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301 - 16.06.06


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“Sganciamo le culture dalle identità”

Carlo Galli con
Massimiliano Panarari



Il filosofo Carlo Galli è, ormai da tempo, uno degli intellettuali più citati e presenti nel dibattito culturale italiano. Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Lettere e filosofia dell’università di Bologna, editorialista di vari quotidiani e per la Rai, autore del più importante e monumentale studio attualmente disponibile sul giurista tedesco Carl Schmitt (Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, uscito nel ’96 per il Mulino e costatogli un quinquennio di intenso lavoro), ha curato recentemente, sempre per la stessa casa editrice, il libro Multiculturalismo. Ideologie e sfide (con saggi di Francesca Rigotti, Alessandro Dal Lago, Maria Laura Lanzillo, Marcello Ostinelli, Patrizia Catellani, Augusto Palmonari, Stefano Ceccanti e Susanna Mancini).

Prof. Galli, cosa sono oggi le identità?

Direi che l’identità è, al momento, un’arma da guerra, come il concetto, ad essa vicinissimo, di valore. Sono strutture mentali e politiche da cui non si può prescindere, soprattutto in determinati momenti, di cui bisogna però riconoscere attentamente la fortissima carica polemica. Mi viene da dire che “felice è il paese che può fare a meno di identità”, naturalmente intese non quali forme di autocoscienza o espressioni e stili di vita generati da convincimenti (che sono ben altra cosa), ma come affermazioni polemiche di sé contro l’Altro. Se noi assecondiamo troppo la deriva necessariamente polemica insita nella categoria di identità, non riusciremo mai a venire a capo delle questioni poste dal multiculturalismo. Il multiculturalismo è un problema oggettivo, non inventato dagli intellettuali. Dentro le strutture universali (pretese tali, nella realtà e di fatto solamente omogenee, e di un’omogeneità spesso costruita in modo sbrigativo), ma particolari della politica moderna, sono entrate oggi quantità assai notevoli di persone per le quali ciò che non è un problema per noi (per fare un esempio, il crocefisso sui muri, perché eravamo tutti cristiani, anche se non praticanti), costituisce invece un problema. Si tratta di capire se ciò che costituisce un problema rappresenta parte essenziale della nostra identità, oppure no. Ecco il punto: improvvisamente qualcuno ha scoperto che la liberaldemocrazia non è quello che essa pretende di essere, cioè il discorso universale sul rapporto individuazione/identificazione (l’idea razionalistica, una delle tre grandi narrazioni classiche in materia, insieme a quella dialettica e a quella nichilistica). Ciò che vi è di essenziale nelle democrazie liberali è quanto hanno fatto nella storia, e non quanto è stato scritto su di esse nei libri. La liberaldemocrazia, dunque, è particolare, e nient’affatto universale. Oggi che la sua particolarità, vale a dire il suo essere radicata all’interno di contesti determinati, viene sfidata dall’ingresso di altre culture, qualcuno invece di porsi la questione del superamento della determinazione – tanto nostra che degli altri – reagisce dicendo: “Ebbene sì, ciò che era universale, è invece particolare e la sua forza sta proprio lì. Dunque, va difeso e affermato: guerra aperta a coloro che non si adeguano proprio a tale particolarismo!”. Il cristianesimo come essenza dell’Occidente, per intenderci. Se il laico “tradisce” le radici cristiane, diventa opportuno in questa visione, che naturalmente non condivido affatto, fare politica in modo apertamente militante. È inutile che faccia nomi e cognomi, perché tutti capiranno a chi mi riferisco…

In che modo il multiculturalismo ha messo in crisi l’idea illuministica?

Dunque, qui c’è una scommessa. E cioè che il multiculturalismo non metta affatto in crisi il progetto illuministico, e risulti davvero possibile transitare al cosmopolitismo nei fatti e non a parole, oggi che il globo insiste tutto su un punto e su ogni punto insiste tutto il globo. Insomma, adesso che il cosmopolitismo è una necessità, viene da dire: prendiamo sul serio l’illuminismo, valutando seriamente i suoi limiti, ovvero il nascere all’interno di una cultura, quella della secolarizzazione del cristianesimo. L’universalismo illuministico non sarà immediatamente assecondabile da parte di coloro che sono stati educati e abituati a ragionare in un contesto religioso poco facilmente secolarizzabile, anche se non necessariamente non secolarizzabile, quale, per esempio, l’Islam. In ogni caso, perché non provare a conseguire l’obiettivo, che fu anche illuministico, del cosmopolitismo? Con una precisazione: l’illuminismo non fu totalmente cosmopolitico, ma con una componente nazionale molto forte, cosa che aveva una valenza all’epoca progressista.

Quale strada si potrebbe percorrere verso questo obiettivo?

Una via potrebbe consistere nel praticare forme di convivenza sociale che portino a depotenziare la nozione di identità, e a toglierle ogni elemento polemico. In modo, così, che tutte le costruzioni volte alla neutralizzazione dei conflitti, le quali probabilmente hanno fatto il loro tempo, non debbano necessariamente essere riproposte come l’unica soluzione a tali questioni, semplicemente e banalmente con uno spostamento di livello. Così come lo Stato moderno nasceva per neutralizzare il conflitto tra gruppi, oggi che il suo fine è stato raggiunto, e si è creata un’omogeneità e standardizzazione al suo interno, ora esso dovrebbe neutralizzare i conflitti tra blocchi culturali; una sorta di tregua d’armi e di contratto sociale rinnovato. Si tratta di una soluzione, certamente con molti problemi: innanzitutto, perché le costituzioni e gli Stati contemporanei non dispongono più della forza per attuare tale neutralizzazione.

La sfera politica e le nostre democrazie come possono contribuire a neutralizzare i conflitti tra culture?

Sganciare le culture dalle identità: questo, a mio giudizio, è invece il vero progetto da perseguire. Il multiculturalismo, infatti, porta ad accettare la realtà delle culture e il loro rilievo politico, compresa la circostanza che, nonostante i propri sforzi universalistici (a volte persino in buona fede) anche la democrazia occidentale non può non essere espressione di una cultura; porta però anche a non restare paralizzati da questa contraddizione fra particolare e universale e invita a lavorare per eliminare quanto c’è di inutilmente intollerante e di etnocentrico nella stessa democrazia, offrendo e chiedendo percorsi analoghi alle altre culture. Ciò significa pensare sia una cittadinanza democratica generale, che prescinde dall’appartenenza culturale, sia sedi e forme di riconoscimento di identità culturali, secondo la logica delle appartenenze e delle cittadinanze plurime.
Questo approccio evidenzia che le tesi alla Huntington sullo scontro di civiltà sono nient’altro che proiezioni interessate del peggio che può succedere; prevedere sempre il peggio, del resto, è in genere il modo per farlo capitare. Abbiamo bisogno di una politica che vada oltre le logiche di affermazione e di radicamento del sé e del noi, e promuova le soggettività (individuali e collettive) nomadi, contaminate, complesse che sono le sole a collocarsi all’altezza del mondo globale e le sole a potere praticare (forse) la convivenza fuori dalla stigmatizzazione dell’Altro.

Professore, cosa pensa degli studi postcoloniali?

Sono una delle avventure intellettuali più ambiziose della fine del Novecento, con la finalità di individuare un punto di vista critico rispetto alle dinamiche politiche e culturali dell’Occidente, dopo che l’altro punto di vista critico – quello dialettico – ha dimostrato per ora la propria inefficacia. Gli studi postcoloniali sono l’occasione per verificare processi e dinamiche dell’Occidente a partire dal punto di vista dei loro esiti, così come il socialismo era la critica del liberalismo e del capitalismo insieme a partire dal loro esito (come costituzione del proletariato). Alla luce della capacità del Logos occidentale di espandersi e di portare dentro di sé larghe fette del pianeta, generando risultati che consistono nella costruzione di forme di esclusione e di disuguaglianza sistematiche, gli studi postcoloniali ricercano il suo superamento. L’ambizione, in sostanza, è quella altissima di costituire la nuova forma della critica. Più ci rifletto, e maggiormente mi convinco della loro sfida epocale. Quanto più i postcolonial studies verranno praticati da intellettuali di formazione europeo-continentale, sensibili alle complessità, e tanto maggiormente capaci di confrontarsi con quegli studiosi provenienti dalle altre aree del pianeta che ne hanno fatto l’oggetto fondamentale della loro ricerca e un motivo di vita, tanto meglio sarà per la loro ricchezza di analisi e per la loro forza esplicativa.




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