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296 - 24.03.06


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L’internazionalismo Usa
e l’eccezione araba




Il mondo arabo progredirà naturalmente verso la democrazia e la modernità? Gli americani sembrano dubitarne, come spiega il neoconservatore moderato David Brooks in un commento apparso sul New York Times domenica 5 marzo.
La questione, secondo il noto scrittore e columnist del Nyt, si intreccia inevitabilmente con la politica estera americana.
Come confermano i sondaggi, in America non sta montando nessuna marea isolazionistica, nonostante “la carneficina irachena”. L’idea che, dopo 60 anni di internazionalismo, fosse tornato il momento dell’isolazionismo sembrava giustificata dai risultati di una ricerca del Pew Center, per la quale il 42% degli americani vorrebbe che gli Usa proteggessero di più i propri affari internazionali. Ma quel 42%, ha notato il sondaggista Ruy Teixeira, era rilevato anche negli anni di Clinton, epoca in cui come mai prima gli americani hanno approvato gli interventi dell’amministrazione nel mondo. Allo stesso modo i cittadini statunitensi non hanno mai sostenuto tanto gli aiuti verso l’estero e non hanno mai espresso un giudizio tanto positivo verso l’economia globale (nel 1953 era a favore il 54%, nel 2004 lo è il 65%). Alla domanda se gli Usa dovrebbero impegnarsi attivamente all’estero, nel 1940, apice dell’internazionalismo a stelle e strisce, il 69% degli americani si dichiarava d’accordo. E oggi? Ancora il 69%.

I Repubblicani, con Reagan e Bush, si sono sbarazzati del paleoconservatorismo isolazionista di Pat Buchanan. I democratici, continua Brooks, hanno come prima candidata alla presidenza Hillary Clinton, che in politica estera ha posizioni non dissimili da quelle del repubblicano McCain.
In questo caso dunque l’Iraq non è il Vietnam. Dopo la guerra del Vietnam l’America si isolò. Dopo la guerra in Iraq no, perché, spiega Brooks, in Mesopotamia l’America combatte terroristi globali identici a quelli dell’11 settembre. E così Bagdad spinge gli Usa da un tipo di internazionalismo ad un altro, basato su quello che l’autore definisce “l’eccezionalismo arabo”: “La convinzione che mentre la maggior parte del mondo si muove verso un futuro globalmente integrato, il mondo arabo rimane prigioniero del suo vortice medievale d’orrore. I paesi arabi non possono diventare facilmente democratici; le loro genti non sono pronte per la modernità pluralista; devono rimanere il più lontano possibile da noi, così da non poterci far male”.
Magari gli americani non esprimeranno queste opinioni nei sondaggi, argomenta Brooks, ma la loro sostanza è implicita nella reazione alla possibile cessione di 6 porti Usa ad una società degli Emirati, alla questione dei fumetti, e nella sempre più sentita esigenza di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio arabo.
“L’America non sta diventando più isolazionista – conclude Brooks – Gli americani sono contenti di integrarsi con il mondo. Solo che non con il mondo arabo”.
(dcp)

 

 

 

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