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298 - 05.05.06


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Una via d'uscita dall'apocalisse, please.

Ramin Jahanbegloo



Questo articolo è tratto dalla rivista Reset

Chiunque abbia seguito i media americani ed europei dai tragici fatti dell’11 settembre sarebbe indotto a pensare che i musulmani abbiano scatenato una jihad contro l’Occidente e che «orde» di musulmani inferociti stiano appostati dinnanzi ai cancelli della cultura occidentale per annientarla. Attualmente, miliardi di persone in tutto il mondo seguono questa crociata orchestrata dell’islam contro l’Occidente o quella di Europa e America contro l’islam. In questa prospettiva, la teoria dello «scontro di civiltà» profetizzato da Samuel Huntigton potrebbe avverarsi. Ora, la questione principale non è solo la rappresentazione dei musulmani quali persone intolleranti con convinzioni e comportamenti incompatibili con il laico mondo moderno. Il problema non è stabilire se i musulmani hanno ragione o torto in casi come la polemica sulle vignette danesi sul Profeta Maometto o sui Versetti satanici di Salman Rushdie; l’interrogativo è piuttosto se esiste una via d’uscita allo scontro tra quanti in Occidente rivendicano la libertà d’espressione e coloro che nel mondo musulmano reclamano il rispetto per la religione. Che ci piaccia o meno, quello in cui viviamo è un mondo globalizzato, una rete in cui il trasferimento di informazioni da un contesto culturale all’altro può infiammare le tensioni in tempo reale. Questo nuovo scenario rilancia la questione di trovare un equilibrio tra democrazia e diversità culturale. Il fulcro del dibattito è semplice quanto complesso. Cos’è più importante per l’avanzamento della democrazia nel mondo, garantire la libertà di espressione per tutti i cittadini entro i confini tracciati dalla legge o proteggere gli interessi collettivi delle tradizioni culturali e religiose? Di fatto, non tutti i musulmani sono nemici della libertà di parola, così come non tutti quelli che vivono nell’Occidente laico disprezzano la diversità culturale e calpestano le tradizioni religiose. In realtà, il problema si pone allorché da una parte e dall’altra si comincia a pensare che un equilibrio sia impossibile e che lo scontro sia inevitabile. Quando ciò si verifica, si smette di ascoltare l’altro e lo si comincia a disumanizzare, rendendo lo scontro vieppiù verosimile. Nondimeno, nel caso delle dispute e delle violenze che contrappongono Islam e Occidente, non siamo di fronte a uno scontro di civiltà, bensì a uno scontro di intolleranze. L’intolleranza è essenzialmente incapacità o riluttanza a tollerare la diversità. A prevalere nelle società moderne è evidentemente l’intolleranza verso chi è diverso da noi. Non si tratta di mera intolleranza morale o di intolleranza politica: è proprio l’intolleranza verso chiunque sia in un modo o nell’altro diverso da noi. Dopo la tragedia dell’11 settembre è aumentato il numero degli attacchi etnici contro musulmani, sikh e in generale contro chiunque abbia origini asiatiche o mediorientali. Come se non bastasse, commenti sconsiderati di politici e media verso l’islam e i musulmani hanno contribuito ad attizzare le fiamme dell’odio e della paura tra le varie comunità di fedeli nel mondo. Ma l’intolleranza verso i musulmani procede di pari passo con la demonizzazione dell’Occidente da parte dei fondamentalisti islamici. Anche se molti musulmani riconoscono il sostegno e la sensibilità di buona parte degli occidentali, ve ne sono alcuni che continuano a creare imbarazzo per la grettezza delle loro idee e la brutalità dei loro sentimenti verso l’Occidente. Entrambi i fronti sembrano avere un identico progetto: promuovere un conflitto generalizzato tra Mondo islamico e Occidente. A chi spetta il gravoso compito di porre fine a questo scontro di intolleranze commesso in nome dell’islam e della civiltà occidentale? La risposta ovviamente è: ai musulmani e ai non musulmani che si oppongono alle rappresentazioni, superficiali e apocalittiche, di un mondo spaccato in due. Quale che sia la soluzione all’attuale scontro di intolleranze, essa deve far leva sulla lotta contro il nazionalismo delirante, l’odio tribale e l’intolleranza religiosa ed etnica, nonché esortare le forze contrapposte ad abbracciare valori di moderazione e tolleranza. Occorre comprendere, oramai, che ci troviamo nel mezzo di un cambiamento epocale. La democratizzazione dell’intolleranza è assurta a regola del comportamento sociale. Paradossalmente, quella nozione di tolleranza predicata da tutte le religioni e da tutte le culture, si è mutata in intolleranza entro i confini di politiche particolaristiche. È vero che alcuni governi musulmani non esitano a ricorrere alla violenza per controllare la vita sociale e politica delle persone, ma è altrettanto vero che molti in Occidente ritengono che l’islam rappresenta una minaccia generale e che è necessario potenziare le misure contro l’immigrazione e il multiculturalismo per proteggere gli occidentali da quella minaccia. La crisi attuale rivela quanto siano irrazionali le categorie di West e Rest (l’Occidente e gli Altri). Occorre superare questo dualismo sovradeterminato, il quale sembra sottendere che il «resto del mondo» non abbia nulla da dire all’Occidente. Un’affermazione siffatta equivarrebbe a negare l’essenza pluralistica della civiltà occidentale. Se l’Occidente comincia a comportarsi come i Talebani, che ignorano la diversità di idee e di culture, allora si condanna a tradire le proprie radici liberali e le proprie aspirazioni democratiche. Eppure, c’è un modo per convivere in un mondo vieppiù intollerante: potremmo partire dall’assunto che la dignità umana è troppo grande per essere costretta in un’unica cultura. In altri termini, ogni cultura alimenta e sviluppa alcuni aspetti della dignità umana, cosicché il progresso proverrà sempre dal dialogo tra le culture. Pertanto, se l’Occidente chiede all’islam di sradicare la sua intolleranza, ha il dovere di fare altrettanto. I musulmani hanno bisogno dell’Occidente per trovare un equilibrio tra democrazia e responsabilità, parimenti l’Occidente può imparare dall’islam il senso della comunità. Il Mahatma Gandhi, figura eminente del nostro tempo, ha combattuto contro l’intolleranza per tutta la vita. Ogni sua azione era volta a creare armonia tra le culture e gli individui. Gandhi ha espresso nel modo migliore la sua visione del dialogo tra culture e dello scambio di idee quando ha affermato: «Non voglio che la mia casa sia cinta da mura su ogni lato e le mie finestre sbarrate. Io voglio che le culture di ogni terra circolino nella mia casa con la massima libertà». Che sfida rappresentano queste parole per noi che combattiamo contro lo scontro di intolleranze! Se il mondo cerca una via d’uscita allo scontro di intolleranze, la strada migliore è difendere la libertà di espressione di ognuno senza calpestare le opinioni degli altri.

 

 

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