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301 - 16.06.06


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Il macigno che pesa sui beduini del Negev

Neve Gordon



La stanza affollata sembra una sauna, effetto naturale del sole ardente che colpisce il tetto di lamiera e della mancanza di un ventilatore o di un condizionatore che mitighino il caldo desertico. Tutti parlano della “rotta del vino”, un nome benevolo, quasi idilliaco, per un sinistro piano di suddivisione territoriale che il governo israeliano sta mettendo in atto.

“È arrivato il momento di organizzarsi” dice uno. “Non c’è modo per contrastarlo” risponde un altro. Questa discussione, schietta, va avanti per parecchi minuti finché la gente inizia a prendere posto sui tappeti e sui cuscini che ornano il pavimento di cemento.

L’organizzatore dell’incontro, un coordinatore del Negev Coexistence Forum for Civil Equality, chiede ai nostri ospiti di parlare. Uno dopo l’altro, i beduini si alzano per raccontare le proprie storie personali. Tutti parlano dell’abuso perpetrato contro la loro comunità con l’approvazione dello Stato. Ingiustizia dopo ingiustizia a creare una storia impietosa di espulsione, violenza, repressione e inganno.

Ali Abu Sheita racconta di come i suoi genitori siano stati strappati al territorio della loro tribù e trasferiti in una regione desolata dove per anni hanno dovuto camminare per quindici chilometri con i loro cammelli e i loro asini solo per portare l’acqua al villaggio. Nel vicino villaggio ebreo, continua Abu Sheita, le condutture portano l’acqua direttamente a ogni lavandino. Halil Al Aseiby indica i pali dell’elettricità ad alto voltaggio appena fuori della baracca, enfatizzando la crudele regolamentazione che vieta ai “beduini non riconosciuti” di collegare le proprie abitazioni alla rete elettrica. “Non vengono fatte eccezioni nemmeno per le persone che hanno bisogno di conservare i propri medicinali al fresco per mantenersi in vita”, dice. Un altro uomo sventola un ordine di demolizione che è stato affisso sulla sua capanna “illegale” il 25 aprile. “Un qualsiasi giorno di questi – dice – potrebbero arrivare i bulldozer”.

Questi beduini-arabi sono cittadini israeliani proprio come lo sono io; il loro unico crimine consiste nel non essere ebrei. Eppure, i beduini sono la popolazione indigena dell’arido deserto israeliano, il Negev. Prima dell’istituzione dello Stato di Israele, circa 60mila beduini vivevano nell’area ma, in seguito alla guerra del 1948, ne rimasero solo undici mila o poco più; il resto fuggì o venne espulso in Giordania e in Egitto. Sotto le direttive del primo premier israeliano David Ben-Gurion, coloro che rimasero in Israele vennero sradicati dalle terre che avevano abitato e vennero convogliati nella parte nord-orientale del Negev, un’area perlopiù desolata nota come la “zona di chiusura”, mentre l’area occidentale del Negev, più fertile, veniva riservata alle colonie ebraiche.

Nel corso degli anni ’50 e fino alla metà degli anni ’60, una porzione considerevole delle loro terre ancestrali venne confiscata e registrata come territorio statale. Negli anni ’70, quasi la metà della popolazione beduina venne trasferita ancora dal governo israeliano, questa volta in sette aree territoriali. L’idea era di concentrare la popolazione beduina all’interno di una zona ristretta che comprendesse solo una percentuale molto limitata delle terre originarie delle loro tribù, terre dalle quali la popolazione beduina era stata espulsa. I beduini dovettero rinunciare a qualsiasi rivendicazione della loro terra ancestrale per poter ottenere il dubbio privilegio di vivere in questi territori sovraffollati. La restante metà della popolazione beduina, che comprende oggi circa 75mila persone, non fu disposta a rinunciare ai propri diritti di proprietà ed è ora sparsa in quarantacinque villaggi disseminati nel Negev che non sono mai stati riconosciuti dallo Stato.

Abbiamo visitato uno di questi villaggi lo scorso fine settimana assieme al Negev Coexistence Forum. A non più di 25 minuti dal mio piccolo ma gradevole appartamento con aria condizionata, c’è una serie di baraccopoli beduine. Nessuna delle abitazioni presenti in questi villaggi non riconosciuti è collegata alla rete elettrica, all’acqua corrente, al sistema fognario o alla rete telefonica. Non ci sono strade asfaltate che portano ai villaggi e, di conseguenza, i servizi di emergenza non possono raggiungerli velocemente, mentre l’accesso ad altri servizi fondamentali – salute, istruzione e welfare – è difficile e limitato.

Questi beduini sono attualmente rappresentati da un Consiglio regionale non riconosciuto dei villaggi non riconosciuti (poiché i villaggi non sono stati riconosciuti dal governo israeliano, questo non è stato neanche disposto a riconoscerne il consiglio elettivo). Durante la nostra visita, il capo del consiglio Hsein Al Refaya ha sottolineato che la popolazione soffre di un tasso di disoccupazione molto elevato: approssimativamente il 60% degli uomini e l’85% delle donne. La popolazione è caratterizzata da una povertà lacerante, da un alto tasso di mortalità infantile, da pochi lavoratori specializzati e da un elevato tasso di criminalità. Inoltre, il 40% circa dei bambini beduini abbandonano la scuola.

Per anni questi beduini hanno lottato per il proprio diritto fondamentale a essere riconosciuti e a godere degli stessi servizi di cui gode ogni altro cittadino israeliano in virtù della propria cittadinanza. I loro rappresentanti hanno incontrato un mucchio di funzionari governativi, testimoniato davanti a numerose commissioni e sottoposto alle corti israeliane una quantità apparentemente infinita di petizioni. Spesso hanno riscontrato simpatia, me non hanno mai incontrato giustizia.

È qui che entra in gioco “la Rotta del Vino”. Invece di cercare di risolvere la difficile situazione in cui versa questa gente in maniera morale, il governo israeliano sta mettendo in atto un progetto ambiguo che viola ulteriormente i diritti territoriali dei beduini e intensifica la loro alienazione dalla società israeliana. Il piano “Rotta del Vino” autorizza la costruzione di 20 fattorie private che dovrebbero soddisfare i turisti israeliani. Alcune di queste fattorie sono già state costruite e si trovano sullo stesso territorio che i beduini considerano proprio; tutte le fattorie – costruite e progettate – riceveranno i servizi che sono stati negati ai beduini per molti decenni: acqua corrente, elettricità e strade asfaltate.

Il piano svela la menzogna che ha informato il trattamento dei beduini non riconosciuti da parte di Israele. Per anni, i funzionari israeliani hanno sottolineato la necessità di concentrare i 75.000 beduini in cittadine ampie, affermando che i loro 45 villaggi erano troppo piccoli e dispersi in un’area troppo ampia che rendeva così molto difficile la possibilità di dotarli di infrastrutture. Ciò serviva a giustificare la politica di non riconoscimento. Eppure ora, gli stessi funzionari stanno distribuendo permessi a un mucchio di fattorie disseminate tra migliaia di dune, e che ospitano una sola famiglia ciascuna.

Ma “la Rotta del Vino” non svela solo la menzogna di Israele. Le fattorie – spiega Ariel Dloomy del Negev Coexistence Forum – sono utilizzate per assicurarsi che solamente cittadini ebrei abbiano accesso ad ampi segmenti del Negev e, in questo modo, insidiano il tentativo dei beduini di rivendicare la propria terra ancestrale. Come afferma chiaramente un documento governativo: “La ragione per avviare (queste fattorie) è proteggere il territorio statale… e offrire soluzioni alle problematiche demografiche”. Fra l’altro, aggiunge Dloomy, una fattoria è stata data a un beduino come foglia di fico a coprire l’impudente discriminazione israeliana.
“Come ci aiuterete a contrastare questa iniziativa?” chiede Abu Sheita ai membri del Negev Coexistence Forum. “I nostri amici non hanno accesso alle stanze del potere, e non possiamo aspettarci che mettano fine alla lunga discriminazione di tutti i passati governi israeliani” risponde immediatamente la persona al suo fianco.
“Forse no, – continua Abu Sheita – ma possiamo pretendere che ci provino”. E dopo un breve silenzio aggiunge: “La discriminazione contro i beduini è come un grande macigno; un piccone non potrà mai romperlo in un solo colpo, ma se si continuerà a colpirlo per molti anni, alla fine andrà in frantumi”.

Traduzione di Martina Toti

 

 


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