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302 - 07.07.06


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Iran, i dilemmi dell'Occidente
Daniele Castellani Perelli

“Se veramente l’Occidente si crede una civiltà superiore, allora questo è il momento di trovare una soluzione”. L’Iran sta diventando un rebus insolubile, e nelle parole di Giuliano Amato c’è tutta l’amarezza di un Occidente che rischia di rimanere impotente di fronte a un paese che si sta dotando del nucleare, minaccia l’esistenza della vicina Israele, non sente le ragioni del dialogo, e verso cui le opzioni ultime della diplomazia, sanzioni e guerra, non sono oggi praticabili. Il 6 giugno, al Centro studi americani, a Roma, l’associazione Reset Dialogues on Civilizations ha invitato alcuni esperti di livello internazionale, coordinati dal direttore di Reset Giancarlo Bosetti, a dibattere della crisi in atto sul dossier iraniano, e più in particolare sui rapporti tra Teheran e Washington.

“Ad ascoltarvi c’è da tremare”, si è rivolto agli altri relatori il ministro degli Interni italiano Amato: “Oggi siamo di fronte a due grandi delusioni. Una riguarda la conoscenza, perché una volta credevamo che noi europei capissimo il mondo meglio degli americani. La seconda è relativa al fatto che in questi anni gli esperti ci hanno consigliato di non immischiarci nelle questioni iraniane, di lasciare fiorire quella giovane democrazia, ma non è servito, in Iran è andato al potere il partito dei pasdaran, che mi ricordano la Cambogia”. Giuliano Amato non ha potuto non esprimere angoscia davanti al caso di Ramin Jahanbegloo, lo studioso iraniano che da quasi due mesi è rinchiuso in carcere senza una motivazione ufficiale. I due sono entrambi membri dell’associazione ResetDoC, e hanno avuto modo di conoscersi al Cairo, a inizio marzo, per la prima riunione internazionale dell’associazione: “Ci si dice che non dobbiamo irritare Teheran – è il senso del dilemma del presidente Amato – e questo significherebbe non chiedere la scarcerazione del nostro amico Ramin. Ma come possiamo non far sentire la nostra voce davanti a questa ingiustizia? Come possiamo ‘salvare la diplomazia’ lasciando Ramin lì dov’è? Non possiamo essere più kissingeriani di Kissinger”.

La preoccupazione ha dominato tutti gli interventi, non solo quello del vicepresidente della Convenzione. Cui non è sembrato di buon auspicio quanto spiegato da Renzo Guolo, docente di Sociologia delle religioni all’Università di Trieste e editorialista di la Repubblica, che ha ricordato come una democrazia non potrà mai nascere in Iran con un intervento dall’esterno, e che il destino dell’Iran è in mano agli iraniani: “Il cambiamento può arrivare solo tramite un 25 luglio interno, uno scossone interno cui l’Occidente può contribuire solo influenzando dall’esterno, e cercando in tutti i modi di non commettere errori. Quando l’Occidente attacca il regime, non fa altro che ricompattarlo”.

La peculiare complessità del rapporto con l’Iran risiede anche nell’estrema complessità del sistema di governo della Repubblica Islamica, e che si traduce nel dilemma posto da Vanna Vannuccini, giornalista de la Repubblica e autrice di “Rosa è il colore della Persia”: “Chi comanda a Teheran?”. Guolo ha sottolineato che è semplicistico parlare di una contrapposizione tra conservatori e riformisti, visto che al campo della destra appartiene anche l’ex presidente Rafsanjani, pragmatico e liberista, che Guolo definisce un tecnocon che mira a una via cinese (modernizzazione economica e conservazione politica). Ha inoltre evidenziato come l’ayatollah Khomeini abbia stravolto la tradizionale separazione sciita tra politica e religione, inaugurando quel velayat e faqih che è ad esempio rifiutato dallo sciita iracheno ayatollah al Sistani. Ha segnalato che Ahmadinejad, che crede in un prossimo ritorno del mitico Mahdi (che vanificherebbe il velayat e faqih), aspira a un Khomeinismo senza clero, in cui sarebbe il partito dei pasdaran a comandare sui religiosi (e così si oppone alla Guida Khamenei). Nicola Pedde, esperto di geoeconomia e direttore del Global Research, ha invece ricordato come l’idea del nucleare rappresenti un collante nazionalista sin dal lontano 1954.

Il dibattito si è poi incentrato sulla figura di Mahammed Khatami e sugli otto anni del governo riformista. Un tema che ha diviso i relatori e che non è solo di natura storiografica, visto che sottintende una questione attuale e cruciale per l’Occidente: chi dobbiamo sostenere, per chi dobbiamo tifare? Il romanziere americano Terence Ward, autore del libro “Alla ricerca di Hassan”, ha rievocato con nostalgia gli anni di Khatami, che nel suo libro ha definito il Kennedy iraniano, mentre Renzo Guolo è parso critico: “Khatami fallì perché proveniva dal clero. Non poteva portare fino in fondo la demolizione dello stato parallelo iraniano, di quegli organi non elettivi che da sempre sono nelle mani dei conservatori, come la Guida e il Consiglio dei Guardiani”. Vanna Vannuccini ha invece condiviso il giudizio positivo sull’ex presidente, “anche se nel suo gruppo c’erano personaggi più coraggiosi”.

Gli esperti divergono, e nessuno sembra avere in mano le chiavi della crisi. Così nasce un altro dilemma, nelle parole di Karim Sadjadpour, giovane esperto di Iran per il think tank americano Crisis Group: “Non possiamo concedere a Ahmadinejad, che minaccia di distruggere Israele, quello che non volevamo concedere a Khatami, che chiedeva il dialogo tra le civiltà. Sarebbe un cattivo segnale che diamo a quanti governano a Teheran”. Sadjadpour ha appena accompagnato un gruppo di senatori americani a Istanbul, e assicura che su 15 soltanto uno era favorevole a un intervento armato. Ma se la guerra è lontana, la pace non è vicina.

 

 

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