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297 - 14.03.06


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Fratelli musulmani
pronti alla svolta liberale

Mohammed Habib
con Federica Zoja



Alle elezioni politiche dello scorso novembre, gli Ikhwan muslimun, i Fratelli musulmani, hanno raggiunto un successo inatteso, ottenendo 88 seggi nell’Assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento egiziano composta da 454 membri. A tre mesi dalla vittoria, il movimento continua a stupire, proponendo una piattaforma politica degna di una destra liberale europea. Tempi duri per i falchi del movimento, formalmente ancora illegale nel paese. Caffeeuropa ne ha parlato con Mohammed Habib, vice presidente della Fratellanza e punta di diamante della corrente moderata.

“Democrazia, separazione fra Stato e religione, modifica della Costituzione, riforma del sistema scolastico e lavorativo, tutela dell’ambiente”. Dalla sede degli Ikhwan muslimun a Manial Arroda, al Cairo, Mohammed Habib, numero due della Fratellanza musulmana in Egitto, snocciola i punti dell’agenda politica degli 88 deputati usciti vittoriosi dallo scrutinio di novembre - una piattaforma rimasta a lungo nascosta, all’ombra dello slogan ‘L’Islam è la soluzione’ – e traccia un primo bilancio dell’attività svolta in Parlamento dall’inizio della nuova legislatura. Fermo, lineare nel pensiero e ‘pulito’ nel linguaggio, Habib rappresenta quella corrente moderata che sembra ormai aver preso le redini del movimento. Ingegnere, docente universitario e studioso di islamologia, dosa con parsimonia l’arabo classico – coranico – e quello egiziano, consapevole di rappresentare “tutti, il contadino come l’insegnante, l’operaio come l’avvocato”.

Ma dove è finito il sogno di una nazione egiziana islamica, “regolata dalla sharia” (la legge coranica), invocato anche di recente dalla guida suprema degli Ikhwan, Mohammed Madi Akif? Quale sia la vera natura del movimento è il dilemma che affligge osservatori politici e media, tutti in attesa di un passo falso, di un segno che ne tradisca la natura ‘sulfurea’: stretti fra le diffidenze internazionali e la rinnovata ostilità della maggioranza, i Fratelli musulmani sanno di essere al centro del palcoscenico. All’orizzonte il dopo Mubarak, ormai alle porte, in cui il movimento intende giocare un ruolo di primo piano. Ora, tuttavia, è il tempo della prudenza e dell’umiltà, anche perché ufficialmente il movimento è ancora illegale, sebbene tollerato: “La presenza di 88 deputati non cambia la natura dell’Assemblea – premette Habib – non ci aspettiamo di modificare il volto del paese con facilità. Al momento possiamo solo premere sul governo, migliorare il clima politico e riottenere la fiducia della gente anche la prossima volta”.

La cronaca parlamentare di questi primi tre mesi, tuttavia, racconta tutta un’altra storia, all’insegna dell’audacia. E’ del 13 marzo la presentazione di una proposta di legge a favore del pluralismo politico (Bill of the movement, articolato in 19 punti), cui ha fatto seguito un disegno di legge per la libertà d’espressione. Temi di attualità scottante in un paese in cui i leader dell’opposizione, i giornalisti e i giudici avversi al regime continuano ad essere incarcerati. Alle due bozze si aggiunge l’incalzante richiesta di informazioni circa le misure prese dal governo contro il virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria, e le indagini sulla tragedia del traghetto Salam nel Mar Rosso. In Parlamento, lo scontro è continuo: “Il sistema è spaventato e reagisce con una nuova ondata di arresti, chiudendo i mezzi di stampa vicini al movimento, cancellando la trasmissione delle sedute dalla Camera, cosa mai accaduta prima. La tensione è palpabile”.

Dalla sua, “la Fratellanza ha la diffusione sul territorio e il riconoscimento nella società - spiega il vice presidente - Non si può dire lo stesso per gli altri partiti dell’opposizione, che non hanno valore. Quei pochi che avevano le carte in regola si sono sgretolati dall’interno, come Al Wafd, Al Taggamu, Al Ghad” (il cui leader, Ayman Nour, è in carcere dallo scorso 24 dicembre, ndr).
Niente di nuovo. Un déjà-vu che non cancella la verità dei fatti: i Fratelli musulmani rappresentano oggi l’unica vera alternativa al regime quasi trentennale di Hosni Mubarak. “Noi vogliamo cambiare pacificamente il potere, in una democrazia il potere è nelle mani della gente, non in quelle di un partito unico”, prosegue Habib, definendo apertamente la forza di maggioranza, il Partito nazionale democratico (Ndp), “una creatura rampicante che soffoca lo Stato”. Il primo passo per allentarne la presa è “l’abolizione delle leggi d’emergenza”, entrate in vigore nel 1981.

Se la Fratellanza non avesse chiesto a gran voce ripercussioni contro i prodotti danesi, in seguito all’affaire delle ‘12 vignette blasfeme’, in questo primo scorcio di 2006 ci si sarebbe potuti dimenticare del Dna islamico del Gruppo degli 88, così etichettato da chi non ne riconosce la natura di vero e proprio partito. “Gli Ikhwan egiziani non puntano alla formazione di uno Stato religioso”, risponde alla provocazione Habib sgranando gli occhi e insinuando un dubbio nell’interlocutore: e se fosse copto? Tempo un secondo, la domanda svanisce nell’aria: “E’ giusto però che i legislatori abbiano presente che cosa è bene e che cosa è male secondo l’Islam. Ma non è come si pensa in Occidente, niente a che vedere con il vostro Medioevo”.

Poi il paradosso: “Un governo musulmano laico”. Segue immediata la precisazione: “Nell’ipotesi lontana di raggiungere la maggioranza, le cariche dello Stato non saranno ricoperte da leader religiosi”. E la minoranza cristiana copta (circa 8 milioni di egiziani, ndr) non ha niente da temere: “Musulmani e copti sono come le fibre di un tessuto robusto”. Il braccio politico di un movimento musulmano integralista alla guida di uno Stato laico, dunque. Hamas potrebbe aprire la via. Risponde l’ingegnere: “Il legame è forte, ci sentiamo, loro ci consultano, e viceversa. Così come con gli altri Fratelli musulmani nel mondo. Ma siamo corpi differenti, le decisioni sono autonome”. Dopo il successo elettorale conseguito a breve distanza, Ikhwan muslimun e Hamas sono più che mai sotto la lente d’ingrandimento della comunità internazionale. Habib non si fa illusioni sulle elezioni israeliane: “Se non uguale a Sharon, il nuovo premier non sarà certo meno di lui”.

Quanto al rapporto con l’Occidente, non usa mezzi termini: “C’è differenza fra americani ed europei, ma l’Unione europea è influenzata nei propri giudizi dall’alleato statunitense. Sia chiaro che il rapporto forte-debole, alto-basso non ci sta bene”.
Totale il supporto all’Iran: “Hanno diritto ad avere l’energia nucleare per lo sviluppo del paese. Non solo: è necessario per ripristinare un equilibrio, come quello fra Pakistan e India. Meglio la Guerra fredda che un solo Stato che viola qualsiasi legge”.
Il terreno è insidioso, meglio rimanerne alla larga per ritornare su quello nazionale. Habib insiste: “Con Mubarak o il figlio, per noi questo non è il clima giusto per un riconoscimento politico. La gente stessa è immobile, manca la volontà per cambiare davvero le cose”. Per ridare energia al cambiamento, sostengono in molti, i Fratelli hanno pagato. Giudici compiacenti, osservatori elettorali, infine voti. Si parla di fondi pari a un milione di dollari. Habib allarga le braccia, mostra l’arredamento sobrio del proprio ufficio e sorride. “Famosi, ma non ricchi”, conclude poi citando un detto locale.


 

 

 

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