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304 - 24.08.06


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I vincitori che scrissero la storia

Massimiliano Panarari



A scrivere la storia e, con essa, naturalmente, a decidere i connotati e la fisionomia della “giustizia” è il vincitore. Una regola elementare della storia, ben nota a tutti, che talvolta tendiamo a dimenticare – e che alcuni hanno interesse a farci scordare. Ce lo ricorda, invece, in libro volutamente anche appassionato, una delle voci del dibattito politico-culturale italiano (e non solo) di questi anni, Danilo Zolo, professore di Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale all’università di Firenze, nonché polemista di vaglia su vari giornali e nella pubblicistica di sinistra.

La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad è un excursus approfondito e radicale (e decisamente schierato) sull’intreccio recente tra assetto delle relazioni internazionali, guerra e giustizia penale. All’insegna, ancora una volta, evidenzia Zolo, dell’egemonia culturale del mondo anglosassone (innanzitutto nella sua versione nordamericana), che ha progressivamente assimilato – nonostante l’avviso contrario di numerosi trattati multilaterali e della stragrande maggioranza della dottrina – gli individui agli Stati quali soggetti dell’ordinamento giuridico internazionale. Di qui, l’orientamento giuridico che vede nella guerra di aggressione un crimine internazionale, da punire al pari di ogni altro crimine di guerra; condizione che richiedeva, pertanto, l’introduzione della giustizia penale in sede di ordinamento internazionale.

Il primo tentativo di implementare questa visione – o, meglio, come afferma Zolo, di legittimare tramite il ricorso all’istanza giudiziaria la vittoria di uno degli schieramenti in competizione – coincide con l’incriminazione del kaiser, Guglielmo II, all’indomani della sconfitta degli Imperi centrali da parte degli eserciti dell’Intesa nella prima guerra mondiale, accusato di “oltraggio supremo contro la moralità internazionale e la santità dei trattati”. Un episodio non particolarmente noto (e che non portò mai alla celebrazione del processo), emblematico secondo l’autore di quanto sarebbe accaduto successivamente al secondo conflitto mondiale. La prova generale dei processi di Norimberga e Tokyo e, più vicino a noi, di quelli contro Slobodan Miloševic e Saddam Hussein, tutti contraddistinti dalla logica della prevalenza del vincitore e da quella che Zolo definisce una “giustizia retributiva, esemplare, sacrificale”.

Una visione, non occorre neppure precisarlo, sulla quale la discussione è aperta e che risulta oggetto di contestazioni e critiche variamente argomentate e motivate. Zolo è un anti-apologeta durissimo dell’interventismo umanitario, nel quale scorge nulla più della prosecuzione del disegno egemonico delle potenze occidentali, e che vede collegato strettamente a questo uso parziale e “privatistico” della giustizia penale, che diventerebbe, per l’appunto, la foglia di fico e l’ennesimo puntello alla legge del più forte. Nel libro, con notevole acume, lo studioso decostruisce dunque i meccanismi penali messi in opera, rigettando la “giustizia ritagliata su misura” ad uso e consumo delle esigenze di dominio delle nazioni leader e portando alla luce l’assenza di corrispettivi in occasione delle loro guerre di aggressione – dal Vietnam e un’infinità di casi per gli Usa all’Afghanistan per l’Urss, sino ai Balcani (Bosnia-Erzegovina e Kosovo, dove la Nato ha svolto la funzione di longa manus americana) e all’Iraq.

Con i dovuti distinguo, Zolo prende le mosse da alcune (ben note) intuizioni di grande respiro di Carl Schmitt: la fine della centralità dell’Europa e la crisi dello jus publicum europaeum alla conclusione della guerra del 1914-18. Ovvero, il tramonto di quell’ordinamento internazionale spazializzato partorito fondamentalmente dal Trattato di Vestfalia, soppiantato dal paradigma della Società delle Nazioni, in buona parte emanazione degli Stati Uniti (nella versione del cosmopolitismo di Wilson – che, ci permettiamo di aggiungere, rispetto agli odierni tempi bui dovremmo rimpiangere, ma che non raccoglie certamente le simpatie di Zolo), volto a garantire la “pace perpetua” (“utopia kantiana priva di interesse teorico e politico”, come la liquida l’autore) in ossequio ai propri caratteri di universalismo e “despazializzazione”. Con questo – ingenuo e falso, secondo Schmitt (e, da un punto di vista radical, anche secondo Zolo) – pacifismo universalistico, torna di moda la filosofia neoscolastica di bellum justum (segnalata dal ritorno in auge, nel diritto internazionale di inizio Novecento, del pensiero di Francisco de Vitoria), la quale porterà poi alla criminalizzazione della guerra di aggressione, visione nella quale l’aggressore cessa di essere un belligerante a pari titolo del suo contendente per convertirsi in un “criminale”.

Il problema, ci segnala Zolo, è che sono i rapporti di forza a decidere il “segno” di questa, a suo giudizio molto discutibile, giustizia penale internazionale, destinata a trovare la propria prima celebrazione nel processo di Norimberga, oggetto di dubbi di legittimità da parte dello stesso insospettabile Hans Kelsen. Nel corso di tutta la sua lunga, e concettualmente assai densa, carrellata attraverso alcune delle tematiche fondamentali della filosofia del diritto e delle relazioni internazionali contemporanee – dalla nozione di “impero” (e il suo legame con il conflitto) alla guerra globale preventiva, dal “perverso” fondamentalismo umanitario all’analisi delle ragioni del terrorismo (e degli strumenti per sconfiggerlo) – Zolo produce una denuncia inflessibile e una requisitoria implacabile contro quello che chiama il “sistema dualistico” della giustizia internazionale. La “giustizia dei vincitori” che si scatena sui deboli e gli oppressi e la giustizia debole che non si applica mai alle loro nefandezze e non ci porterà a vedere punizioni, nota amaramente lo studioso, per i responsabili americani della strage di Fallujah piuttosto che per il genocidio russo in Cecenia o per i crimini delle milizie israeliane in Palestina, e per le tonnellate di “atti contro l’umanità” perpetrati dall’Occidente e dalle altre potenze nel corso del secondo Novecento e durante i nostri anni.
C’è da eccepire – e, a volte, non poco – ma si tratta sicuramente di una lettura consigliabile (come tutto ciò che fa discutere e pensare) per molti, intellettuali, operatori del diritto internazionale e decision-makers.


Danilo Zolo
La giustizia dei vincitori
Laterza, pp. 194, euro 16.

 

 

 


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