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301 - 16.06.06


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Come rompere il duopolio Tv

Alessandro Ovi



Tratto da Reset n.95


I nuovi media avanzano. Satellite, fibra, digitale terrestre, IpTv (Internet Protocol Tv, la televisione via internet nelle sue varie forme), DVB-H (Digital Video Broadcasting Handheld, la televisione sul cellulare), crescono rapidamente o si apprestano a farlo. Già oggi ad esempio i ricavi della pay Tv, circa 1700 milioni di euro (per il 90% via satellite) hanno superato quello del canone Rai, 1450 milioni di Euro.
Con l’avvento del digitale, sia satellitare che terrestre, il numero dei canali a disposizione per una grande varietà di programmi è cresciuto a dismisura,
anche se l’abbondanza di oggi sarà soggetta a sostanziale diminuzione man mano che si diffonderanno le offerte di programmi della Tv ad alta definizione, oramai fuori dalla fase sperimentale. In particolare il digitale terrestre, che potendo essere ricevuto senza bisogno di una parabola, ma attraverso decoder a basso prezzo, si appresta a sostituire la tradizionale
televisione analogica.

C’è chi pensa che ci siano oramai tutte le condizioni perché il
duopolio di Rai e Mediaset, in molti suoi aspetti definibile collusivo, si stia avviando alla fine da solo, senza bisogno di interventi dall’esterno per scioglierlo.
Vi sono tuttavia buoni motivi per ritenere che esista un serio rischio che gli operatori oggi dominanti riescano a riprodurre anche per il futuro la stessa
situazione di pesante controllo del mercato oggi esistente.
Questo per diverse ragioni: primo, i tempi del passaggio completo dall’analogico al digitale per la televisione offerta in broadcating, lo switch off, saranno nettamente più lunghi di quelli inizialmente previsti (non più il 2006 come nei progetti iniziali ma forse 2008 e assai più probabilmente 2010);
secondo perché la rivoluzione digitale comunque vedrà convivere tipologie di
prodotti tra loro sostanzialmente diverse nel modo di essere fruite.

Non tutti i modi di diffondere Tv sono adatti allo stesso prodotto. Sia la televisione su internet che quella sui telefoni mobili hanno modalità di fruizione sostanzialmente diverse da quella della Tv tradizionale ed è quindi è sbagliato parlare di un unico mercato. Vi saranno sempre programmazioni
in broadcasting, sia di tipo generalista che tematico, accanto a possibilità di scelte personalizzate, sia a pagamento che non, più o meno interattive.
Vi saranno perciò offerte per chi sta in poltrona davanti ad uno schermo sempre più grande e a definizione sempre maggiore o offerte probabilmente più selettive ed interattive per chi al lavoro o a casa cerca su internet notiziari o eventi di suo interesse.
La IpTv, tra l’altro, funziona bene se in tanti chiedono di vedere programmi diversi, ma non altrettanto bene per grandi eventi dove tutti vogliono vedere nello stesso momento la stessa cosa.
Vi saranno infine offerte sostanzialmente diverse per chi usa il suo palmare o il telefonino per guardare, quando è in movimento o lontano da casa, programmi in formati adatti al piccolo schermo e ad una attenzione di breve durata.

Altro punto della questione: la pubblicità continua ad affollarsi sulla tradizionale televisione analogica di tipo generalista, dominata da Rai e Mediaset. Su un totale di circa 4500 milioni di euro, la prima ne prende il 30 per cento e la seconda il 60 per cento. A tutti gli altri operatori tocca meno del 10 per cento. Solo per alcuni mercati di nicchia l’utilizzo dei canali digitali comincia ad incidere in modo visibile.
Sia il diritto degli utenti al pluralismo, sia la nascita di un mercato aperto ed equilibrato, che dia reali possibilità di sviluppo di nuovi operatori nel settore, sono a rischio perché se non si interviene per impedirlo è quasi certo che le posizioni dominanti si trasferiranno dalla Tv analogica di oggi a quella digitale di domani.

Due sono le cause di questa situazione: la prima è l’impossibilità di Rai di esercitare una reale concorrenza a Mediaset sul mercato pubblicitario, e ciò
è decisamente responsabile dei problemi gravi generati dal duopolio nel passato e peggiorati negli ultimi cinque anni. La seconda è la naturale estensione, da parte sia di Rai che di Mediaset, del controllo del mercato
anche alle nuove forme di Tv digitale grazie alla loro natura di operatori integrati verticalmente, dalla produzione di programmi alla raccolta pubblicitaria fino al controllo delle reti di trasmissione e diffusione.
È ragionando su queste due cause che emerge la necessità di alcune misure urgenti che tocchino il problema nei suoi vari aspetti.
Si tratta in sostanza di creare condizioni di concorrenza reale tra Rai e Mediaset e contemporaneamente aprire l’accesso sia alle risorse economiche che alle nuove possibilità di diffusione a nuovi editori. A grandi linee bisogna operare su cinque fronti.

Primo: va risolto in Rai l’intreccio tra l’offerta di servizio pubblico e quella tipicamente commerciale. La prima finanziata sostanzialmente solo dal canone e la seconda solo dalla pubblicità, elevando ovviamente a questo punto l’attuale tetto alla raccolta che limita la Rai. I due gruppi di attività dovranno essere esercitati da due società diverse facenti capo alla holding Rai ed entrambe possedute al 100 per cento. La seconda tuttavia potrà essere aperta in futuro a soci privati finanziari o editoriali. Una Tv commerciale
a tutti gli effetti.
Cosa si intenda per servizio pubblico e quali le regole di governo della società dedicata ad offrirlo sono definizioni delicate e rilevanti ma non oggetto di questa breve analisi. La separazione in due società diverse delle due missioni
rende tuttavia certamente meno complesso separare il ruolo delle scelte “politiche” da quelle gestionali.

Secondo: nel nuovo contesto della convergenza digitale va garantito a tutti i soggetti, esistenti e nuovi, la possibilità di diffusione dei programmi a condizioni eque, trasparenti e non discriminatorie. Bisogna cioè ridurre gli effetti negativi della integrazione verticale degli attuali operatori dominanti arrivando ad una separazione efficace tra operatori di rete e fornitori di contenuti. Vi sono varie opzioni possibili in materia, a partire da quelle più drastiche ma sinceramente impraticabili della ridistribuzione delle frequenze o della creazione di una società pubblica delle reti.
La via più praticabile potrebbe essere quella della separazione societaria accompagnata da regole chiare sull’utilizzo in proprio della capacità trasmissiva e sulle modalità di cessione a terzi della capacità in eccesso nelle quote previste dalla legge.

Terzo: va accelerata la transizione al digitale terrestre correggendo gli errori della politica fino a qui seguita che lo ha di fatto identificato con una “pay Tv a basso costo”.
La via giusta è quella seguita dalla Bbc che con una programmazione dedicata e di qualità, gratuita, ha già superato i dieci milioni di decoder utilizzati.
L’accelerazione della transizione è cruciale per l’apertura di tutto il sistema televisivo a nuovi protagonisti e la si può avviare con una politica Rai di investimento in programmi dedicati esclusivamente al digitale e con incentivi sul fronte dei tetti pubblicitari a chi porterà, solo sul digitale, una delle reti oggi distribuite sull’analogico. In queste nuove condizioni tutto il sistema
acquisterebbe dinamismo. Decoder semplici possono essere prodotti in grande quantità a basso costo stimolando una domanda non con l’incentivo all’acquisto di apparati finalizzati alla Tv a pagamento, ma con il richiamo di una offerta di programmi esclusivi gratuiti.
Se quanto speso per sussidiare l’acquisto di decoder più costosi fosse stato destinato alla produzione e all’offerta di questo tipo di canali, tanto per cominciare, dalla Rai, è quasi certo che sarebbe stata la domanda spontanea
a far crescere bene la diffusione del nuovo sistema. Bbc ha fatto vedere che si
può. Anziché procedere alla transizione gradualmente per regioni, come oggi previsto, lo si farebbe gradualmente per reti.
Una diversa politica dell’offerta Rai via satellite può pure essere finalizzata all’offerta di qualità sul digitale terrestre.
Con la diffusione crescerebbe anche la convenienza per nuovi editori ad investire in offerta televisiva ed i tempi per arrivare allo switch off potrebbero accorciarsi molto.

Quarto: si deve intervenire in funzione antitrust anche sulla rottura della integrazione verticale con le concessionarie di pubblicità e, quinto,va radicalmente rivista anche la misurazione della audience che deve essere estesa alle rilevazioni multipiattaforma ed essere quindi valida per i contenuti audiovisivi su tutti i mezzi.

I cinque punti qui sommariamente indicati non sono ovviamente che una traccia per il cammino da seguire, e non vengono qui toccati temi rilevanti quali il rapporto con gli operatori telefonici, il rafforzamento del ruolo dell’Autorità, le competenze delle regioni, le Tv locali e le nuove disposizioni
sulla pubblicità.
Un cammino complesso, ma necessario per impedire che la grande opportunità di pluralismo e di libertà offerta dalla rivoluzione digitale non svanisca nella naturale e per questo molto insidiosa tensione alla sopravvivenza del nostro storico duopolio collusivo.

 

 


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