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305 - 14.09.06


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Spiati da un Panopticon digitale

Truls Lie




La Norvegia è obbligata ad aderire alle nuove regole dell’Unione Europea in materia di sorveglianza. La sorveglianza di tutti i siti web che visiti, delle identità di tutte le persone a cui telefoni, a cui mandi messaggi o e-mail. O al contrario, dell’identità di chiunque chiami te o ti invii un’e-mail o un messaggio. Se mi capitasse di ricevere un messaggio da una persone “sospetta”, anche se fosse un lettore qualsiasi di Le Monde diplomatique, il mio nome finirebbe automaticamente sulla lista. Le liste che la Norvegia deve mettere a disposizione dell’Fbi comprenderanno numeri telefonici, dettagli geografici su dove e quando hai usato il tuo cellulare o registrazioni digitali di conversazioni telefoniche?

Siamo davvero consapevoli del tipo di atteggiamento che sta attualmente suggerendo questa legge? Si può parlare di un referendum votato dalla maggioranza? Simile a uno strumento che sintonizziamo sul mantra “sicurezza, sicurezza”?

Permettetemi di affrontare la situazione, o forse più precisamente, il nostro ambiente, con un approccio tortuoso. La nostra condizione è la società tecnica dell’informazione, della rete. Mi riferisco ai nostri strumenti, agli apparati tecnici che ci aiutano. Li conoscete: cellulari, bancomat, database. Questo nuovo ambiente digitale diventa una parte di noi, come i vestiti e gli occhiali. E’ questa la nuova “protesi” del corpo, la sua nuova estensione artificiale. Per un migliaio di anni, siamo stati intelligenti abbastanza da permettere a oggetti e tecniche di aiutarci. Quando avevamo freddo, tessevamo vestiti. Per proteggere i nostri piedi dalle ferite e dal freddo, prima li fasciavamo poi abbiamo inventato le scarpe. Quando non vedevamo bene, costruivamo occhiali. Costruivamo piccole strumentazioni e armi; prima lance di pietra, oggi cellulari in miniatura per videoconferenze. L’alfabeto era un’altra tecnologia intelligente che inventammo – un sostegno alla memoria e alla comunicazione. In Occidente, noi che lavoriamo all’interno dell’informazione globalizzata e di aziende di servizi – l’industria primaria si sposta sempre più a sud verso il mondo in via di sviluppo – siamo confinati al mondo mediatico di suoni e visioni. Quando sediamo piegati sullo schermo del pc o allungati davanti a quello della tv, il nostro ambiente è pieno di testi e pubblicità cattura-attenzione. Poco meno di un milione di norvegesi “sorveglianti” leggono il quotidiano e guardano il notiziario in televisione. Come disse una volta Marshall McLuhan: “the real is the reel”. Le bobine della pellicola ronzano nella corteccia cerebrale: immagini che guizzano da riviste, televisioni, cinema, o dalle impressioni urbane quotidiane mentre cammini, vai in bicicletta o guidi l’auto.

Noi osserviamo. L’ambiente è l’oggetto dalla nostra attenzione, della nostra “sorveglianza”. Si tratta di un’espressione strana, ha quasi un accento positivo, come nello sguardo attento che manteniamo sui nostri bambini… La mentalità attuale nasce da una tendenza presente in noi, la tendenza ad essere cauti e ad aver una visione d’insieme delle nostre vite quotidiane.
Lasciate che sia un po’ più filosofico, data la complessità della situazione. Il filosofo francese Michel Foucault descrisse questa mentalità nel suo libro Sorvegliare e punire – Nascita della prigione. La prigione viene descritta come una torre di sorveglianza che si innalza nel mezzo di tutte le celle; i prigionieri non potevano vedere se e quando vengono osservati attraverso il vetro della torre, ciò nonostante avvertivano il suo sguardo scrutante in ogni momento. La torre era chiamata Panopticon. Gli osservati potevano quasi riconoscere su di sé la sensazione dello sguardo di Dio, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza divina nella loro coscienza. Lo scopo di Foucault era piuttosto descrivere, attraverso questo apparato intelligente, la mentalità o il clima che guida le persone nella costruzione di queste prigioni. Prima che le mura della prigione, di vetro o d’acciaio, vengano erette, l’umanità deve aver sviluppo sia le espressioni che i mezzi per visualizzarle, che possono far sì che qualsiasi cosa venga descritta o progettata sia capita e compresa. Si tratta dei suoni e dei simboli che potenziano la nostra comprensione, i segni e i simboli identificabili che si distinguono e che diventano infine riconoscibili. Storicamente, istituzioni come le prigioni, gli ospedali e le scuole sono nate prima come concetti creativi prendendo forma in maniera lenta ma sicura da un’idea vaga, un amalgama della collezione di eventi, pensieri, concetti e situazioni che le avevano prodotte, come nel caso dei nostri apparati tecnici, piccoli e grandi: aerei, navi, automobili, biciclette e utensili da cucina. Lo stesso è vero per i pc digitali, i cellulari, le telecamere, i lettori Mp3, le carte di credito che ci “connettono”. Posso ricordarvi che tutte queste cose sono state “inventate”.

Da principio, il diritto penale nacque, ad esempio, nella forma di un regime linguistico: esso si preoccupava della ‘predicabilità’ dei crimini, di cosa potesse essere definito punibile. Un tale regime linguistico doveva classificare e “tradurre” i crimini in modo da calcolare le punizioni. Abbiamo accesso alla realtà e alla pratica attraverso la strutturazione del linguaggio, attraverso dichiarazioni ed espressioni che rendono visibili criminale e crimine. Il panoptismo, di conseguenza, è anche definito come un regime mentale, una combinazione della dinamica di ciò che può essere espresso e ciò che può essere visto.

Il panoptismo è il concetto che ha degradato la natura del sistema delle prigioni, come esemplificato dall’industria statunitense delle carceri con i suoi due milioni di detenuti, le sue prigioni private a scopo di profitto, o l’estensione del concetto di prigione individuabile nel paese nell’uso diffuso di armi all’interno sia dell’arena pubblica che di quella privata.

La sorveglianza si è palesata nella sua completezza con l’avvento dello stato moderno. Ciò avvenne, in particolare, quando intorno all’inizio del diciannovesimo secolo la popolazione sviluppò una nuova passione: il controllo medico di malattie ed epidemie era legato a un’ampia gamma di altri tipi di controlli – controlli militari dei disertori, controlli delle tasse sui beni in commercio, supervisione amministrativa dei medicinali, delle razioni alimentari, delle persone scomparse e decedute. La statistica divenne una nuovo fenomeno e una necessità: in molti paesi venne ‘panopticamente’ istituito un “Ufficio centrale di Statistica”. Quando qualcosa diviene istituzionale e onnipresente è fin troppo facile dimenticare la sua nascita, o che, in realtà, le cose prima erano diverse.

Oggi la sorveglianza si presta alla legittimazione come una questione di sicurezza. Il linguaggio è enormemente significativo. La polizia norvegese era consapevole di ciò quando astutamente cambiò il proprio nome da Pot a Pst (Politiets SikkerhetsTjeneste ovvero Police Security Service). E quando le espressioni diventano comuni, la pratica segue l’esempio. Sono sicuro che non c’è alcun bisogno di ricordare tutte le telecamere di sorveglianza, economiche ed efficaci, che si trovano ora lungo i marciapiedi, alle casse dei supermercati, agli angoli dei musei, nel traffico, agli aeroporti e nelle piazze, alle frontiere, davanti alla tua porta. E’ strano che non vengano già chiamate “telecamere di sicurezza”. Come minimo abbiamo, però, allarmi di sicurezza, l’allarme dell’orologio, quello personale, quello dell’automobile, quello anti-stupro, e quello anti-taccheggio. E per il bene della sicurezza oggi abbiamo serrature senza chiave, online banking e carte di credito con codici pin. Per molto tempo la mentalità della sorveglianza e della sicurezza ha imposto una certa condotta a tutti noi.

Questo era l’approccio tortuoso alla situazione. E ora il più concreto. L’ex segretario di stato britannico Charles Clarke dichiarò in un discorso al parlamento europeo il 7 settembre 2005: “Gli Stati all’interno dell’Unione Europea devono accettare la perdita di certe libertà civili se i loro cittadini devono essere protetti dalla criminalità e dal terrorismo.” Facevano da sfondo a quel discorso gli attentati di luglio, azioni erroneamente collegate ad Al-Qaeda.

La sorveglianza non è necessariamente efficace. Sorvegliare l’uso di Internet e degli strumenti di telefonia della popolazione norvegese può portare statisticamente a una moltitudine di accuse erronee. Persino con i metodi moderni basati sulla cosiddetta statistica bayesiana, si incorrerebbe in gravi errori e in attacchi a individui e gruppi. Inoltre, la sorveglianza provocherà molta agitazione: non è senza ragione che i medici norvegesi non chiedono che l’intera popolazione venga monitorata per malattie mortali come l’hiv/aids. Inoltre, l’attuazione della sorveglianza dei media proposta dall’Unione Europea significa costi enormi per le aziende di telecomunicazione e per i servizi pubblici, costi che in genere finiscono per essere pagati dal consumatore.

Per di più, i criminali più esperti evitano la sorveglianza: utilizzano cellulari rubati, internet caffè, o si incontrano di persona. Oggi si sa che Bin Laden (se è vivo) e il suo gruppo utilizzano “corrieri” anziché telefoni satellitari. Sono sempre di più quelli che ricorrono al sistema chiamato Hawala invece che ai sistemi bancari rintracciabili.
Lasciatemi aggiungere una sintesi finale perché la sorveglianza è qui per rimanere. A questo punto, non voglio dare un giudizio sulla sacralità della vita privata, o promuovere prospettive ingenue, anarchiche e anti-autoritarie.
L’immagine che abbiamo di noi stessi cambia. Permettetemi di fare un altro breve riferimento a Foucault: nel corso dei secoli diciottesimo e diciannovesimo, gli europei avevano un’immagine o una consapevolezza di sé fortemente caratterizzate dalla religione: ci si vedeva come immagine di Dio. Erano cresciuti con la Bibbia, con l’Eternità, e con il concetto di onnipotenza come quadro di riferimento. Fu solo con l’industrializzazione del ventesimo secolo che questa onnipotenza si realizzò: con l’affermazione di Nietzsche secondo cui Dio era morto, con la scienza, la società secolare, la repubblica e la fabbrica. Il potere umano si confrontava con la vita stessa, con la fusione del linguaggio, dell’industria, del lavoro e della produzione.

Questa “forma umana” moderna non esisteva in epoca classica, allora perché ora, nel 2006, noi non dovremmo vivere l’esperienza dell’istituzione di una nuova forma di umanità? L’uomo moderno non è come un’impronta sulla sabbia, tra l’alta e la bassa marea, sul punto di essere cancellato di nuovo?

La nuova immagine è una forma di umanità composta dall’informazione, dal controllo e dalle società della rete. E’ il cyber-umano con tutte le protesi che ho elencato, la macchina umana piena di informazioni che si inserisce rapidamente nelle reti e nella globalizzazione.
Questa terza forma umana è assetata di conoscenza, affamata di immagini, film, cambiamento, trasformazione. La sua condizione è spesso definita modernità liquida (Zygmunt Bauman). Ma io preferisco il termine transmoderno. Il prefisso “trans” è infinitamente più evocativo della nostra epoca: ascoltate con le vostre orecchie inglesi globalizzate: transactions, transatlantic, transcend, transcribe, transfer, transfiguration, transform, transfusion, transience, transit, transitory, translate, transmigrate, transmit, transmutable, transparence, transplant, e transport.

Macchina umana, rete umana e trasformazione umana. Sì, so che ancora non ci siamo arrivati. Ma ricordate che quando Karl Marx descrisse l’industrialismo, viveva in una società rurale europea: c’erano appena un centinaio di fabbriche.
Noi non riusciremo a evitare di assumere questa terza forma umana. Ma con la sorveglianza, la società del controllo di oggi e l’immagine che abbiamo di noi interconnesse a queste protesi digitali e all’influenza dei media, questa è una forma umana di cui noi stessi non siamo capaci di ottenere una visione d’insieme, lasciamo perdere il “controllo”. Questa situazione sarà importante per i modi in cui interpretiamo la vita privata: tra proteggere noi stessi dagli altri e aprirci in maniera spontanea. Sarà importante anche per come intendiamo la proprietà, il copyright, la famiglia, la scuola, la difesa, le prigioni, le nazioni, istituzioni in vertiginosa crisi e quindi in cambiamento.
Non è necessariamente l’esperienza del terrorismo da sola che guida la direttiva dell’Unione. Proprio come il Panopticon, essa non sarebbe stata possibile senza la mentalità che la terza forma umana ha prodotto.
Traduzione di Martina Toti

© Eurozine
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel giugno 2006 nella versione norvegese di "Le Monde diplomatique".


 

 

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