoti

David Bidussa


Tratto dal quotidiano Il Secolo XIX.

“Chi crede non è mai solo”. Questo è il motto del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Baviera. Più che una convinzione sembra un auspicio. Ma procediamo con ordine.
Nella solitudine Benedetto XVI è venuto includendo tutto ciò che gli appare contro l’ipotesi di Dio: la scienza accusata in un qualche modo di presunzione proprio per il suo voler fare a meno di Dio; il benessere che si dimentica del sacro e dunque allontana dalla verità; la sfida lanciata dai fondamentalismi. In tutte e tre le varianti il tema è sempre uno: la presunta autosufficienza dell’individuo che si propone non tanto contro, ma soprattutto sopra Dio. Infatti, cosa lega l’uomo di scienza, una figura culturale nei cui confronti il conflitto culturale è aperto ormai da anni intorno alla critica all’evoluzionismo; l’accantonamento del sacro – e dunque – la dimensione della laicità e una dimensione apparentemente opposta rappresentata dal fanatismo religioso? A ben vedere in queste tre diverse figure simboliche che Benedetto XVI si propone di contrastare la questione non è dove viene collocato Dio, ma dove si colloca l’individuo rispetto a Dio.

In questo senso Ratzinger interpreta il fondamentalismo come un’altra forma di relativismo. Ciò perché il fondamentalismo più che un’adesione a Dio si configura come una scelta di radicalismo politico a favore di Dio e include una messa in discussione delle gerarchie e della dottrina della fede. Un aspetto che mina il processo stesso con cui la Chiesa è riuscita a tener testa alla modernità, subendola, ma anche metabolizzandola.

Il tema del sacro e della sua assenza in Occidente sta dentro lo stesso profilo di riflessione. Proviamo a domandarci, per esempio: davvero le popolazioni dell’Africa e dell’Asia, si spaventano di fronte ad un Occidente che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo? I continui arrivi di popolazioni disperate sulle nostre coste dicono che ciò che spaventa un numero non indifferente di africani e asiatici è la propria condizione di indigenza e di miseria (senza contare il clima di intimidazione, di violenza, di intolleranza da cui fuggono). Una società secolarizzata (ma ricca) spaventa molto meno di una società sacralizzata (ma povera).

Già in agosto, in un’intervista concessa alle televisioni tedesche, aveva insistito sullo stesso concetto, ricordando come “nel mondo occidentale oggi viviamo un’ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo”, e le altre culture “sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio”.

Quello di Benedetto XVI sembra genericamente un richiamo alla centralità della fede. Ma poi davvero è prevalentemente questo il nodo del contendere? A seguire ancora le parole di Benedetto XVI non sembrerebbe. Per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
Nel messaggio inviato in occasione dell’incontro di Assisi, Benedetto XVI ha ribadito il valore degli incontri interreligiosi come “presupposto del dialogo tra le fedi” e, al tempo stesso, ha sottolineato la necessità di non dare luogo a “inopportune confusioni sincretiste”. Il tema in quel caso non era il confronto con le altre fedi, ma la risorsa delle fede e al tempo stesso la dimensione specifica del sacro in cui si riconosce la propria identità.

Ma un’identità non basta enunciarla, occorre praticarla. Su questo piano le risposte di Benedetto XVI sono deboli. In quali forme si fonda, si riconosce e si comunica un’identità? Ovvero attraverso quale pratica si dà conto della presenza attiva di una fede?
La vera questione è il fatto che Benedetto XVI non individua l’atto efficace in grado di comunicare la forza persuasiva della Chiesa. Per i cultori dello scontro di civiltà la questione è il conflitto con la forza di mobilitazione e di convinzione dimostrata in questi due ultimi decenni dall’Islam. Ma eliminata la dimensione dello scontro aperto – su cui con buona pace dei vari Marcello Pera non sembra ci sia per ora un’adesione - la questione è dunque con quale atto la Chiesa dimostra di essere persuasiva, mobilitante, convincente. In altre parole: egemone.

Dietro le parole di Benedetto XVI sembra di intuire che la partita è quanta capacità di richiamo ha oggi la Chiesa. Per verificarla non occorre un atto dichiarativo, ma uno operativo. Nella storia della prassi devozionale questo atto ha spesso coinciso con la pratica del digiuno, una pratica che si fonda su una dichiarazione di pentimento, di “ritorno” di riconoscimento di una “strada smarrita”. Forse Benedetto XVI dovrebbe chiamare a un atto pubblico, ma quanti lo seguirebbero davvero? Dietro alla crisi del sacro forse sta proprio la constatazione che alla fine “Chi crede oggi è solo”. L’esatto opposto dell’enunciato di partenza e su cui occorre riflettere. Il richiamo al sacro non è un antidoto.

 


 

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