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299 - 12.05.06


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Ora basta con la storia degli ex
 

Tratto dal quotidiano Europa

L’Italia avrà un ottimo capo dello stato, e alla fine solo questo conta. Per sette anni Ciampi è stato l’àncora alla quale si aggrappavano tutti coloro che volevano continuare a credere in qualcosa, ad avere fiducia in una istituzione e in un uomo pubblico. Tutti, di destra di sinistra e di centro. La scelta del successore di un presidente così bravo – non ci sono aggettivi migliori – doveva garantire soprattutto che questa garanzia non venisse meno. L’Italia non può ancora permettersi figure sbiadite come era una volta né figure autocratiche come piacerebbe a qualcuno.
Quando ogni polemica o elucubrazione sul presente sarà svanita, rimarrà solo il fatto che la persona giusta per risolvere quel problema è stata trovata. Tanto basta.


Agli atti rimarrà anche che questa persona è stata votata (con grande compattezza) solo dal centrosinistra.
Il centrodestra la rispetta – tranne i soliti teppisti – ma non è riuscito a dire di sì.
All’esigenza di dare un segnale di rassicurazione all’insieme del popolo italiano è stata anteposta l’esigenza di dare un segnale al popolo di centrodestra e alla sua propaggine padana. È una scelta che per Berlusconi può risultare utile oggi, ma è strategicamente miope, e del resto era stata pensata per contrapporsi a D’Alema, non a Napolitano.Quelle 347 schede bianche sono il coperchio su una pentola che bolle: si avverte instabilità nel centrodestra, verrà fuori dopo le amministrative e il referendum.

Occorre però essere onesti fino in fondo. Quando si contesta alla Casa delle Libertà di aver voluto parlare solo alla propria gente, bisogna chiedersi se il centrosinistra – una volta di più – non abbia fatto altrettanto.
È una domanda che non può essere occultata dal brillante risultato di un capo dello stato che – per meriti anche molto personali – saprà risolvere da sé il problema di identificarsi nella Nazione.
Per sincerità, molti dei commenti di campo unionista ascoltati in queste ore non sono incoraggianti, sotto questo profilo. In particolare questa storia della definitiva caduta del fattore K.
Definire «storica» l’elezione di Napolitano perché finalmente un ex comunista può andare al Quirinale vuol dire puramente e semplicemente vivere nel passato. Molto più di quanto non faccia quello stesso signore di 82 anni. Vuol dire dare ragione (ed è un errore commesso non solo da politici di sinistra) a chi denuncia che la partita del Quirinale è stata giocata appunto considerando solo la metà degli spettatori sugli spalti.

È l’emancipazione degli ex comunisti, il grande problema dell’Italia del 2006, fino al punto di condizionare la scelta del presidente della repubblica? Se si pensa che questa infinta serie di “prime volte” data dall’anno 1976 – Pietro Ingrao presidente della Camera – si capisce che ricondurre sempre i leader della sinistra italiana allo stesso schema è qualcosa di più di una condanna. È una offesa. Anche se talvolta è un’offesa che proprio loro arrecano a se stessi: quasi fossero i primi a doversi sempre dare una patente di legittimità (a meno che l’identità rivendicata non venga recuperata in maniera un po’ strumentale, per giustificare ambizioni che – in maniera sacrosanta – attengono più al presente, dei singoli e del partito).

Qualsiasi sia la ragione per cui il fattore K venga rispolverato, che lo faccia la destra per reiterare i suoi veti o la sinistra per rivendicare un diritto, tutto ciò appare anacronistico, fuori dal tempo e dalla comprensione e dall’apprezzamento della stragrande maggioranza degli italiani.
Napolitano ottimo presidente della Repubblica. D’Alema autentico statista, a suo tempo il primo a intuire quanto fosse parziale e insufficiente l’analisi ulivista della realtà italiana.
Fassino leader dinamico, innovativo su molti fronti, dalla politica estera a quella interna.
E poi tutti gli altri. Da giudicare, apprezzare, premiare o penalizzare per ciò che sanno fare. Non per l’antica appartenenza che è stata per loro grande scuola, ma che hanno deciso di abbandonare ormai diciassette anni fa. Diciassette anni fa.

Queste cose vanno dette perché essersi ritrovati fra i piedi la questione dell’identità post-comunista è stato un vero inciampo, nella vicenda del Quirinale.
Sicuramente lo è stato per D’Alema, e per motivi opposti per altri non post-comunisti che avrebbero potuto interpretare bene quanto Napolitano il ruolo di garanzia istituzionale. È stato un inciampo sulla strada di coloro – cioè tutti nell’Unione, almeno a parole – che volevano dare agli italiani un presidente votato a larga maggioranza.
Ed è stato bravo chi ha dato una mano ad aggirare l’ostacolo o a trasformarlo in una opportunità, a cominciare da Prodi, Rutelli e altri nel centrosinistra.

Una volta di più, a costo di sembrare dischi rotti, ripetiamo che l’unica vera emancipazione per tutti, la strada che consenta di stare in campo solo grazie ai propri meriti e alle proprie proposte, è la nascita di questo benedetto Partito democratico.
Sembra un fantasma in queste ore, certo non è esistito in una partita che è stata giocata ancora tutta dai partiti esistenti, o da pezzi dei partiti esistenti. Continuerà a non esistere nella prossima convulsa fase di formazione del governo. Va bene, è un prezzo da pagare al passato. Ma quando cominceremo a ragionare e a far politica usando questa nuova e meno polverosa appartenenza, faremo davvero un buon servizio all’Italia.

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