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303 - 25.07.06


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Ma il “Piano Somalia”
non serve a niente

Neve Gordon



Il 23 maggio scorso, nel corso della sua prima visita alla Casa Bianca, il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato al presidente Bush che Israele “dedicherà dai sei ai nove mesi alla ricerca di un partner palestinese” prima di mettere in atto il “Piano di Convergenza” unilaterale. Si tratta di una falsa promessa. Olmert sa che data la realtà della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, le probabilità di ritornare al tavolo di negoziazione sono vicine allo zero.

Nei territori occupati è cambiato molto da quando Fatah ha perso le elezioni democratiche in favore di Hamas, il partito islamista. Dopo la vittoria elettorale di Hamas, Olmert ha chiesto ai leader stranieri di boicottare la nuova autorità palestinese fino a che essa non avesse soddisfatto tre condizioni: 1) il disarmo di Izzeddin al-Qassam e di altri gruppi paramilitari, 2) l’annullamento della carta di Hamas che invoca la distruzione di Israele, e 3) l’accettazione degli accordi e degli obblighi che l’autorità palestinese si era assunta quando Fatah era al governo.

Considerata la dichiarazione rilasciata di recente dal Primo ministro palestinese Ismail Hania, secondo cui se Israele si ritirerà entro i confini del 1967 Hamas sarà disposta a firmare un accordo di pace fondato su una hudnah (tregua) estesa, le prime due condizioni potrebbero diventare benissimo parte di negoziati futuri anziché una condizione per negoziare. La terza richiesta di Olmert, comunque, mette Israele in una situazione difficile. Dopotutto, negli ultimi tre anni, Israele – e non i Palestinesi – ha utilizzato la barriera di separazione per attuare un piano unilaterale che contravviene tutti gli accordi precedenti. Di conseguenza, stando alla logica di Olmert, per poter rimanere coerente la comunità internazionale dovrebbe boicottare anche Israele.

Ciò nondimeno, a seguito delle pressioni statunitensi, gli altri tre membri del cosiddetto Quartetto – le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la Russia – sono stati d’accordo nell’assegnare piena fiducia alle richieste di Olmert, e hanno tagliato la maggior parte degli aiuti all’autorità palestinese.
Anche prima che gli aiuti venissero tagliati, il 64% degli abitanti palestinesi viveva sotto la soglia internazionale di povertà pari a 2.20 dollari al giorno, mentre la Banca Mondiale riferiva che il 9% dei bambini palestinesi erano affetti da malnutrizione acuta. Dal momento che, in Cisgiordania e a Gaza, gli aiuti ammontano a circa un terzo del reddito nazionale lordo pro capite, i tagli potrebbero portare a una carestia.

Da quando sono state tagliate le sovvenzioni, nel mese di febbraio, l’autorità palestinese non è stata in grado di pagare lo stipendio ai suoi 160mila dipendenti. Questi lavoratori provvedono al sostenimento diretto di oltre un milione di persone (quasi un terzo della popolazione) e se i loro salari non verranno corrisposti per qualche altro mese l’economia palestinese crollerà completamente. Sia Israele che gli Stati Uniti stanno valutando ora come alleggerire la gravità della situazione, dopotutto nessuno vuole essere accusato di aver provocato una carestia. Assieme hanno adottato uno schema che potrebbe essere definito il “Piano Somalia”.

L’idea è di trasferire gli stipendi direttamente sui conti bancari di quei 90mila lavoratori dell’autorità palestinese che sono impiegati in istituzioni civili come i ministeri dell’istruzione e della salute. I restanti 70mila palestinesi che lavorano per uno dei tanti apparati di sicurezza dei territori occupati non riceveranno il proprio salario. Questo manterrà l’economia appena al di sopra del livello di carestia, lasciando 70mila uomini armati senza nient’altro che frustrazione e rabbia.

In queste condizioni, è sicuro che scoppierà una lotta tra i vari signori della guerra palestinesi per l’accaparramento delle scarse risorse presenti nei Territori Occupati. Ha’aretz ha già riferito che nelle ultime settimane dozzine di bombe sono state disposte vicino abitazioni o autovetture di alti funzionari e impiegati di Hamas, allo stesso tempo anche nelle case e nelle auto dei funzionari di Hamas e della Sicurezza Preventiva sono state rinvenuti degli ordigni che, in alcuni casi, sono esplosi provocando danni e feriti.
Se i conflitti esistenti tra le diverse fazioni si evolveranno in una vera e propria battaglia, potrebbe benissimo accadere che alcuni segmenti della popolazione palestinese patiranno la fame. Eppure, saranno i signori della guerra o i leader delle varie fazioni, anziché Israele o gli Stati Uniti, ad essere accusati di aver provocato una catastrofe umanitaria. In altre parole, stiamo assistendo alla nascita di una nuova Somalia.

Alcuni membri dell’Unione Europea hanno espresso “profonda preoccupazione” per il deteriorarsi delle condizioni umanitarie, economiche e finanziarie nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ma pur avendo promesso di riprendere gli aiuti ai palestinesi, l’alto rappresentante per la politica estera della Ue, Javier Solana ha lasciato intendere ad Ha’aretz che la resistenza del Congresso statunitense potrebbe rendere impossibile il trasferimento dei fondi.

Così non solo a Israele e agli Stati Uniti non importa porre fine agli scontri violenti tra palestinesi, ma non sembra neanche interessare il fatto che una guerra civile nei Territori Occupati provocherà enormi sofferenze e destabilizzerà la regione per decenni. Per molti versi, le loro politiche stanno facendo precipitare questa situazione in modo non casuale ma all’interno della logica stessa che informa l’eterna guerra al terrore.

Traduzione di Martina Toti

L’articolo è stato pubblicato il 15 giugno 2006 sulla rivista online In These Times

 



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