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296 - 24.03.06


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Perché ci piace guardare
in faccia la verità

Guido Rampoldi



Questo articolo è l’intervento dell’autore al convegno “Beyond Orientalism and Occidentalism”, organizzato al Cairo dall’Associazione Reset-Dialogues on Civilizations dal 4 al 6 marzo 2006.


Esiste la possibilità di abbandonare il modello dell’Occidente contro l’Oriente, dell’Islam contro il cristianesimo o del noi contro loro. Proveniamo da culture e civiltà differenti – se vogliamo utilizzare questo termine scivoloso: ma una cultura è un sistema di valori e comportamenti e, secondo quanto discusso qui, nella tre giorni al convegno “Beyond Orientalism and Occidentalism”, sono molte le persone che condividono un sistema di valori e comportamenti molto simile. Potrei definirla una cultura del dialogo, della curiosità, del rispetto, della conoscenza, dell’interesse reciproco e della reciproca convenienza, dello scambio, di un certo tipo di solidarietà, dell’empatia, di identità dinamiche e, last but not least, dello stato di diritto kelseniano.

Ma se ho ragione, se la maggior parte di noi, che siamo qui presenti, condivide la stessa cultura politica o almeno una cultura molto simile, siamo l’Occidente o l’Oriente? In altre parole, esistono culture che non possono essere spinte all’interno dello schema Est-Ovest? Sono sicuro che questa conferenza è una resa all’Islam per le persone in Occidente e una resa all’“imperialismo ideologico di stampo occidentale” per le persone d’Oriente. Entrambe le fazioni condividono la stessa logica: quella del dialogo come capitolazione. Non hanno in comune gli stessi valori e comportamenti, ma pensano allo stesso modo: con identità rigide, paura anziché curiosità, tradizione anziché scoperta, odio anziché dialogo, “narcisismo delle differenze” anziché solidarietà.

Ovviamente non voglio negare l’esistenza di un Est e di un Ovest, di un centro e di una periferia, di una storia differente, di una struttura sociale diversa, di diversi interessi e diversi comportamenti. Ma lasciate che chieda: perché non usiamo il “noi” e il “loro” all’interno di cultura del dialogo contro una cultura dell’indifferenza e dell’odio? Perché accettiamo così facilmente la pericolosa idea secondo cui i conflitti sono principalmente culturali e religiosi, in altre parole quasi inevitabili, e non principalmente politici ed economici ovvero aperti al compromesso?

Quello che sto dicendo è che coloro che condividono una cultura del dialogo non dovrebbero accettare di essere invisibili. Dovrebbero essere più coraggiosi e organizzati forse attraverso qualche tipo di network globale che attraversi l’Est e l’Ovest. Dovrebbero sempre riuscire a dimostrare che, quando due “culture” si scontrano, o due progetti politici nascosti confliggono, esiste sempre una terza opzione: quella di coloro che credono che dobbiamo garantire all’altro il rispetto e la comprensione anche quando non si riesce a trovare un compromesso, o almeno non facilmente.

Cercherò di spiegare perché la terza opzione, la posizione asimmetrica e politica, è così decisiva. Sono stato un corrispondente di guerra per lungo tempo e ho coperto molti dei cosiddetti conflitti etnici. La mia tesi è che uno “scontro di civiltà” o un “conflitto etnico” operano nella stessa direzione. Si tratta di conflitti politici ed economici rivestiti da una maschera mitologica. Le due parti in conflitto sono nemiche ma allo stesso tempo alleate. Si rafforzano reciprocamente e hanno lo stesso obiettivo: distruggere e dividere il terreno nel mezzo, l’area di dialogo e mediazione, di scambio e soluzioni comuni. Quest’area è lo spazio politico rappresentato dalla terza opzione. E’ lo spazio di coloro che rifiutano la logica dei due poli, della dicotomia “noi o loro”. Ad esempio: serbi o croati. E se si rifiutano ambedue i nazionalismi perché si ritiene che la propria identità appartenga a un’entità non-nazionalista come l’Europa o la federazione jugoslava si è considerati perdenti. Ciò significa che si verrà colpiti da ambedue le fazioni e, dal momento che non si è massacrato nessuno, non si verrà mai invitati a una conferenza internazionale. Le due fazioni diranno che si è dei traditori della propria nazione, cultura, religione, del proprio sangue. Non si può esistere. Non si può essere visibili. Scegli o muori.

Questa è la logica del “conflitto etnico”. Nel cosiddetto “scontro di civiltà”, i media elettronici a volte fanno il lavoro delle milizie: cancellano la terza opzione. Mi trovavo a Copenhagen poche settimane fa. Un giorno, una domenica, c’era una bella manifestazione di danesi e immigrati musulmani. Tremila persone, molto amichevoli tra loro. Ma non c’era nessuna televisione. Tutte le televisioni, infatti, stavano cercando 20 idioti che – a quanto pare – avevano promesso di bruciare il Corano. In quei giorni noi europei, guardando la nostra tv, traevamo facilmente l’impressione che tutti i musulmani del mondo stavano bruciando bandiere danesi. E probabilmente voi orientali, guardando la vostra tv, avevate l’impressione che a quasi tutti gli europei piace disprezzare e umiliare i musulmani. In altre parole, in quei giorni la terza opzione era diventata pressoché invisibile. E questo è esattamente il risultato che si aspettano coloro che stanno cercando di costruire uno “scontro di civiltà” in modo da trarre vantaggio da questo tipo di agitazione.

I media sono fondamentali per i costruttori del cosiddetto conflitto “culturale”. Volenti o nolenti, essi possono creare il quadro ideologico di un’aggressione invertendo i ruoli della vittima e dell’aggressore. La vittima deve essere mostrata come aggressore che sta ordendo qualche piano oscuro e disgustoso. Spesso la vittima è dipinta come un invasore, come qualcuno che vuole invadere l’Europa fingendo di essere un immigrato, o come qualcuno che cerca astutamente di invadere la cultura orientale per dominarla. O quantomeno come qualcuno che appartiene a una cultura aggressiva che non può convivere con la nostra. Perciò l’idea secondo cui “l’islam sta attaccando la cristianità” sta diventando popolare nell’Occidente almeno quanto l’idea secondo cui “gli occidentali cristiani stanno attaccando l’islam” lo è in Oriente.

Il male è sempre nell’altro campo, mai nel nostro. Questa è l’idea più pericolosa che generalmente va assieme ai conflitti etnici e agli scontri di civiltà. L’idea che noi siamo innocenti. E che restiamo innocenti anche quando l’Altro viene pestato o ucciso. Allora, chi lo ha ucciso? Non è colpa nostra: è morto nello scontro di civiltà, annientato dalle forze invisibili della storia. E poiché apparteneva a una civiltà aggressiva, è stata colpa sua. Noi avevamo il diritto di restare indifferenti davanti alla sua sofferenza.

Questo mondo virtuale è costruito su concetti che non vengono mai spiegati. “Civiltà”: nel libro “Lo Scontro di Civiltà” di Samuel Huntington non si trova una definizione chiara di questo termine. O anche: “i nostri valori”. Molti politici europei in genere dicono “dobbiamo proteggere ‘i nostri valori’ minacciati dagli immigrati”. Ma quali sono questi valori? Non è mai chiaro. E quando si ascolta un politico che non ha alcuna dignità etica parlare dei ‘nostri valori’ ci si chiede quali siano davvero.

La mia conclusione è questa: per il dialogo è essenziale trovare un linguaggio. Necessario per smontare la mitologia e l’incomprensione implicati negli “scontri di civiltà”. Necessario anche per costruire una posizione comune tra Est e Ovest. Ad esempio, se esaminassimo cosa significa il termine terrorismo e cosa è il terrorismo in Medioriente, probabilmente non riusciremmo a trovare un accordo, almeno non facilmente. E probabilmente alcuni di noi direbbero: non riusciamo ad accordarci perché abbiamo culture differenti. Non penso che questa sia la conclusione giusta. La conclusione giusta è: diamo alle cose il nome giusto. Come? Una soluzione potrebbe venire dal codice penale della Corte Criminale Internazionale ratificato da paesi orientali e occidentali. Non sto dicendo che la Corte criminale internazionale sia perfetta. Ma in quel codice ci sono, descritti chiaramente, molti tipi di crimini di guerra o crimini contro l’umanità, e all’interno di quella tipologia, ad esempio, possiamo trovare agevolmente un nome adeguato per ciò che accade a Falluja, o a Ramallah, o in Pakistan quando un aereo militare distrugge due famiglie per colpire un terrorista, o a Tel Aviv quando un attentatore suicida uccide civili innocenti. Potremmo. Possiamo. E se ci riuscissimo, potremmo definire la terza opzione in una nuova maniera: come l’opzione di coloro che osano affrontare la verità.


 

 

 

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