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301 - 16.06.06


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Quando partecipare fa la differenza

Hilary Wainwright
con Mauro Buonocore



Partecipare fa la differenza. Se le decisioni della politica vengono vissute dalle persone come “un mondo alieno che cade sulla loro testa”, se la scelta di un candidato dipende più dalla sua “celebrità e dalla sua fama mediatica che dalle sue idee”, se avvertiamo nell’opinione pubblica un pervadente “senso di sfiducia verso la classe politica” e il voto elettorale si limita ad una scelta senza entusiasmo, allora proviamo a inventare e sperimentare “delle forme di partecipazione democratica che sappiano creare e mantenere un collegamento fluido tra i cittadini e gli amministratori e sappiano dare alle persone la sensazione e l’opportunità di essere parte attiva delle nostre democrazie”.
Hilary Wainwright, direttrice della rivista inglese “Red Pepper” e giornalista del “Guardian”, guarda a queste “invenzioni” e ne raccoglie alcune nel libro Sulla strada della partecipazione (Ediesse), un viaggio tra realtà sperimentate di democrazia partecipativa in giro per il mondo. Come Porto Alegre in Brasile, o le inglesi Manchester e New Castle. E come Grottammare,
in provincia di Ascoli Piceno, dove l’amministrazione comunale ha da tempo dato vita a iniziative di bilancio partecipativo che iniziano ad estendersi verso forme di partecipazione a livello provinciale. A Grottammare abbiamo incontrato Hilary Wainwright, prima di un incontro pubblico in cui si sono confrontate esperienze di bilancio partecipativo europee e dell’America Latina quali la peruviana città di Ilo, e le ecuadoregne Cotacachi e Quito.

Una frase attribuita a Oscar Wilde recita: “Il socialismo è una gran cosa ma ha un grave problema: impegna troppe serate”. Democrazia partecipativa significa impegno, uscire di casa la sera per andare a incontri e discussioni. Possiamo chiedere alle persone di spendere tanto tempo ed essere sicuri che non preferiscano, invece, delegare le decisioni pubbliche a persone di cui si fidano e che hanno scelto alle elezioni?

La democrazia partecipativa non prevede che ciascuno sia coinvolto in assemblee e riunioni ogni volta che c’è da decidere qualcosa, ma prevede anche un importante elemento di delega. L’idea della partecipazione si fonda sulla necessità di rendere la democrazia più profonda, radicata nella vita dei cittadini, di quanto non lo siano le esistenti forme di democrazia rappresentativa. Queste ultime vivono un problema di fiducia: la gente non si fida dei rappresentati, tant’è vero che in molte realtà (come la Gran Bretagna) le affluenze al voto sono molto basse, le persone smettono di andare a votare o, se ci vanno, votano “turandosi il naso”.

Questo però non significa che coloro che non votano sarebbero stimolati a partecipare ad incontri pubblici dopo una giornata di lavoro.

Democrazia vuol dire che i cittadini hanno il controllo sulla vita politica. Al momento la sensazione di avere questo controllo non c’è. Al contrario, mi pare che la gente viva la politica come una specie di alieno che decide dall’alto. Perfino quando i cittadini si esprimono con il voto, la loro scelta è diretta più dalla celebrità e dalla fama del candidato che non dalle sue idee di governo. Credo che dobbiamo fare qualcosa per riformare gli attuali modelli di democrazia. Da una parte vediamo sotto i nostri occhi che le opinioni tendono sempre più a ritirarsi in una sfera privata e le istituzioni pubbliche sono sempre più svuotate di pubblico interesse, appaiono lontane dalla gente; dall’altra parte, se vogliamo rifiutare questa sorta di privatizzazione perché crediamo che le decisioni pubbliche riguardino la vita di tutti i giorni di ciascuno di noi, e vediamo allo stesso tempo che queste decisioni sfuggono sempre più al nostro controllo, allora cerchiamo di sviluppare modelli di democrazia che avvicinino la quotidianità dei cittadini e la dimensione dei decisori. Nel momento in cui la distanza tra queste due dimensioni è così grande che gli uni si ripiegano nella loro sfera privata e gli altri badano alla gestione degli affari pubblici, è allora che la partecipazione diventa un sinonimo di perdita di tempo.

Ha accennato al fatto che anche la democrazia partecipativa prevede un meccanismo di delega. A cosa si riferisce?

Se vogliamo mettere in piedi qualche forma di partecipazione che possa costruire un collegamento tra l’amministrazione pubblica e la gente, possiamo, ad esempio, contare in una sorta di delega intima, possiamo delegare i nostri vicini a partecipare al nostro posto negli incontri partecipativi; ci sono esperienze che dimostrano che questo sistema funziona, come a Porto Alegre e in molte realtà italiane fra cui Grottammare, in cui i cittadini possono delegare la propria partecipazione agli incontri alle persone di cui si fidano. I meccanismi di delega funzionano meglio se si basano su una rete di rapporti sociali che si ispira alla mutua fiducia e così si possono costruire forme di partecipazione che non limitano i cittadini a scegliere il nome di un candidato una volta ogni cinque anni, ma li tengono nel vivo dei processi decisionali.

Eppure sappiamo che il nostro mondo sociale è fatto di persone molto diverse, tra queste ci sono coloro che, per carattere e per natura, sono più attivi e dinamici verso la partecipazione, persone che più volentieri agiscono e fanno sentire la propria voce. Da questo punto di vista non crede che la democrazia partecipativa corra il rischio di portare, parafrasando quella che Tocqueville chiamava “dittatura della maggioranza”, a una specie di dittatura dei volontari, o dei più attivi, o dei più motivati?

Questo può essere un rischio. Ma la scarsa motivazione a partecipare deriva dalla scarsa fiducia in se stessi e nel sistema politico come rappresentante di interessi pubblici. A volte le persone dimostrano scarso interesse alla partecipazione perché non hanno tempo o perché non ci sono abituate. È chiaro che il successo dei processi partecipativi non è affatto automatico, ma ha bisogno che alcune condizioni siano soddisfatte. Da una parte abbiamo bisogno di una educazione alla partecipazione, di una motivazione a manifestare la propria opinione e confrontarla con quella degli altri. D’altra parte abbiamo anche bisogno di ripensare il nostro tempo e il suo rapporto con l’economia. Viviamo in un mondo in cui le giornate lasciano pochi spazi per la cittadinanza, quindi promuovere una democrazia partecipativa significa anche ripensare le nostre giornate, il nostro rapporto con il tempo e con il lavoro. Ma, in società in cui le persone sono generalmente abituate ad essere passive, a comportarsi in modo passivo e a vivere delle decisioni di una stretta minoranza di individui, credo molto nella necessità di un sistema di educazione che voglia mettere l’accento sull’importanza della partecipazione e fare in modo che gli individui si rendano conto di quanto questa possa incidere nella nostra vita migliorandola.

Se chiamiamo le persone a partecipare a decisioni su temi di pubblico interesse, però, non possiamo non parlare di quanto e come queste persone debbano essere informate, prima di contribuire a una decisione. Senza un’opinione pubblica consapevole e informata, la partecipazione può facilmente trasformarsi in una forma di populismo.

Credo che un’informazione migliore sia necessaria, ma credo anche che lo sviluppo di una opinione pubblica informata sia direttamente connesso alla crescita di una realtà in cui il potere sia condiviso tra decisori e sfera pubblica.
Se la gente avverte di non aver alcun potere sulle decisioni pubbliche, la sua curiosità e il suo interesse sarà sempre più diretto verso la sfera privata, lasciando così la dimensione pubblica a decisioni prese da altri. Se invece si inizia ad avere la consapevolezza che le informazioni che si acquisiscono dai media possono essere utili in modo concreto, allora crescerà la curiosità, la voglia di conoscere e sapere al servizio di un accresciuto impegno civico.

Lei scrive nel suo libro della necessità di ripensare la rappresentanza politica. Qual è il ruolo della mediazione politica e dei politici nella sua visione?

I cittadini delegano oggi ai politici ogni decisione pubblica, c’è un solo giorno in cinque anni in cui le persone compiono una scelta attiva ed è il momento in cui mettono una croce per scegliere i propri candidati. In questa situazione la rappresentanza diventa un simbolo, come se tutti gli elettori fossero in qualche modo incarnati nei loro rappresentanti. Io penso che questo modo di vedere sia limitativo, e che, tra eletti ed elettori, ci sia bisogno di collegamenti più concreti e fluidi del solo appuntamento elettorale. La democrazia partecipativa è proprio questo.


 


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