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296 - 24.03.06


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L’alleanza profana
colpisce ancora

Neve Gordon



Era una bella giornata d’inverno. Ero tra i circa 80 attivisti israeliani partiti per piantare alberi nella regione a sud di Hebron, nelle cui grotte vivono centinaia di palestinesi. L’aria del deserto era fresca, il terreno umido dopo la pioggia e le colline ricoperte di fiori selvatici. Eppure l’atmosfera tranquilla era ingannevole. Da anni quei palestinesi sono sottoposti a vessazioni continue da parte dell’esercito, della polizia israeliana e dei coloni ebrei con l’obiettivo di tagliare i loro mezzi di sussistenza in modo da farli “volontariamente” trasferire in altre aree della Cisgiordania. L’idea, così sembra, è di “ripulire” questa regione dai suoi abitanti palestinesi.
Qui i palestinesi sono agricoltori che non dispongono di acqua corrente o elettricità e dipendono da un’agricoltura di sussistenza. Consapevoli del loro stile di vita unico, i coloni li colpiscono lì dove ferisce di più. Nel passato, hanno distrutto e avvelenato i loro pozzi d’acqua, hanno ostruito l’accesso ai terreni per il pascolo, hanno impedito loro di arare la terra e mietere i loro raccolti, e più recentemente hanno sradicato e abbattuto i loro ulivi. Se ci sono stati dei giorni in cui l’esercito e la polizia davano il via a tali violazioni, ultimamente essi hanno compiuto un passo indietro permettendo ai coloni di passare alla guida. I coloni, in altre parole, sono diventati lo strumento di distruzione del governo.
Quel sabato avevamo deciso di piantare mille alberi, per ricordare la festività ebraica del Tu Bishvat e quella musulmana dell’Id el Shajar (entrambe le quali celebrano la vita degli alberi) dando vigore, allo stesso tempo, agli sforzi degli abitanti palestinesi per rimanere sulla loro terra. Centinaia di palestinesi provenienti da tutta la regione di Hebron erano accorsi per unirsi a questa azione non violenta ed esprimere la propria solidarietà ai palestinesi di quell’area. Poche centinaia di metri prima di raggiungere la nostra destinazione, ci siamo trovati davanti la polizia e l’esercito. Sorprendentemente, un’intera compagnia di uomini in uniforme era stata mobilitata perché un gruppo di israeliani e palestinesi voleva piantare qualche albero assieme.
Dopo aver esaminato le nostre carte di identità e inserito le informazioni nel database dei loro computer, ci hanno permesso di continuare. “Vi stiamo facendo un favore” – ha detto un ufficiale - “perché in realtà l’intera area è stata dichiarata zona militare chiusa.”
Lavorando assieme, palestinesi ed ebrei, abbiamo piantato mille alberi in sole poche ore. Mentre ci stavamo preparando per tornare a casa, tuttavia, circa due dozzine di coloni sono apparsi sulla scena. Considerando che questi coloni sono religiosi, senza dubbio essi erano appena stati in una sinagoga. Per inciso, quel sabato mattina la funzione aveva parlato di Mosé e della sua relazione con Jethro, un non-ebreo. Il brano della Torah racconta la storia di Mosé, che aveva lasciato l’Egitto per la prima volta e aveva viaggiato fino a Midian dove aveva sposato Tziporah, la figlia di Jethro da cui avrebbe avuto due figli. Successivamente Mosé avrebbe fatto ritorno in Egitto da solo e avrebbe guidato gli Israeliti nel loro esodo. Jethro, venuto a sapere del fatto, manda a Mosé un messaggio: “Io, tuo suocero, Jethro, sto venendo da te con tua moglie e i tuoi due figli”. Mosé esce per incontrare il suocero: “si inginocchia e lo bacia”. Nella Bibba Mosè dichiara esplicitamente: “Jethro mi ha accolto, mi ha aperto la sua casa, e io sono stato per lui come un figlio”. Conseguentemente Jethro viene definito “uno dei giusti delle nazioni”. I coloni ebrei avevano letto della relazione tra Jethro, il non-ebreo, e il più grande dei profeti ebraici, Mosé, e non avevano imparato nulla.
L’immagine di palestinesi e israeliani che piantavano ulivi assieme e mettevano in atto, in un certo senso, quella relazione di rispetto reciproco descritta nella Bibbia li aveva oltraggiati. Per mantenere la pace, l’esercito e la polizia hanno dovuto formare una barriera umana che impedisse ai coloni di raggiungerci. La mattina successiva, i palestinesi si sono svegliati davanti a una nuova realtà. Invece di sradicare gli alberi come avevano fatto in passato, i coloni li avevano rubati recintando ogni albero e inserendo una piccola insegna che dichiarava che la pianta in questione apparteneva al vivaio della colonia. L’idea non era solo quella di rubare i nuovi alberi ai loro legittimi proprietari, ma anche quella di espropriare il terreno su cui essi erano stati piantati.
I proprietari del terreno ci hanno chiamato per farci fotografare la proprietà rubata e utilizzare le foto come prove in tribunale. Tuttavia, a conti fatti, i coloni stavano usando gli alberi anche come tattica per intrappolare i palestinesi. Quando i palestinesi e gli attivisti Ta’ayush (partnership arabo-ebraica) si sono avvicinati agli alberi, i coloni hanno chiamato l’esercito e la polizia lamentando che stavamo sconfinando sul terreno della colonia. Invece di arrestare i veri ladri, le forze di sicurezza hanno istituito check-points in tutta la regione per trovare i “colpevoli” palestinesi che avevano osato tornare sui loro appezzamenti di terreno, quegli stessi appezzamenti sui quali, il giorno prima, la polizia aveva permesso loro di piantare nuovi alberi. Ancora una volta si è palesata l’alleanza profana tra coloni, esercito e polizia.

 

 

 

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