296 - 24.03.06


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Alla ricerca del comune buon senso

Daniele Castellani Perelli



Cosa vi mancava del mondo arabo quando vivevate in Occidente?”. “L’Islam”. Minasha e Imen sono due ragazze egiziane velate, silenziose e sorridenti. Siedono tra il pubblico del convegno internazionale “Beyond Orientalism and Occidentalism”, organizzato al Cairo dal 4 al 6 marzo dall’associazione Reset-Dialogues on Civilizations, in cui intellettuali, accademici e politici occidentali e arabi hanno dibattuto sui modi del dialogo tra Occidente e mondo arabo. Sono donne come lo è la metà del pubblico, sono assistenti all’Università, dove hanno conseguito un Phd in studi classici, e hanno vissuto per un anno a Roma. Dal nostro punto di vista, alternano risposte scioccanti (“Non avremo mai amici ebrei”) a risposte che considereremmo più “moderne”. E’ moderno il sorriso furbo con cui, dopo essersi consultate in arabo tra di loro, ci dicono che “No, nei paesi arabi la condizione della donna è buona”. E’ modernissima la libertà d’espressione che si prendono quando chiediamo loro dei Fratelli Musulmani, il movimento islamico illegale nell’Egitto di Mubarak. Non si chiudono dietro al mutismo degli uomini (“Non so di cosa stai parlando”, “Sei un poliziotto?”), ma replicano: “E’ giusto che Hamas partecipi al processo politico. I Fratelli Musulmani? (Silenzio) (Sorriso) Perché no?”. E’ moderno che non vedano l’ora di parlare con i due relatori occidentali Charles Burnett e con Dimitri Gutas, cosa che facilmente si conquisteranno (“Abbiamo studiato sui loro libri!”). Contraddizioni che non ostacolano il dialogo, ne sono la parte viva e la ragione. La sala è attenta, e anche i media egiziani seguono l’evento. “Disgusting”, commenta uno spettatore quando dal maxischermo Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, cita l’episodio della t-shirt blasfema di Roberto Calderoli (il disgusting è per il ministro, non per l’oratore). Un giornalista cairota non-musulmano, invece, se la prende con gli islamici, ma per parlarcene preferisce prenderci da parte, al riparo da orecchie indiscrete. L’Egitto tra autoritarismo e desiderio di democrazia.

"Non lasciamo soli i filosofi"

"Non lasciamo soli i filosofi", invoca Giuliano Amato. E allora andiamo a sentirli, questi filosofi. Slalom tra un sorseggiatore di tè e un cercatore di cuffia-per-la-traduzione-simultanea. Apriamo la porta, e in mezzo a telecamere arabe e fotografi improvvisati, Bosetti spiega: “Vogliamo promuovere una comprensione migliore tra persone che appartengono a culture differenti. Il dialogo in sé è un contributo alla riduzione del radicalismo, è l’accettazione e la legittimazione della differenza. Meglio provare a controllare i nostri pregiudizi che pensare di non averne, suggeriva Gadamer”. “Dobbiamo promuovere la circolazione di informazioni sulla normalità della vita della gente normale, in opposizione al trend della selezione informativa attuata dai mass media, per la quale le nostre realtà vengono a contatto e tendono a riconoscersi solo nei casi estremi di disordine e caos, lotta e morte – continua il direttore di Reset – E impariamo a scrivere Varietà con la V maiuscola, opponendola a Verità”. Poi cita in fila tre intellettuali ebrei (Barber, Walzer, Margalit), neanche fosse davanti al pubblico dell’Università di Tel Aviv. Dialogo vero, insomma, e senza tabù. Tanto che, giunto il suo turno, Hassan Hanafi, filosofo dell’Università del Cairo, mette i puntini sulle i a proposito del titolo del convegno, dopo essersi lanciato in una dottissima ricostruzione del pensiero occidentale e dimostrando così che, per quanto lo riguarda, il Sé conosce l’Altro davvero bene, per usare le sue categorie.

L’Orientalismo, era stato spiegato, “è il nome che Edward Said diede alla deformazione coloniale dello sguardo occidentale su tutto ciò che si trova ad Oriente”, è una sorta di esotismo. L’Occidentalismo è un’idea speculare sviluppata da Ian Buruma e Avishai Margalit, e consiste in una “satanizzazione” dell’Occidente: vede l’occidentalizzazione come una forma d’intossicazione della spiritualità e dell’integrità dell’Oriente. Due pericolose banalizzazioni, due deformazioni parallele, in cui gli orientali sono selvaggi e gli occidentali decadenti senz’anima. Ma Hanafi, più scettico verso il dialogo, usa sfumature diverse: l’Occidente intendeva capire solo per dominare meglio, mentre l’occidentalismo è una disciplina nata nel Terzo Mondo per completare il processo di decolonizzazione, l’Occidente impone il suo modello e vuole distruggere le culture diverse. Gli altri egiziani presenti ripetono le accuse all’Occidente di occupare terre musulmane (l’Iraq è citato in continuazione) e di usare due metri: la resistenza al nazismo non era terrorista, ma quelle palestinese e irachena sì. Il dibattito si fa vivissimo. Una donna in chador prende la parola dal pubblico e attacca: “Voi soffrite di più per colpa degli antiislamici che degli islamisti”.

Non siamo due blocchi

Poi arriva il turno di Amato. Se fosse una partita (ma non lo è), si direbbe che l’Occidente si gioca il jolly. “Non siamo due blocchi – ricorda – Quando pensate alla guerra in Iraq ricordate i milioni di cittadini europei che sono scesi in piazza per manifestare contro, e che quel giorno è considerato la nascita della nazione europea”. Per l’ex presidente della Convenzione europea, “il mondo occidentale deve fare i conti con i suoi nichilisti così come quello islamico con i suoi radicali che portano al terrorismo, entrambi dobbiamo combattere i nostri fondamentalismi, e non dobbiamo essere schiavi dell’agenda e del pensiero dei media”. “Il dialogo presenterà ostacoli, ma non sono insormontabili – conclude Amato, presente nel Consiglio Direttivo dell’Associazione – Capiamo cosa possiamo imparare l’uno dall’altro. Noi per esempio possiamo imparare da voi a mantenere vivi i valori morali e la vita privata senza rinunciare allo sviluppo economico”.

Il convegno approfondisce il tema della democrazia nel mondo arabo (“Come dimostra la storia europea moderna, la parlamentarizzazione della politica ha il potere di trasformare il conflitto da un fattore d’instabilità a uno di dinamica stabilità e tolleranza – spiega Nadia Urbinati della Columbia University – e di rendere le fedi religiose malleabili alla regolamentazione politica e veicoli per la stabilità sociale”). E si parla a lungo della storia dei rapporti tra i due mondi, da Averroè e Federico II fino alla stagione del colonialismo, con un tributo all’opera dei traduttori medievali. Ci si giova di ricostruzioni storico-filosofiche di grande valore, come quella di Ahmed Etman dell’Università del Cairo, di Massimo Campanini dell’Orientale di Napoli, di Charles Burnett del Warburg Institute di Londra, che ricordano come Occidente e paesi arabi abbiano dialogato a lungo nei secoli, e che fino al Rinascimento sono stati spesso gli arabi ad essere più aperti e progrediti. Il siriano-tedesco Bassam Tibi, della Cornell University, segnala invece le difficoltà del dialogo, ammonendo che il mondo arabo traduceva più libri europei nel Medioevo che oggi. Particolarmente importanti suonano le voci di Roberto Toscano, ambasciatore italiano a Teheran, e di Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano, perché è proprio dal paese governato da Mahmoud Ahmadinejad che sembra in arrivo un nuovo clash of civilizations, secondo l’assai citata formula di Samuel Huntington: “Non sarà possibile nessun dialogo –avverte l’attentissimo ambasciatore Toscano – se non sapremo privarci delle nostre rispettive paure”.

Il ruolo dei media e l’ombra della Sfinge

Già, la paura. Non è un caso che la tre giorni si chiuda con una tavola rotonda sui media, che, da entrambe le parti, molto spesso giocano col fuoco. “L’audience premia la violenza e condanna la moderazione”, viene detto, e l’effetto del tutto è moltiplicato dal villaggio globale. “Solo i media possono far superare le incomprensioni, ma dominati dallo scandalismo danno voce agli estremismi”, afferma Mohamed Salmawi, presidente dell’associazione degli scrittori egiziani e direttore del settimanale Al Ahram Hebdo. Jörg Lau, che per il settimanale tedesco Die Zeit ha seguito la vicenda delle vignette danesi, fa notare come i musulmani estremisti che a Copenhagen hanno protestato contro i cartoons fossero consapevoli dell’impatto che avrebbe avuto sui media la loro protesta. Sono i media ad avere in mano una delle chiavi più importanti del clash of civilizations. Un’altra ce l’hanno i filosofi. Un’altra ancora ce l’abbiamo noi tutti, che siamo insieme uomini comuni e ambasciatori delle nostre culture.

Il convegno termina, e l’ultima notte alcuni amici egiziani ci portano lontano, ci fanno un regalo. “Vi ricorderete di questa sera”, ci dicono. Noi ci fidiamo, li seguiamo, anche se è tardi. Sull’autostrada del Cairo, il faccione del presidente Mubarak si fa sempre più raro. I cartelloni pubblicitari, già sporadici al centro della città, presto scompaiono, avvolti dalla polvere del deserto, dai clacson e dalle frenate dei taxi. La strada si allunga verso una periferia povera e onirica. Attraverso piccoli bazar turistici senza speranza, improvviso e lunare, felliniano, compare un Kentucky Fried Chicken chiuso. Dall’altra parte della strada, vegliate da tre poliziotti svogliati e baffuti, si ergono le Piramidi. Scendiamo dall’auto e ci fermiamo ad ammirarle, bagnate dalla luna e da fioche luci stradali.

Siamo pochi e piccoli esseri, in contemplazione di un miracolo notturno. Nel brivido di quello spettacolo, ognuno si chiude nella sua storia privata, e nessuno sa più chi è egiziano e chi è italiano, chi è cristiano, chi è musulmano, chi è laico e chi è ateo. Ci guardiamo soddisfatti, uniti da una comune commozione e da parole scambiate in un inglese che non esiste.

Ci saremmo certamente divisi se avessimo parlato del livello di secolarizzazione delle società arabe, dell’esistenza di Israele e della decadenza dell’Occidente (aggiungo: Ci saremmo divisi all’interno dei nostri rispettivi gruppi. Così, d’altronde, parlò Amato: Non siamo blocchi monolitici). Però come si fa a non vedere che questa voglia di stare insieme e di non dividersi, questo desiderio di buonsenso, perfino questa voglia di divertirsi sono l’ingrediente principale dei dialogues on civilizations? Che ne sono senz’altro il cuore? “Look, the Sphinx!”, punta il dito la nostra guida. L’ombra della Sfinge sembra annuire, ma è sempre stata difficile da interpretare. Non lasceremo soli i filosofi, a patto che i filosofi non vogliano fare a meno di noi, della vita quotidiana, della normalità. Stanotte però Calderoli è lontano, Bagdad è lontana, e l’11 settembre è come se non fosse mai esistito.

 

 

 

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