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302 - 07.07.06


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Un motore economico
d’oltre confine

Edoardo Pollastri
con Mauro Buonocore



Per la prima volta siedono sui banchi del Parlamento, ed è un esordio pieno di polemiche. A due mesi dalle elezioni, il voto degli italiani all’estero fa ancora discutere; nell’occhio del ciclone ci sono soprattutto le modalità in cui si è svolto, la scelta del voto per corrispondenza, che non avrebbe garantito la segretezza del voto, e l’invio dei certificati a domicilio di chi ne avesse fatto richiesta, operazione nella quale molte schede sarebbero andate disperse.
La polemica, iniziata già nei giorni dello spoglio elettorale, quando le schede provenienti dall’estero erano state raccolte nel centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto a pochi chilometri da Roma, è divampata nei giorni immediatamente successivi all’esito delle elezioni, quando si è visto che il voto degli italiani all’estero ha svolto un ruolo importante per la vittoria dell’Unione, addirittura determinante.

Ma chi sono questi elettori che hanno così direttamente lasciato il segno sulla sconfitta del centro destra? “Sono persone che vengono da culture differenti – risponde Edoardo Pollastri, eletto al Senato nella circoscrizione dell’America Meridionale – ma hanno tutti una cosa in comune: l’amore verso l’Italia, un attaccamento radicato all’orgoglio di vedere, dall’estero, il proprio paese ripartire dalle macerie politiche sociali ed economiche lasciate dalla guerra fino a diventare una potenza mondiale”.

Il primo pensiero va agli emigranti che, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, lasciarono l’Italia per rincorrere fortuna, lavoro, nuove possibilità; persone che cercavano una via di fuga dalla povertà delle campagne. Limitarci a questa immagine significherebbe abbandonarsi all’idea quasi oleografica degli emigranti con la valigia di cartone che inseguivano lavoro e fortuna nelle acciaierie tedesche, nelle miniere del Belgio, nelle lontane Americhe. Ma l’emigrazione è cambiata col tempo, come sono cambiati motivi e modi che portano i nostri connazionali lontano dai confini. “Gli italiani che vivono all’estero appartengono almeno a tre diversi momenti storici dell’emigrazione italiana”, continua Pollastri: “Ci sono figli o nipoti dei primi emigranti, ci sono poi i protagonisti di una seconda ondata migratoria che si è sviluppata nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, e ci sono infine persone che in epoca più recente si sono mosse verso l’estero guidate dal business, dal senso degli affari”. Manager e operai, discendenti di contadini e imprenditori, figli di minatori e giovani laureati che, non trovando modo di mettere a frutto in Italia la loro preparazione, hanno spostato all’estero il loro sguardo e i loro bagagli, protagonisti di quel fenomeno ormai celebre che chiamiamo “fuga di cervelli”. “Si mette sempre troppo poco l’accento su quanto i nostri connazionali all’estero producano per la nostra economia”, chiarisce Pollastri parlando di quanto lavoro “questi italiani facciano per promuovere all’estero i prodotti di casa nostra, i nostri marchi: rappresentano e testimoniano una presenza viva e dinamica dal nostro paese. Ma dall’Italia se ne sa poco, a causa di una scarsissima informazione di ritorno che poco o niente permette di far conoscere di queste realtà e lascia l’immagine degli italiani all’estero vittima di stereotipi e pigrizie mentali”.

Una comunità varia, composita, che tocca i cinque continenti e che, anche dagli angoli più remoti della Terra ha fatto pesare la propria scelta politica. Eppure, da così lontano non hanno seguito la nostra campagna elettorale, non hanno visto, almeno non tutti, i famosi faccia a faccia tra Berlusconi e Prodi, non hanno potuto verificare l’onnipresenza mediatica dell’ex premiere nel mese che ha preceduto le elezioni. In tempi in cui la battaglia per i voti si combatte sempre più sui media, e sulla tv in particolare, questa parte di elettorato ha scelto in maniera diversa. “La scelta televisiva è molto modesta per gli italiani che vivono all’estero – sottolinea Pollastri – a volte, come ad esempio in Brasile, la Rai è addirittura inesistente. La campagna elettorale è si sviluppa attraverso una rete complessa e ramificata all’interno delle comunità, dove le associazioni, la camere di commercio e i patronati legati alle istituzioni italiane mantengono vivi i rapporti tra i membri e con l’Italia”.
L’equazione viene alla mente fin troppo semplice: dove la tv italiana non è arrivata, Berlusconi ha perso, ma il neo senatore puntualizza: “Io credo che la scelta degli elettori sia stata influenzata dall’immagine non positiva che stampa e tv straniere trasmettono di Silvio Berlusconi, piuttosto che dalla mancata promozione televisiva del leader di Forza Italia all’estero”.
Ancora una volta la tv, sembrerebbe, a giocare un ruolo determinante. Ma almeno un’altra tv, diversa da quella di casa nostra.


 

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