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Jahanbegloo, il mondo protesta

Daniele Castellani Perelli



Anche i riformisti iraniani fanno sentire la loro voce. Il 16 maggio, 132 esponenti dell’opposizione hanno aggiunto con coraggio il proprio nome alla lista di quanti, nel mondo, chiedono la scarcerazione di Ramin Jahanbegloo, il filosofo iraniano arrestato senza motivo, il 28 aprile scorso, dalle autorità di Teheran. Tra loro l’ex vicepresidente Mohammad Ali Abtahi, il leader del partito riformista Mohammad Reza Khatami e l’ideologo del gruppo, Saeed Hajjarian. Ma ci sono anche, come segnala la francese Afp, il professore universitario Hashem Aghajari, condannato a morte per apostasia e poi rilasciato l’anno scorso, e il leader nazionalista Ebrahim Yazdi. Tutti concordano che l’arresto di Jahanbegloo, membro del comitato scientifico di Reset Dialogues on Civilizations, è “contro le legali procedure e contrario alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo”: “Chiediamo agli ufficiali giudiziari iraniani di annunciare ufficialmente la lista delle accuse portate contro di lui – aggiungono – e di concedergli libero accesso alla rappresentanza legale”. L’arresto è stato comunicato ufficialmente dalle autorità soltanto il 3 maggio. Da allora Jahanbegloo ha potuto prendere contatto solo occasionalmente con la famiglia, che rimane all’oscuro dei particolari della vicenda.

Il ministro dell’Intelligence Mohseni Ejeie ha dichiarato che il filosofo è stato arrestato per non precisate relazioni con stranieri, mentre il quotidiano di destra Jomhouri Eslami, legato all’Ayatollah Ali Khamenei, sostiene che egli sia legato ai servizi segreti americani e israeliani, e asserisce addirittura che il pacifico Ramin sia un uomo-chiave del complotto con cui l’America intende far cadere il regime (partendo dalla recente richiesta di stanziamento di 75 milioni di dollari, avanzata al Congresso dal segretario di Stato Condoleezza Rice per favorire la democrazia a Teheran). Il giornale Keyhan, vicino ai servizi segreti, lo ha invece accusato di essere «un agente straniero legato ai monarchici». Le notizie rimangono volutamente vaghe, circondate da un tradizionale sospetto che genera ancora più angoscia. Si dice che Jahanbegloo sia stato trasferito in ospedale, alla corsia 209 del carcere di Evin, a nord della capitale. Secondo il sito internet Farda, vicino alla destra, avrebbe già fornito decine di pagine di confessioni. A questo proposito, Human Rights Watch fa notare come questo tipo di “confessioni” fasulle di prigionieri iraniani sia regolarmente estorto tramite tortura, soprattutto nella prigione di Evin. Solo pochi mesi fa, la stessa organizzazione umanitaria aveva accusato il ministro Ejeie di aver ripetutamente violato i diritti umani.

Il governo del Canada, paese del quale Jahanbegloo possiede la cittadinanza (ha vissuto a insegnato, al Trinity College dell’Università di Toronto), si è già mosso diplomaticamente. Ma il ministro degli Esteri di Toronto, Peter MacKay, ha già ammesso le difficoltà, anche perché c’è il terribile precedente di Zahra Kazemi, la fotoreporter iraniana con passaporto canadese uccisa nel 2003 proprio nella prigione di Evin. Ai funzionari canadesi non è stato permesso di vedere il prigioniero. L’agenzia di notizie Fars, citando fonti interne al mondo giudiziario di Teheran, ha scritto che il filosofo sarebbe accusato di avere un contratto con il governo degli Stati Uniti. Tesi completamente priva di qualunque plausibile fondamento. La ragione sta, molto più probabilmente, nell’atteggiamento serenamente e pacificamente critico di Jahanbegloo verso il regime di Ahmadinejad, nel suo impegno per la democrazia e la libertà che lo ha reso noto all’estero, anche grazie agli articoli scritti per il quotidiano spagnolo El Paìs (in uno di questi criticava il suo presidente per aver negato l’Olocausto).

La situazione è grave, e i familiari del filosofo hanno scelto di mostrare cautela. La moglie preferisce non parlare con i giornalisti, per evitare di irritare il regime. La madre, direttrice di una Ong per le donne senzatetto, è stata ricoverata il 14 maggio all’ospedale della capitale. In una democrazia liberale ogni tipo di oppositore, anche il più violento, avrebbe diritto di cittadinanza. Il regime di Teheran non tollera e ha paura persino di un riformista moderato come Ramin Jahanbegloo, con la fama di non-violento gandhiano persino negli anni in cui da giovane, alla Sorbona, era circondato da rivoluzionari marxisti. Della sua sorte si stanno occupando i principali media internazionali, dalla Bbc alla Cnn, da Die Zeit a OpenDemocracy. Le associazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme, e tra queste si è fatta sentire anche l’organizzazione diretta dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Hanno condannato l’arresto, in una lettera aperta a Khamenei, i centri di ricerca internazionali Middle East Studies Association of North America (MESA) e International Society for Iranian Studies (ISIS).

Sono già due gli appelli internazionali che hanno chiesto la sua scarcerazione. Uno lanciato dalla rivista italiana Reset, diretta da Giancarlo Bosetti. E l’altro dalla rivista francese Esprit, diretta da Olivier Mongin, in collaborazione con il network Eurozine. Vi aderiscono nomi come Giuliano Amato, Michael Walzer, Umberto Eco, Richard Rorty, Edgar Morin, Anthony Giddens, Michael Ignatieff, Olivier Roy, Timothy Garton Ash, Otto Schily, Emma Bonino, Daniel Cohn-Bendit, Fred Dallmayr, Krzysztof Michalski, Nasr Abu-Zayd, Abdullahi An-Na’im, Seyla Benhabib, Mohamed Salmawi, Bassam Tibi, Navid Kermani, George Steiner, Toni Negri, Bernard Cassen, Claude Lefort e Driss El Yazami.

 

 

 


 

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